GLI STATI FRAGILI: REALE MINACCIA ALLA SICUREZZA INTERNAZIONALE?

Gli Stati fragili: primo fra tutti lo Yemen e poi la Somalia. Le più stabili Finlandia e Norvegia. Crollo del Cile – Greenreport: economia ecologica e sviluppo sostenibile

Il concetto di “Stato fragile” è relativamente recente e ha acquisito rilievo nel periodo successivo alla Guerra fredda, quando il problema prevalente nella sicurezza internazionale passò dal mantenimento di un equilibrio di potere tra superpotenze alle minacce derivanti da diversi casi di instabilità e debolezza regionale.

Soprattutto oggi, nell’era globalizzata, eventuali crisi possono dunque assumere una dimensione mondiale diventando un deterrente per la sicurezza internazionale.

La differenza fra Stati falliti e Stati fragili

Ci sono degli elementi riconosciuti nel diritto internazionale che definiscono il concetto comune di statualità: un territorio, una popolazione e un governo effettivo. Inoltre la Convenzione di Montevideo del 26 dicembre 1933 definisce il concetto di Stato come soggetto internazionale, ovvero come un soggetto capace di entrare in relazioni con altri Stati.

La principale problematica nel riconoscimento di uno Stato dunque non consiste nel determinare o meno la sua esistenza ma nel dimostrare la reale statualità di quest’ultimo che è inevitabilmente connessa all’esistenza di un governo effettivo.

L’elemento caratterizzante degli Stati falliti è la mancanza di un governo effettivo ma, a prescindere dal requisito dell’effettività, oggigiorno continuano ad essere comunemente considerati Stati per la paura della comunità internazionale a dar origine ad un territorio nullius, con gli inevitabili pericoli associati ad un vuoto di potere.

Il concetto di Stato fragile è invece un costrutto prettamente teorico che non viene delineato da una singola definizione ma piuttosto da un framework di analisi.

Gli Stati in questione sono ad alto rischio di fallimento a causa di un’instabilità politica, sociale ed economica, nella quale la mancanza di un apparato istituzionale adeguato non permette di garantire una serie di servizi basilari come il mantenimento dell’ordine pubblico e il rispetto dei diritti umani della popolazione.

Inoltre l’elemento fondante di qualsiasi Stato stabile è il senso di comunità fra i cittadini, proprio per questo eventuali differenze linguistiche, religiose ed etniche possono diventare fattori scatenanti della fragilità dello stesso.

Nonostante l’esistenza di diversi indici che permettono la misurazione dei gradi di fragilità, si è preferito nel corso degli ultimi anni adottare un metodo pluridimensionale combinando analisi quantitative e qualitative.

La fragilità degli Stati come una delle principali minacce alla sicurezza internazionale

Diversi documenti strategici della NATO, Nazione Unite, Unione Europea e Stati Uniti d’America dimostrano come le possibili minacce alla comunità internazionale derivanti da situazioni di fragilità regionali siano al centro del dibattito contemporaneo, soprattutto dopo il l’11 settembre 2001.

Ponendo attenzione all’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile è evidente come si tenga sempre più in considerazione anche il concetto di sicurezza umana, incentrata dunque sul singolo individuo, e di sicurezza ambientale.

La protezione e lo sviluppo delle risorse naturali risulta infatti fondamentale in quanto nei prossimi anni un’ulteriore diminuzione di tale risorse, dovuta anche ai cambiamenti climatici, potrebbero essere causa di conflitti sempre più violenti e di un aumento ulteriore dei flussi migratori.

Alla situazione di fragilità di molti Stati si aggiunge il ruolo pericoloso della criminalità organizzata, la quale spesso tende ad incentivare situazioni conflittuali per trarne vantaggio in termini di potere e controllo sul territorio.

Stando al parere dello United Nations Office on Drugs and Crime, diverse organizzazioni criminali hanno raggiunto un potere tale da controllare interi paesi. Dal Medio Oriente all’America Latina, dall’Africa sub-sahariana ai Balcani, attori sub-statali come cartelli della droga, organizzazioni terroristiche, guerriglieri o gruppi di autodifesa si sono imposti prepotentemente acquisendo una forte influenza internazionale a causa dell’inefficienza di alcuni governi locali.

Le missioni internazionali negli Stati fragili

Negli ultimi trent’anni si sono succedute numerose missioni internazionali per la stabilizzazione degli Stati fragili e, in soli dieci anni, i fondi finanziari a sostegno di quest’ultimi sono raddoppiati. Progetti di sostegno allo sviluppo internazionale sono fondamentali in quanto vi è una relazione circolare fra sviluppo e fragilità: il sottosviluppo implementa la fragilità e la fragilità impedisce a sua volta lo sviluppo.

Purtroppo, pochi sono i casi di successo documentati di tali operazioni, in quanto generalmente esse tendono a porre il focus sulla mediazione e risoluzione dei conflitti interni, cercando poi di avviare dei processi di democratizzazione e rafforzamento delle istituzioni seguendo però un modello occidentale di ricostruzione dello Stato.

E’ altresì importante evidenziare come il livello di fragilità derivi da un peggioramento di una serie di difficoltà preesistenti, il cui sfociare in eventi particolarmente violenti è solo la punta dell’iceberg. Proprio per questo interventi esterni di breve durata con rapide soluzioni non permettono di risolvere i veri problemi di base e in alcuni casi possono anche peggiorare la situazione di questi Paesi: pensiamo al fallimento delle operazioni di stabilizzazione in Iraq e Afghanistan.

A dimostrazione dell’inefficienza generale basti pensare al U.N. Peacekeeping che ad oggi non dispone di un corpo militare permanente: ogniqualvolta che il Consiglio di Sicurezza autorizza una missione di pace deve richiedere ai singoli Stati membri la disponibilità a schierare le proprie truppe. Ciò inevitabilmente porta ad un rallentamento dell’operazione e nel contempo minaccia la credibilità stessa delle forze messe in campo.

Ulteriore elemento chiave per il miglioramento delle missioni internazionali è il superamento dell’attuale approccio settoriale, in quanto le diverse fragilità economiche, sociali, ambientali, politiche e militari sono elementi complementari e proprio per questo devono essere affrontate simultaneamente.

Per concludere, secondo molti studiosi è la nozione stessa di Stato fragile a contribuire al fallimento della maggior parte delle missioni internazionali essendo approssimativa e non esplicativa di tutte le difficoltà che si celano nelle condizioni di scarsa sovranitàmentre secondo altri è una mera etichetta strumentale coniata dalle potenze occidentali per giustificare i propri interventi in loco.

Altre fonti:

Paolo Foradori e Giampiero Giacomello, Sicurezza Globale: le nuove minacce

Attila Tanzi, Introduzione al diritto internazionale contemporaneo 

1 Comment

  1. Complimenti! Ho trovato interessante l’argomento di questo articolo e penso che ci possa far riflettere un po’ di più tutti quanti.

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