L’ASCESA DELL’ “INDO-PACIFICO” PARTE DAL GIAPPONE

Negli ultimi anni, il concetto di “Indo-Pacifico” ha assunto popolarità nei discorsi mediatici e politici internazionali al punto tale da sostituirsi alla nomenclatura di “Asia-Pacifico” nei documenti ufficiali di molti stati dell’Asia, del Pacifico e dell’Europa. Generalmente percepito come un’iniziativa statunitense mirata a controbilanciare l’ascesa della Cina, l’“Indo-Pacifico” racchiude in sé una narrativa molto più ampia. Per comprendere l’importanza del cambiamento geo-strategico che sta riorganizzando la mappa dell’Asia, è necessario mettere in prospettiva le dinamiche che hanno portato alla formazione di questo “nuovo” costrutto regionale.

Cos’è l’“Indo-Pacifico”? 

Il concetto di “Indo-Pacifico” viene reintrodotto nei dibattiti geopolitici dall’ex Primo Ministro giapponese, AbeShinzō. Nel 2007, al parlamento indiano, Abe promuove con il suo discorso intitolato futatsu no umi no majiwari (Convergenza dei Due Mari), l’unione degli oceani Pacifico e Indiano in un unico spazio geopolitico. Infatti, in termini geo-spaziali, l’Indo-Pacifico è considerato un continuum che si estende dalla costa orientale dell’Africa fino alla West Coast statunitense. Secondo l’esperto australiano sulle politiche di sicurezza, Rory Medcalf, l’“Indo-Pacifico” è una super-regione marittima che colloca al suo centro geografico il Sudest Asiatico (2018:10). La scelta di Abe di annunciare questa nuova teorizzazione dell’Asia-Pacifico a New Delhi riflette la crescente rilevanza economico-strategica dell’India nella regione. 

L’ “Indo-Pacifico”: Una Nuova Nomenclatura?

Il concetto di “Indo-Pacifico” come singola regione non è estraneo ai discorsi di geopolitica. Alcuni studiosi hanno osservato che la concezione dell’Asia come “Indo-Pacifico” è stata in pratica più durevole di quella di “Asia-Pacifico” (Medcalf 2018). Inoltre, durante la colonizzazione europea, le mappe europee dell’epoca concepivano l’Asia come uno spazio che si estendeva dal bacino dell’Oceano Indiano al Sudest Asiatico, Cina, Corea e Giappone. Infatti, le rotte commerciali dell’Impero britannico collegavano Singapore, Cina e Australia all’Africa e a Suez. 

L’emergenza della geopolitica come disciplina ha consolidato questa tendenza. Nel 1924, il primo ad estendere il termine dalle scienze marine alla geopolitica fu il geografo tedesco Karl Haushofer. Durante il periodo della Seconda Guerra Mondiale, gli Alleati chiamarono il teatro di guerra contro l’Impero giapponese, il bacino “Indo-Pacifico”, rendendo evidente l’influenza del pensiero hausoferiano. Di fatto, la denominazione di “Asia-Pacifico”, che sembra la più adeguata, è frutto, invece, della Guerra Fredda.

L’istituzionalizzazione dell’“Asia-Pacifico”, infatti, iniziò a prendere piede tra gli anni Sessanta e Ottanta con la creazione dell’Associazione delle Nazioni del Sudest Asiatico (ASEAN); del relativo dialogo sulla sicurezza, il Forum regionale ASEAN (ARF); e, soprattutto, con la Cooperazione Economica Asiatico-Pacifica (APEC). Ben presto, queste istituzioni iniziarono a riflettere l’espansione dei confini dell’Asia-Pacifico accogliendo tra le loro fila l’India e altri paesi del Sudest Asiatico. Nel 2005, la fondazione del Vertice dell’Asia Orientale (EAS)diventa la prima istituzione regionale avente carattere indo-pacifico. Lo stesso ex-Ministro degli Affari Esteri dell’Indonesia, Marty Natalegawa, descrisse il summit come “un atto conscio di diplomazia indo-pacifica da parte dei paesi del Sudest Asiatico.”

