STATI UNITI E TURCHIA: RELAZIONI DA CHIARIRE

Tra gli Stati Uniti e la Turchia di Erdogan non corre buon sangue, ma i fondamenti dell’alleanza rimangono intatti. Cosa possiamo aspettarci dalla nuova amministrazione Biden e perché serve una giusta dose di “diplomazia creativa”?

Negli ultimi anni, le relazioni tra Stati Uniti e Turchia hanno sperimentato un alto grado di problematicità. Contraddizioni strutturali, molteplici punti di frizione, interessi e ambizioni geopolitiche differenti, mosse e toni di sfida, ma anche importanti interdipendenze, spazi di cooperazione e l’appartenenza alla NATO ci inducono a riflettere sulle prospettive di una relazione che, indubbiamente, necessita di chiarimenti. Se la storia insegna che i due Paesi hanno sempre trovato una sintesi per gestire le tensioni, il presente racconta di un’alleanza in cui i sospetti reciproci la fanno da padrone. 

La Turchia è tradizionalmente un alleato geostrategico per gli Stati Uniti, che, a loro volta, intrattengono con Ankara considerevoli interscambi economici e finanziari. Tuttavia, la fine dei blocchi della Guerra Fredda e la formazione di un ordine internazionale multipolare hanno incoraggiato i due Paesi a ridefinire le proprie priorità strategiche. Analogamente, il ruolo della NATO– dove Stati Uniti e Turchia sono i massimi contributori di personale militare- ne è risultato fortemente depotenziato, privato della sua ragion d’essere. Così, Washington e Ankara hanno navigato nel burrascoso mare della politica internazionale tra alti e bassirelazionali.

Le cruciali interdipendenze militari, securitarie, economiche e finanziarie non hanno evitato l’emersione di dissapori e dure contrapposizioni. In particolare, l’attivismo militare, la politica espansionista e le alleanze internazionali (Russia e Iran) perseguite dal Presidente turco Recep Tayyip Erdogan hanno suscitato diffidenza presso Washington, che però nell’ultimo quadriennio non ha interferito nella politica estera turca. Il più recente e controverso pomo della discordia tra i due maggiori membri NATO è stato l’acquisto del sistema di difesa antiaerea russo S400 da parte della Turchia. A tal proposito, gli Stati Uniti hanno a più ripreso ammonito e diffidato la Turchia, in quanto “dotandosi di armamenti russi, stava minando le relazioni militari all’interno della NATO”.

La reazione statunitense, però, è arrivata soltanto nel dicembre 2020, a poche settimane dalla scadenza del mandato di Donald Trump. In base alla sezione 231 del Countering America’s Adversaries Through Sanctions Act (CAATSA), gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni militari e restrizioni sui viaggi nei confronti della Turchia. Erdogan ha prontamente salutato le sanzioni come “ingiuste e controproducenti per la solidità dell’alleanza NATO”. Ma l’amministrazione americana aveva già utilizzato in passato la leva economica e finanziaria (attraverso sanzioni, restrizioni e destabilizzazione della valuta nazionale) per punire i comportamenti di Ankara, come la detenzione di un pastore evangelico americano o le mosse militari in Siria. L’alternanza nell’utilizzo del bastone e della carota da parte dell’amministrazione Trump è stata una costante rispetto alle relazioni tra Stati Uniti e Turchia dell’ultimo quadriennio.

Al di là delle differenti vedute su alleanze e questioni geopolitiche (in particolare l’interventismo turco in Libia, Siria, Mediterraneo Est, Egeo e conflitto del Nagorno-Karabakh), l’asse turco-americano poggia su solide fondamentain primis il senso di appartenenza ad una comunità di sicurezza e l’elevata credibilità dell’alleanza presso le cancellerie internazionali. Alla luce di ciò, in che modo l’amministrazione Biden interpreterà il rapporto con una Turchia sempre più antioccidentale ed impegnata in una politica estera aggressiva e autonoma?

PROSPETTIVE DI RILANCIO O DETERIORAMENTO?

