MILITARIZZAZIONE DELLE CRISI, SOLITUDINE INTERNAZIONALE

La crisi libica ha fatto emergere alcune criticità strutturali della politica estera, di difesa e di sicurezza dell’Italia. In un Mediterraneo sempre più competitivo, Roma deve riscoprire la vocazione ad agire da sola.

Nel corso di un dibattito avvenuto durante il Festival di Limes, svoltosi a Genova ad ottobre 2020, il Primo Ministro italiano Giuseppe Conte, parlando a proposito della crisi libica, ha affermato che, quantunque diversi attori stiano ricorrendo alla forza militare per tutelare i propri interessi, aggravando in tal modo l’entità della crisi stessa, l’Italia, per parte sua, non avrebbe fatto ricorso allo strumento militare in Libia, escludendo dunque la possibilità di un intervento armato diretto da parte di Roma nel caso in cui le circostanze della crisi dovessero peggiorare ulteriormente e gli interessi nazionali dovessero essere messi seriamente a rischio.

Tale affermazione da parte del Primo Ministro è perfettamente in linea con quanto espresso più volte dai vertici della diplomazia italiana, in primis dal Ministro per gli Affari Esteri Di Maio, il quale ha ripetutamente dichiarato che non esiste una soluzione militare al conflitto libico, ma solo una di tipo politico-diplomatico, e che l’Italia non sarebbe disposta ad impiegare risorse di natura militare in operazioni di combattimento ad alta intensità in Libia[1].

Le dichiarazioni rilasciate da Conte e Di Maio rispecchiano appieno quelle che sono le caratteristiche strutturali della cultura strategica italiana, collocandosi perfettamente entro i pilastri, nonché limiti, di pacifismo, multilateralismo e internazionalismo che dal 1948, anno di entrata in vigore della Costituzione, rappresentano gli elementi fondanti della cultura strategica della Repubblica Italiana.

Nonostante l’Italia sia il 12° Stato al mondo per spesa militare[2], e sia dotata di Forze Armate ben addestrate ed equipaggiate, con sistemi d’arma all’avanguardia e tecnologicamente avanzati, come ad esempio i velivoli Eurofighter Typhoon ed F-35, le fregate FREMM, la portaerei Cavour e i sottomarini U 212-A, la Repubblica Italiana è tradizionalmente restia all’uso della forza, quantomeno in contesti unilaterali o bilaterali. Nel corso degli ultimi decenni, specialmente dopo la fine della Guerra Fredda, le Forze Armate Italiane hanno partecipato a numerose e complesse operazioni militari all’estero, soprattutto in Medio Oriente (Iraq, Afghanistan, Libano), in Africa (Somalia, Libia) e in Europa (Balcani, Albania).

Tuttavia, la grande maggioranza delle missioni all’estero si è svolta (e si svolge tutt’ora) in una cornice multilaterale, nell’ambito di alleanze militari strutturate come la NATO o di coalizioni create ad hoc (come in occasione della Prima Guerra del Golfo, nel 1990-1991), con la partecipazione di diversi Stati appartenenti al cosiddetto blocco occidentale, e quasi sempre sotto la guida, o comunque con la partecipazione, degli Stati Uniti, la cui presenza si rivela cruciale sia per ragioni politico-diplomatiche sia per motivazioni legate alle esigenze operative. L’Italia, dunque, ha più volte dimostrato di possedere le capacità necessarie a condurre operazioni militare complesse, anche lontano dalla madrepatria, in condizioni difficili e in teatri considerati ad alta intensità, partecipandovi con mezzi aerei, terrestri e navali, ricevendo spesso elogi da parte delle forze armate di altri Paesi, e pagando anche un costoso tributo in termini di vite umane dei propri soldati.

Questa tipologia di interventi armati si rende necessaria da un lato per tutelare gli interessi, diretti o indiretti, dei Paesi che vi prendono parte, dall’altro per stabilizzare una determinata situazione di crisi, la quale può essa stessa costituire una minaccia agli interessi di alcuni Stati, e che si può evolvere nel tempo fino a diventare una crisi militarizzata, una vera e propria guerra, in cui gli attori coinvolti utilizzano lo strumento militare, o che si configura fin dalle origini come un conflitto, una crisi in cui l’utilizzo della forza militare rappresenta uno degli elementi caratterizzanti.

In passato, in circostanze di questo tipo che richiedevano appunto l’impiego dello strumento militare, l’Italia è intervenuta con le proprie Forze Armate quasi sempre e solo in stretto coordinamento con altri Stati, agendo, come si è già detto, in contesti multilaterali al fianco di altri Paesi, in primis assieme agli Stati Uniti. Tuttavia, cosa succede, invece, quando le circostanze e gli interessi da tutelare potrebbero configurare lo spazio per un intervento armato dell’Italia, ma in un contesto puramente unilaterale o bilaterale, senza la partecipazione diretta di altri Paesi, o quantomeno senza un loro supporto più o meno esplicito? L’Italia sarebbe capace, o sarebbe disposta, ad utilizzare la forza militare per tutelare degli interessi nazionali diretti, in un teatro ad alta intensità ed in modo unilaterale (o al massimo, bilaterale)?

