IL VACCINO CONTRO IL COVID-19 È HALĀL?

Nei paesi a maggioranza musulmana la strada per il vaccino anti Covid-19 ha percorso un doppio binario, richiedendo una duplice approvazione: quella delle autorità sanitarie e quella delle autorità religiose, per via della necessità di un vaccino conforme ai divieti sharaitici. 

Il vaccino anti Covid è halāl? E nel caso in cui non lo fosse, è comunque inoculabile?

A sollevare il quesito è stato il Consiglio di religiosi ulāma (giurisperiti) del più grande paese musulmano del mondo, l’Indonesia. Con 800.000 infezioni e 23.000 morti, primo paese del Sud-est asiatico per numero di contagi, l’Indonesia ha disposto un programma di vaccinazione e acquistato 3 milioni di dosi, fermo restando la necessità di acquisire maggiori informazioni e rassicurazioni non solo circa la sicurezza e l’efficacia del vaccino, ma anche sulla sua conformità alla sharī‛a[1]

La stessa necessità è stata espressa da altri paesi a maggioranza islamica come gli Emirati Arabi, l’India e la Malesia; quest’ultima aveva annunciato l’acquisto del vaccino dalla casa farmaceutica britannica Astrazeneca, autorizzato anche dal governo indiano. Il Consiglio di ulāma riuniti a Mumbay il 24 dicembre scorso aveva però emesso una fatwā(parere giuridico non vincolante) con la quale decretava la non ammissibilità del vaccino Sinovac cinese, a causa della presenza di “gelatina con derivati di carne suina” utilizzata come stabilizzante, ossia a garanzia della sicurezza e del mantenimento dell’efficacia nelle delicate fasi di trasporto e conservazione. Astrazeneca, Pfizer e Moderna ne avevano invece assicurato l’assenza.

Un importante interrogativo – come spiegato dal dottor Salman Waqar, Segretario Generale della British Islamic Medical Association – è quello volto a chiarire se un derivato della carne di maiale che ha subito una significativa trasformazione chimica sia ancora da considerarsi harām, cioè religiosamente impuro e dunque vietato. La questione non è nuova, ma richiama dibattiti del passato, anche recente, e un importante precedente giuridico che riguarda proprio l’Indonesia. 

Nel 2018, infatti, il Consiglio indonesiano degli ulāma, aveva decretato la non liceità dei vaccini contro il morbillo, sempre a motivo della presenza di “gelatina di maiale”; successivamente però, i casi di morbillo erano aumentati in modo esponenziale, portando il paese ad essere il terzo nel mondo per numero di casi registrati. Questo precedente evidenzia una caratteristica importante del diritto islamico e più in generale delle prescrizioni sharaitiche: la flessibilità. Sebbene, infatti, nell’immaginario collettivo l’islām sia rigido e intransigente, «ha optato per una certa flessibilità nelle scelte e, fatte salve posizioni di principio, ha consentito una sostanziale elasticità di giudizio»[2]

Per questo motivo e sulla base di importanti precedenti, lunedì 11 gennaio, l’agenzia governativa indonesiana che si occupa del controllo e della sicurezza dei farmaci ha dato una “autorizzazione di emergenza” alla inoculazione del vaccino contro il Covid-19, sviluppato dalla tanto discussa Sinovac cinese. La ratio di tale approvazione risiede non solo nella citata flessibilità della Legge islamica, ma nella necessità di dare avvio al programma di vaccinazione senza ulteriore ritardo, alla luce della situazione emergenziale. 

La strategia indonesiana

Penny Lukito – responsabile dell’agenzia – ha dichiarato in conferenza stampa che «a giudicare dai dati e considerando le linee guida della Organizzazione Mondiale della Sanità, il CoronaVac ha raggiunto i requisiti per la approvazione del suo utilizzo». Così come altri paesi, l’Indonesia ha stabilito la sua strategia di vaccinazione indicando alcuni criteri circa i soggetti da vaccinare in via preferenziale, distinguendosi però nell’indicare i giovani come categoria prioritaria perché ritenuta più a rischio. A seguire operatori sanitari, impiegati nei servizi pubblici, agenti di polizia e insegnanti e soltanto in seguito gli anziani, una scelta che si discosta da quelle operate dalla maggior parte dei paesi, europei e non, ossia la necessità di vaccinare per primi gli anziani ritenuti soggetti fragili e dunque maggiormente a rischio. 

A spiegare la scelta del governo indonesiano vi sarebbero due ordini di motivi. Il primo riguarda l’attesa di un chiarimento da parte della BPOM (Agenzia indonesiana per il controllo dei farmaci e degli alimenti) sulla somministrazione del vaccino agli over 60. Il secondo riguarda la minore esposizione di quel target per via della sua propensione a stare a casa, non essendo più in età lavorativa. Si ritiene, dunque, che vaccinare prioritariamente i giovani che si recano quotidianamente a scuola e a lavoro e più frequentemente escono, sia una buona strategia per tutelare indirettamente anche gli anziani. 

La corsa al vaccino

Il “caso indonesiano” ha posto in evidenza non solo importanti profili giuridico-religiosi ma è anche una ulteriore dimostrazione di come la necessità di sviluppare prontamente un vaccino contro il Covid-19 abbia innescato una corsa con importanti esiti di natura geopolitica. 

La Cina, così duramente criticata per la gestione della pandemia e da più parti persino accusata di averla provocata – un’accusa non solo mai provata ma ormai ufficialmente smentita – punta a riguadagnare consenso internazionale e intende sfruttare la situazione per consolidare la sua influenza su alcuni paesi e tra questi, per i motivi sopra spiegati, l’Indonesia.

Come risvolto positivo della competizione geopolitica è ugualmente importante evidenziare come per la prima volta si sia registrata una rete di collaborazione scientifica e uno stanziamento di fondi senza precedenti, in nome di un interesse planetario. Se a prevalere nel lungo periodo sarà questo o i ben noti “egoisimi” degli Stati nazionali, è presto per dirlo. 


[1] Per un primo approccio al tema, si suggerisce M. Papa e L. Ascanio, Sharī‛a, La legge sacra dell’islam, il Mulino, Collana Farsi un’idea, Bologna 2004.

[2] A. Ventura, L’islām sunnita nel periodo classico (VII-XVI secolo), in Islam, G. Filoramo (a cura), Editori Laterza, Bari 2007,  p. 113.

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