IL DISASTRO NEOLIBERISTA: IL CASO DEL LIBANO

Per decenni il Libano ha subito l’esperimento neoliberista, figlio del cosiddetto “Washington consensus”. Oggi purtroppo nel paese sono visibili le conseguenze disastrose di queste politiche che, unite a una precedente crisi economica e ad una elevata instabilità politica, hanno portato il paese sull’orlo del collasso.

Rafir e Said Hariri

Il Libano è stato il paese in cui, in più del resto mondo, l’esperimento neoliberista ha trovato il proprio sfogo. L’allineamento portato avanti dal governo libanese sulle manovre di politica economica dettate da questa corrente è stata pressoché totale. Interi settori della società sono stati travolti dal pericoloso esperimento figlio del Washington Consensus. I settori non coinvolti, come quello elettrico o dell’educazione, funzionano comunque a malapena o sono rimasti senza fondi, o purtroppo, teatro di tutti e due i casi. L’attuale crisi libanese quindi non risulta affatto soltanto dall’avvento della pandemia da coronavirus o dalla crisi siriana, e nemmeno della guerra civile. La crisi devastante origina prima di tutto dal modello di sviluppo neoliberista messo in pratica dopo la guerra civile dai premier Rafiq e Said Hariri, rispettivamente padre e figlio.

A cavallo tra il 1990 e il 1991 il Libano definito “la Svizzera del Medio Oriente”durante gli anni ’50 e ’60 era ormai collassato. La guerra civile durata trent’anni, la dissoluzione dello stato e la sua conseguente lottizzazione in funzione del soddisfacimento degli interessi dei paesi vicini, hanno reso oggi l’economia libanese, ingestibile. Costretta a massicce importazioni, l’economia libanese oggi fa fatica a risollevarsi. Debolissimo in valuta estera, queste importazioni continuano a costare troppo in un contesto in cui incombe la minaccia iper-inflazionistica e in cui il poter d’acquisto della lira libanese oscilla pericolosamente. In questo contesto gli Hariri decidono di puntare su due settori: l’immobiliare di lusso e la finanza sperando di riuscire a finanziare la ricostruzione del paese, distrutto dalla guerra civile. Nel 1991 quindi il Parlamento libanese vota il trasferimento della proprietà di migliaia di piccoli imprenditori al consorzio immobiliare Solidere, proprietà di magnati libanesi, fra i quali Hariri. 

Lo sviluppo dell’immobiliare e la Banque du Liban

Importante ricordare un saggio pubblicato dallo storico Hannes BaumannCitizen Hariri: Neoliberal politics in Lebanon nel quale l’autore afferma che il Consiglio di sviluppo e ricostruzione, creato negli anni ’60 a favore della ripresa economica del Libano, fu messo a servizio del solo sviluppo immobiliare. Il centro di Beirut, in questo modo, venne distrutto a favore di grandi complessi immobiliari. Questa strategia però poteva funzionare soltanto nel caso in cui la moneta libanese fosse stata forte e gli investitori stranieri sarebbero stati abbastanza sicuri dei loro investimenti nel paese. I passi successivi, registrando una progressiva svalutazione della lira libanese, si orientarono verso una sua stabilizzazione. 

La Banque du Liban (BdL) nel 1992 avrà proprio questo compito. Nel 1997 si ancorò la lira ad un tasso fisso rispetto al dollaro, precisamente a 1.500 lire per un dollaro. In questo modo i dirigenti libanesi speravano di favorire il settore immobiliare ma anche, nello stesso tempo, quello finanziario riducendo il costo della vita grazie al costo inferiore che automaticamente era assegnato alle importazioni. La speranza fu quella che gli investimenti presto si sarebbero prodotti in posti di lavoro e in un maggiore sviluppo. Il funzionamento di questo sistema fu assicurato per due anni, anni in cui il capitalismo libanese prese una forma “rentiere”come affermato da Baumann. In questi due anni i ricchi profittavano degli effetti della politica della BdL mentre il libanese medio non aveva più i mezzi necessari per investire o per abitare nelle varie residenze di lusso acquistate a prezzi stracciati anni prima.

la crisi della lira libanese

La parità della lira con il dollaro ha attirato i più ricchi, sopratutto gli investitori provenienti dai Paesi del Golfo. La situazione però mutò rapidamente sopratutto negli anni tra il 2011 e il 2016 in quanto, si sa, quando i tassi di interesse bancari sono troppo “generosi”, le conseguenze negative possono essere molte. Infatti si notò che le banche commerciali anziché investire nel paese preferivano prestare soldi alla BdL. Il paese ha automaticamente virato dallo sviluppo del settore produttivo a quello finanziario, sbilanciando notevolmente la bilancia dei pagamenti. 

Coloro che hanno approfittato della situazione sono stati i più ricchi. Infatti i dati del WID (World Inequality Database) sono chiarissimi: negli anni tra il 1990 e il 2016 la ricchezza nazionale in mano ai 10% più ricchi del paese è passata da 52 a 57%, mentre quella dei 50% più poveri passò dal 12,9 al 10,7%. Le misure intraprese dal governo libanese una volta resosi conto della gravità della situazione, ebbero l’obiettivo di contenere la crisi il più possibile. Si cercò, tramite l’innalzamento dei livelli occupazione, di assicurare una moderata stabilità della domanda interna. In realtà però queste misure spesso si rivelarono inefficaci ed ebbero come prima conseguenza quella dell’aumento dei livelli di corruzione nel paese. 

Il Libano purtroppo è famoso per la cattiva gestione degli affari pubblici. La corruzione aumenta a scapito delle misure di mantenimento delle aziende e della “cosa pubblica”. La crisi in cui si trova oggi il Libano non è frutto soltanto della passata guerra civile. Il paese è stato piegato dalle riforme neoliberiste che hanno avvantaggiato una piccola parte della popolazione portando nel paese un tasso di sperequazione altissimo. Lo stato neoliberista, d’altra parte non fa che assolvere a questo compito: essere a servizio del capitale. 

conclusione

A partire dal 2011 quindi, l’economia libanese è fortemente in difficoltà e di anno in anno rallenta ulteriormente. La crisi siriana inoltre preoccupa molto gli investitori, inquieti per le possibili ripercussioni sui propri investimenti. La stagnazione colpisce poi l’economia di fatto ed in modo continuativo nel 2017. La disoccupazione esplode in questi anni fino a raggiungere quasi il 40% dell’intera popolazione. L’annuncio della “tassa Whatsapp” sulle chiamate telefoniche fatte tramite l’applicazione, è la goccia che fa traboccare il vaso nell’ottobre del 2019. A partire da quel momento il Libano è attraversato da un’ondata di proteste. Il paese è senza risorse e i cittadini faticano sempre di più a soddisfare i propri bisogni.

L’unica salvezza per il Libano è l’uscita dal modello neoliberista. Per raggiungere questo obiettivo, sono necessari aiuti internazionali centrati sulla ricostruzione e sullo sviluppo orientati però a soddisfare le rivendicazioni del popolo. Soltanto quando si ascolta ciò che il popolo ha da dire e andando incontro ai loro bisogni si ritroverà una stabilità politica, ma sopratutto, si ridarà dignità alle persone. 

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