Questa è la situazione che si è venuta lentamente a configurare in Libia nel corso degli ultimi due anni, con un‘escalation della crisi e una militarizzazione della stessa, da parte di attori sia domestici che esterni, e con una profonda divisione della comunità internazionale circa le iniziative da intraprendere per gestirla, al fine di impedire il collasso totale del Paese.

Considerando le profonde divisioni e le differenti posizioni di diversi Paesi europei sulla crisi libica, unite ad un certo grado (elevato, anche se non totale) di disinteresse per la stessa da parte degli Stati Uniti, e ad un aumento del numero di attori esterni coinvolti, di provenienza per lo più asiatica e mediorientale, l’Italia si è trovata spesso isolata in Libia, impossibilitata ad agire all’intero di un preciso, chiaro e ben delineato quadro multilaterale (come invece avvenne nel 2011 con la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite 1973 e l’intervento militare della NATO, cui Roma prese parte attivamente), condizione necessaria (anche se probabilmente non sufficiente da sola) per un ipotetico intervento militare in Libia da parte italiana. 

Eppure, l’Italia è già presente militarmente in Libia nell’ambito della Missione bilaterale di assistenza e supporto in Libia (MIASIT), con circa 400 militari, 142 mezzi terrestri e 2 mezzi aerei schierati tra Tripoli e Misurata, nonché con diverse unità della Marina Militare che pattugliano più o meno regolarmente le acque antistanti la costa libica. Inoltre, in diverse occasioni Roma ha provato a sollecitare l’attenzione di altri Paesi, soprattutto europei, e degli Stati Uniti sulla crisi libica, al fine di costituire un fronte univoco e coeso per gestire in maniera appropriata il dossier libico, senza mai riuscire però in tale impresa, e ritrovandosi così isolata, impossibilitata ad agire, e con la propria influenza nell’ex colonia fortemente ridimensionata.

La crisi libica offre preziosi spunti di riflessione, dunque, perché permette di far emergere una criticità strutturale della politica estera, di difesa, e di sicurezza dell’Italia: come tutelare gli interessi italiani, nel momento in cui questi sono messi a rischio da una crisi complessa, la quale da un lato si evolve e si militarizza, trasformandosi in un vero e proprio conflitto armato, e dove dall’altro lato la comunità internazionale e le alleanze tradizionali di riferimento (UE e NATO) sembrano inermi e non possono (o non sono disposte) a svolgere un ruolo attivo? Come tutelare gli interessi nazionali italiani durante la fase di militarizzazione di una crisi e in una condizione di “solitudine internazionale”, non essendo però disposti ad usare la forza armata in maniera unilaterale o bilaterale, e dovendo dunque rimanere nei limiti di pacifismo, internazionalismo e multilateralismo, i pilastri e valori fondanti della cultura strategica italiana?

Tale questione, cruciale di per sé,  acquista ancora maggiore rilevanza se si considerano le attuali dinamiche geopolitiche e le prospettive future della regione del Mar Mediterraneo: instabilità diffusa, una crescente competizione geopolitica generale, elevato rischio per gli interessi italiani nell’area e maggior probabilità di dover intervenire in maniera più diretta ed efficace per difenderli, generale corsa al riarmo (soprattutto navale) e maggior probabilità che si verifichino conflitti o scontri armati, o che crisi politiche si tramutino in crisi militari.

Inoltre, una forte divisione della comunità internazionale e del blocco occidentale al suo interno, data la complessità e l’interdipendenza dei vari dossier aperti e degli interessi in gioco, assieme ad un progressivo disinteresse degli Stati Uniti per il Mediterraneo, si traducono in una maggiore probabilità che l’Italia si ritrovi in futuro a dover agire da sola, piuttosto che in un contesto multilaterale, e quindi a dover difendere unilateralmente i propri interessi nell’area, eventualmente anche facendo ricorso, o minacciando di far ricorso, allo strumento militare. Almeno in teoria, perché, dichiarando apertamente di non voler utilizzare le (considerevoli e importanti) risorse militari di cui dispone, l’Italia rischia di perdere credibilità, influenza, capacità negoziale e potere dissuasivo nei confronti degli altri attori, tanto amici e alleati, quanto ostili e rivali, rischiando di essere condannata all’irrilevanza internazionale e di perdere la partita ancor prima di giocarla.


[1] G. Dottori, “Arma contro arma: l’Italia senza bussola divide i militari”, in Limes 10/2020, p. 83.

[2] “Trends in world military expenditures, 2019”, SIPRI Fact Sheet, SIPRI, April 2020.

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