Sulle relazioni tra Stati Uniti-Turchia all’alba della presidenza Biden si addensano più ombre che luci. Innanzitutto, il tradizionale sostegno dei Democratici per il popolo kurdo della Siria è un fattore di complicazione rispetto al rilancio di un dialogo tra i due Paesi.  Erdogan considera la questione kurda nella sfera della politica interna e, dunque, difficilmente accetterà di buon grado ingerenze di qualunque portata.

Al contrario, l’amministrazione Biden potrebbe insistere sull’autodeterminazione dei kurdi, ma anche sul rispetto dei diritti umani e dello stato di diritto in Turchia, per esercitare pressione sul Governo di Ankara affinché cessi le sue manovre militari e affievolisca i propri legami e la coordinazione con la Russia. Un primo segnale di intransigenza da parte dell’incombente amministrazione è rappresentato dalla nomina di Brett McGurk come coordinatore della politica mediorientale nel National Security Council.

McGurk è ricordato come un fiero sostenitore dell’intervento americano in Siria nella lotta all’ISIS a fianco dei kurdi, ma soprattutto è considerato dai funzionari turchi come un grande detrattore del regime di Erdogan. Medesimo ragionamento vale per il Presidente Biden, che in tempi recenti ha definito Erdogan come un “autocrate” che “ deve pagare un caro prezzo” per le azioni perpetrate ai danni dei kurdi. Benché esistano sensibilità ostili al Governo turco, potrebbero aprirsi spazi per un dialogo costruttivo: dipenderà dalle priorità di politica estera della nuova Casa Bianca.

In primo luogo, la Turchia potrebbe rivelarsi un mediatore prezioso tra Stati Uniti e Iran qualora l’amministrazione Biden volesse riesumare o rielaborare l’accordo sul nucleare. Poi, instaurare una cooperazione di ampio respiro con la Turchia si rivela imprescindibile per stabilizzare teatri di conflitto come la Libia e il Nagorno-Karabakh. La Turchia è, altresì, un partner fondamentale per affrontare i temi migratori e della sicurezza marittima. Infine, gli spazi per un rilancio dell’asse turco-americano passano inevitabilmente dalla coordinazione con Arabia Saudita e Israele, gli alleati di Washington nella regione in cui la Turchia (principale alleato del Qatar) sta acquistando sempre più influenza e posizioni. 

Se è pacifico affermare che è sempre stato difficile allineare la geografia con la politica nelle relazioni Usa-Turchia, prevarranno gli interessi comuni o i punti di frizione, la cooperazione o la competizione? Certamente, per definire la traiettoria dell’alleanza turco-americana serve una giusta dose di diplomazia creativa

Emanuele Gibilaro

Classe 95, analista di politica estera USA, membro del direttivo IARI e brand ambassador. Studente magistrale in Relazioni Internazionali (indirizzo Diplomazia e Organizzazioni internazionali) presso l’Università degli Studi di Milano. Ho conseguito la laurea triennale in “Storia, politica e Relazioni internazionali” a Catania- città di cui sono originario- con una tesi sul rapporto tra giornalismo e comunicazione politica durante alcuni eventi salienti della storia contemporanea di Italia e Stati Uniti.
Per IARI mi occupo di politica estera e interscambio diplomatico degli Stati Uniti con i principali attori internazionali. Ma anche di questioni energetiche e sicurezza nazionale. Approfondisco tali tematiche da diversi anni, in un’ottica che contempera dimensione giuridica, storica, diplomatica, militare ed economica.
Ho sposato il progetto IARI fin dal primo giorno della sua fondazione, perché ho visto un gruppo affiatato, competente e motivato a creare una realtà che diventasse un punto di riferimento per il mondo accademico italiano, ma anche per chi desidera avere un quadro sulla politica e i fenomeni internazionali. Abbiamo scelto il formato di think tank specializzato in quanto fenomeni complessi come quelli internazionali meritano un’elaborazione analitica, precisa e pluridimensionale, che non semplifichi le questioni con ideologie e luoghi comuni (così come spesso accade nelle testate giornalistiche del nostro Paese). Pertanto, l’analista deve mettere le sue competenze a disposizione del lettore, individuando possibili scenari e fornendo a chi legge tutti gli elementi necessari alla formazione di un’opinione.

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