GLI HOUTHI NELLA BLACKLIST, MOSSA CONTRO TEHERAN

Gli Houthi come terroristi significa il rafforzamento della “maximum pressure”

Nei giorni scorsi il Segretario di Stato statunitense Pompeo ha annunciato che gli Stati Uniti hanno inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche i ribelli filo-iraniani degli Houthi che operano sul territorio dello Yemen e che ultimamente hanno rafforzato la propria presenza nel nord del Paese.

Questa decisione, che verrà notificata al Congresso nei prossimi giorni, include anche la volontà di designare come terroristi tre leader del gruppo in questione e di sanzionarne altri cinque per violazioni dei diritti umani, maltrattamenti, torture e aggressioni ai danni degli operatori sanitari che operano nel Paese.

Questi ultimi individui appartengono al Dipartimento investigativo criminale di Sanaa, la capitale yemenita sotto il controllo dei ribelli pro-Teheran e sono da ricondurre al Ministero degli Interni.

Si tratta di una delle ultime mosse in politica estera dell’era Trump che conferma ulteriormente come l’obiettivo sia quello di incrementare la “maximum pressure” sulla Repubblica islamica colpendola indirettamente tramite provvedimenti indirizzati ad attori da essa sponsorizzati, come gli Houthi.

Tale azione renderà ancora più difficile l’operato del prossimo Presidente, Biden, il quale aveva fatto comprendere di voler rivedere l’accordo sul nucleare con l’Iran, il JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action), e di avviare nuove trattative diplomatiche con quello che, attualmente, è il nemico numero uno di Washington.

Se queste sono le premesse, quali saranno le conseguenze dell’inserimento degli Houthi nella lista delle organizzazioni terroristiche?

Organizzazioni Umanitarie, Arabia Saudita E Joe Biden

Trump e Pompeo hanno dimostrato in questi anni di essere propensi all’indebolimento del regime iraniano e di non voler concedere assolutamente nulla all’avversario, optando anche per azioni militari che avrebbero potuto portare a ripercussioni nella regione mediorientale, come la morte del generale Soleimani nel gennaio dello scorso anno.

Analizzando meglio l’inserimento dei ribelli cooptati da Teheran in quello che l’ONU considera il Paese con la più grave crisi umanitaria del mondo, è necessario fare delle puntualizzazioni.

Primo, il gesto dell’amministrazione Trump potrebbe far scatenare atti di recrudescenza da parte dei miliziani attivi nello Yemen. Infatti, è fortemente a rischio l’attività delle organizzazioni umanitarie che, da diversi anni, sono impegnati sul suolo yemenita e che, molto spesso, hanno dovuto “trattare” con i ribelli per entrare nei territori più colpiti dal conflitto civile iniziato nel 2015.

Così le organizzazioni umanitarie rischiano di operare in una condizione di maggiore difficoltà. In quanto i ribelli degli Houthi potrebbero condurre dei veri e propri attacchi mirati, effettuare dei controlli non necessari sulla carta e, perciò, ostacolare attività fondamentali.

Tra l’altro, tale scenario non è da escludersi in quanto, ultimamente, gli Houthi hanno attaccato più volte siti strategici sauditi collocati sul fianco esposto di Riyad, e, probabilmente, sono da ritenersi i responsabili dell’attacco all’aereo su cui la settimana scorsa viaggiavano i nuovi membri del governo yemenita sponsorizzato dai Sauditi.

Quindi, riallacciandoci a queste circostanze, non è neanche da escludere che i ribelli filo-iraniani possano colpire nuovamente aree saudite, sfruttando le loro tattiche non-convenzionali.

Il regno saudita, da parte sua, sicuramente accoglie positivamente l’ingresso degli Houthi nella lista delle organizzazioni terroristiche, ma mostra, per l’ennesima volta, forti difficoltà all’interno di un conflitto che non riesce ancora a risolvere e nel quale è palesemente impantanata.

In questi anni, le debolezze dell’Arabia Saudita nello scenario yemenita, sono state colmate dall’intervento e dal supporto statunitense. È proprio riguardo questo punto che sarà fondamentale comprendere in quale direzione andranno le relazioni tra i due Stati.

Infatti, Joe Biden ha diverse volte inteso di voler interrompere il supporto del proprio Paese alla coalizione a guida saudita nello Yemen, bloccando anche l’export di armi verso il regno saudita. Tuttavia, il prossimo presidente della Casa Bianca non potrà tener conto dell’inserimento del gruppo dei ribelli nella lista nera, in quanto il provvedimento dovrebbe entrare ufficialmente in vigore il 19 gennaio, poco prima del suo insediamento vero e proprio.

Ciò renderà ancora più complicate le future trattative tra Biden e Teheran ma conduce ad un’ulteriore riflessione. Come si comporterà il prossimo presidente a proposito degli aiuti che il proprio Paese ha inviato allo Yemen, in particolare nella parte settentrionale del Paese? 

Lo scorso anno l’amministrazione trumpiana è stata il principale donatore con circa 620.000 dollari, curando l’aspetto umanitario, anche se si è trattata di una vera e propria riduzione i termini economici.

Riduzione rapporti tra Biden Bin Salman?

Si potrebbe facilmente intuire che, se Joe Biden decidesse di fermare il supporto di Washington all’Arabia Saudita nello Yemen, Bin Salman si troverebbe ancora più in difficoltà nell’affrontare il complicato dossier yemenita. Il blocco dell’invio di armi potrebbe far ridurre un considerevole flusso commerciale tra le due parti che in questi anni si è rivelato cospicuo.

Questo non escluderebbe la richiesta saudita di armi ad altri Paesi, come la Cina o la Russia, perché la sconfitta dei ribelli yemeniti non ha mai smesso di essere la priorità di Bin Salman.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Latest from MEDIO ORIENTE DAILY