I NUOVI (DIS)EQUILIBRI MOLDAVI

Il 15 novembre 2020 Maia Sandu è stata eletta sesto Presidente della Repubblica di Moldova, la prima donna a ricoprire tale carica. Da allora, ha compiuto alcuni passi per mostrare di essere fortemente intenzionata a rispettare i punti del suo programma elettorale – in primis, l’avvicinamento all’Europa. Il tutto anche a costo di dar fastidio alla Russia.

Elezioni 2020: il ruolo della diaspora e il cambio della Russia

Già prima dell’apertura delle urne lo scorso 1 novembre, Maia Sandu era annoverata tra i candidati favoriti delle elezioni, accanto al presidente uscente Igor Dodon e a Renato Usatîi. Un programma basato – in primis – sulla lotta alla corruzione e la riforma dell’apparato politico e burocratico la rendeva, infatti, uno dei nomi più papabili in un Paese che, solo cinque anni fa, ha assistito impotente al furto di quasi un miliardo di euro dalle tre principali banche dello Stato da parte delle autorità politiche. Non sorprende, pertanto, che già dopo il primo turno la Sandu abbia ottenuto un largo consenso di voti (52,28%), né che tale sostegno sia successivamente stato confermato, raggiungendo più del 57% dei suffragi nel ballottaggio contro Igor Dodon, fermatosi invece a quota 42,28%. 

I maggiori consensi per l’europeista sono stati ottenuti a Chișinău e nelle regioni centrali e meridionali del Paese, oltre che all’estero. È stata proprio la diaspora la carta vincente di Maia Sandu: gli emigrati moldavi in giro per l’Europa, stanchi dell’immobilismo e della corruzione dilagante nel loro Paese natio, hanno scelto di andare a votare nei seggi organizzati dalle ambasciate, arrivando a formare code di attesa lunghe decine e decine di metri. Un impegno che ha ripagato la candidata di centro-destra con il 93% dei voti esteri.

Un altro fattore che ha influito sulla vittoria della neoeletta presidente è stato l’inatteso abbandono di Igor Dodon da parte della Russia. L’ex-presidente, infatti, non ha mai fatto mistero delle sue idee apertamente filorusse né dei suoi legami con Mosca – cosa per cui è anche accusato di aver ricevuto finanziamenti illeciti e di aver intrattenuto relazioni con i servizi d’intelligence russi. Un’indagine di Balkan Insight ha anche reso pubblica partecipazione di alcuni collaboratori russi alla campagna elettorale di Dodon. Ciò nonostante, i voti ottenuti dall’ex-presidente sono stati minori di quelli attesi, soprattutto in alcune enclave russe, che – al primo turno – hanno scelto di dare la loro preferenza a Renato Usatîi. Tale decisione potrebbe essere stata caldeggiata dallo stesso Cremlino, ormai insofferente nei confronti di Dodon e alla ricerca di un nuovo ‘campione’.

Renato Usatîi – dal canto suo – ha giocato un ruolo non secondario nella vittoria di Maia Sandu al secondo ballottaggio: all’indomani del 1 novembre, ha pubblicamente dichiarato il suo sostegno al candidato di centro-destra – spingendo un distretto da lui vinto al primo turno a votare proprio per la Sandu – e contestato la corsa presidenziale di Dodon, viste le pesanti accuse a suo carico; cosa che, secondo alcuni analisti, potrebbe aver spinto alcuni elettori filorussi ad astenersi dal voto al secondo turno. Di questo Maia Sandu ha indubbiamente giovato.

Il precario equilibrio interno

L’elezione della Sandu ha avuto effetti immediati sulla politica interna. Lo scorso 23 dicembre, il Primo ministro Ion Chicu, dopo una conversazione con l’uscente Dodon, ha annunciato le dimissioni del proprio governo. Se. in un primo momento, era parso che l’esecutivo sarebbe comunque rimasto in carica fino alla designazione di un nuovo governo – così da garantire continuità nella gestione della pubblica amministrazione -, in breve la situazione si è ulteriormente criticizzata con la dichiarazione delle dimissioni di tre ministri (Economia, Finanza e Salute). Un gesto giustamente condannato da Maia Sandu come irresponsabile e illecito, dal momento che si pone contro le garanzie poste in essere dall’articolo 130 della Costituzione moldava.

La situazione è stata risolta nel giro di qualche giorno con la nomina di Aurel Ciocoi quale Primo ministro facente funzione; tuttavia, è chiaro che la presidente Sandu si trovi in una situazione disequilibrata, in cui le sarà difficile trovare nuove maggioranze in Parlamento per formare un nuovo governo e per cui sarà più probabilmente costretta a sciogliere le Camere e indire le ennesime elezioni parlamentari degli ultimi anni.

I nuovi rapporti di vicinato

Diversamente, la comunità internazionale pare aver aperto le porte alla Moldova: già lo scorso 29 dicembre, il presidente rumeno Klaus Iohannis si è recato in visita ufficiale a Chișinău per congratularsi con la Sandu e assicurare la volontà di Bucarest a rimanere un’“amica sincera e partner principale”. A tal proposito, la Romania ha disposto un programma di finanziamenti e aiuti per la ‘sorella minore’, tra cui: lo stanziamento di 100 milioni di euro; la disposizione di 6 mila tonnellate di gasolio da fornire in aiuto agli agricoltori moldavi; l’invio di supporti medici, tra cui 200 mila dosi di vaccino anti-Covid-19, e di personale sanitario formato, al fine di contrastare efficacemente la diffusione del virus, che in Moldova ha raggiunto ormai quota 149.000 casi.

È chiaro che Bucarest è intenzionata a legare a sé a doppio filo Chișinău, facendo leva sul sentimento di comune identità culturale, nella speranza di poter realizzare – col beneplacito di una presidenza moldava finalmente non alla mercé di Putin – il tanto atteso progetto dell’Unirea, con la quale la regione della Bessarabia tornerebbe a far parte del territorio nazionale rumeno.

D’altro canto anche l’Ucraina pare avere interessi ad iniziare, fin da subito, un dialogo con la nuova presidenza moldava: dalla garanzia di avere un rapporto di vicinato più fruttuoso di quello avuto durante il periodo Dodon fino alla necessità di dimostrare che la sua presidenza sarà più attiva sul piano internazionale rispetto a quella di Porošenko, il presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj ha più di un motivo per incontrare Maia Sandu e porre le basi per una collaborazione futura – anche in chiave anti-russa, qualora si rivelasse necessaria.

La questione Transnistria

Mosca, che inizialmente si era mostrata accondiscendente nei confronti del risultato delle elezioni moldave, non sembra aver invece particolarmente gradito le recenti dichiarazioni di Maia Sandu in merito alla Transnistria. La presidente, infatti, lo scorso 30 novembre ha richiesto che il Cremlino disponesse il ritiro dei duemila soldati russi ancora dislocati nella regione autonoma, dal momento che non è mai stato formato un accordo scritto in merito tra i due Paesi. Istantanea è stata la risposta dell’addetto stampa di Putin, Dmitry Peskov, che ha ribadito l’intenzione di Mosca di mantenere i soldati nella regione in continuità della missione di peacekeeping, iniziata negli anni Novanta, quando la guerra civile infiammò la Repubblica Moldova all’indomani della dissoluzione dell’URSS. Una scusante che, tuttavia, appare quantomai anacronistica e che ha spinto la Sandu a chiedere che il contingente russo venga sostituito da una missione di osservatori civile sotto l’egida dell’OSCE.

Ciò nonostante, la Russia non ha alcuna intenzione di abbandonare la regione del Dnestr (nome russo del fiume Nistru, da cui appunto Transnistria), che non solo le permetterebbe di disporre in breve tempo di un contingente militare da inviare in Ucraina, qualora Zelens’kyj decida di riaccendere il conflitto in Crimea, ma le garantisce notevole sicurezza contro le basi militari e le armi potenzialmente nucleari dislocate dalla NATO in Romania.

Nuovi (dis)equilibri

La Moldova guidata da Maia Sandu è indubbiamente intenzionata a modificare il suo assetto politico interno, così come il suo ruolo sulla scacchiera internazionale.

La dimissione dell’intero governo Chicu, a fine dello scorso dicembre, ha creato problemi alla neoeletta presidente, che si è ritrovata a dover fronteggiare una situazione anticostituzionale, poi parzialmente risolta. Il vuoto lasciato dall’esecutivo, seppur critico, può essere interpretato se non come un segnale positivo del cambiamento degli equilibri interni e un primo passo nella lotta alla corruzione – come utopisticamente celebrato da qualcuno -, sicuramente come un segnale del periodo di transizione in cui si troverà a vivere il Paese nei prossimi anni.

A livello internazionale, la vittoria di Maia Sandu è stata applaudita dalla comunità occidentale, che spera di poter utilizzare il piccolo Stato rumeno-fono come ultimo baluardo in una lotta contro il neo-espansionismo russo. Il presidente romeno Klaus Iohannis si è subito recato in visita a Chișinău per assicurare il proprio sostegno a quella che ritiene una sorella minore, nella speranza di liberarla una volta per tutte dell’appannaggio di Mosca e porre finalmente le basi per la creazione di una grande Romania unita. D’altra parte, il vicecapo dell’ufficio del Presidente ucraino, Igor Zhovkva, ha annunciato che la Sandu si recherà in visita ufficiale a Kiev martedì 12 gennaio. Un incontro che potrebbe scontentare ulteriormente la Russia. Se, infatti, in un primo momento, il Cremlino era parso accettare la sconfitta del candidato filorusso Igor Dodon – probabilmente, a causa del desiderio di alcuni appartenenti agli ambienti moscoviti di cambiare il ‘campione’ in gioco -, è indubbio ce le dichiarazioni di Maia Sandu in merito alla Transnistria hanno generato più di un malcontento a Mosca, che non ha alcuna intenzione di cedere il controllo della regione.

Risulta, quindi chiaro, che l’attuale situazione moldava sia caratterizzata da una riscrittura delle proprie posizioni interne ed esterne, che potrebbero finalmente portare il Paese ad uscire dall’impasse in cui stagna da decenni, con un miglioramento delle proprie condizioni economico-politiche, ma anche sociali e a livello di diritti umani. Tale percorso sarà sicuramente sostenuto e caldeggiato dall’Unione Europea. In tale contesto, la Russia potrebbe lasciar correre e permettere il mutamento, a patto che Chișinău tralasci la Transnistria. In caso contrario, non è difficile supporre che Mosca farà sentire la propria influenza per mezzo dei molti politici filorussi presenti nel Paese, primo fra tutti Renato Usatîi, che ha giocato un ruolo non da poco nella vittoria elettorale della Sandu.

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