Nonostante la riconfigurazione geopolitica dell’Asia nell’ “Indo-Pacifico” parta concettualmente dal Giappone, il termine stesso viene inizialmente introdotto nei discorsi politici nel 2010 dall’allora Segretaria di Stato Hillary Clinton, per poi essere incorporato nel White Defence Paper australiano nel 2013, nella politica estera giapponese e americana rispettivamente nel 2016 e 2017, nell’approccio regionale dell’ASEAN nel 2018, e dai paesi europei, Francia, Germania e Paesi Bassi, tra il 2018 e il 2020. La diffusione del termine presuppone una rielaborazione dei vari approcci di politica estera verso l’Asia invitando anche altri stati, come il Canada, ad adottare una strategia per un “Indo-Pacifico libero e aperto”.

I 6 Trend dell’“Indo-Pacifico”

In Asia, la fine della Guerra Fredda ha portato alla diminuzione dei livelli di globalizzazione e all’intensificarsi delle dinamiche di sicurezza regionali. Per questo motivo, l’architettura di sicurezza dell’Asia è meglio compresa tramite le lenti della teoria dei complessi di sicurezza regionali (regional security complex theory, RSCT) elaborata dal politologo anglo-canadese Barry Buzan. Analizzando la storia geopolitica dell’Asia in chiave RSCT, è possibile identificare una serie di fattori ben precisi che hanno favorito la formazione di una super-regione indo-pacifica.

In primisl’ascesa dell’India e della Cina come potenze economiche, in un’area attraversata dalle più importanti rotti commerciali marittime al mondo, ha intensificato i rapporti economici, politici e culturali tra il Nordest Asiatico e l’Asia del Sud. Infatti, l’Indo-Pacifico si è sostituito all’Oceano Atlantico come il più importante corridoio commerciale marittimo del XXI° secolo. Secondo quanto stimato dall’UNCTAD, 30% del commercio marittimo mondiale passa per lo Stretto di Malacca, nel cuore dell’Indo-Pacifico. 

Lo Stretto di Malacca, nel Mar Cinese Meridionale, rappresenta virtualmente il punto di congiunzione tra l’Oceano Indiano e l’Oceano Pacifico, attraverso il quale transita più del 90% delle risorse energetiche (in particolare petrolio) che, dal Medio Oriente, si dirigono principalmente verso Cina, Giappone e Corea del Sud, ma anche verso i paesi dell’Unione Europea. Infatti, 50% del commercio marittimo europeo attraversa il Mar Cinese Meridionale, ammontando a una somma che nel 2019 corrispondeva a EUR 1.5 miliardi

Il Mar Cinese Meridionale è un itinerario commerciale vitale soprattutto per gli stati membri UE Germania, Francia e Italia, il cui carico di merci nella regione corrisponde rispettivamente al 9%, 8.1% e 7.7%.[1] Di fatto, l’Indo-Pacifico costituisce il secondo mercato più grande al di fuori dell’Europa. Questi dati rivelano che, al mondo, non esistono scambi commerciali così alti come quelli che avvengono in quest’area.

E’ dunque palese come qualsiasi perturbazione delle vie commerciali tramite blocchi militari, o intensificazione di conflitti in questo crocevia di interessi globali potrebbe provocare una crisi economica mondiale. E’ indispensabile che la libertà di navigazione continui ad essere garantita e che le rotte marittime restino sicure e “aperte”, nel rispetto del diritto internazionale del mare (UNCLOS). 

Dalla fine della Guerra Fredda, il relativo declino dell’influenza statunitense nel Sudest asiatico ha indirettamente dato maggior libertà di manovra a Pechino che, già dagli anni Settanta, inizia a reclamare le acque interne e territoriali, e zone contigue del Mar Cinese Meridionale (ricco di giacimenti petroliferi e zone di pesca) e a rivendicare la sovranità su alcune isole, tra le quali, Spratly, Paracelso, Natuna e Woody, contemporaneamente rivendicate da Filippine, Vietnam, Indonesia, Malesia e Brunei. Ben noto, infatti, è l’atteggiamento assertivo della Cina nel Mar Cinese Meridionale contro questi stati rivieraschi. 

Le rivendicazioni del Dragone nascono dal timore di un “accerchiamento strategico” previsto dalla strategia statunitense della “catena di isole”, che proponeva di accerchiare l’Unione Sovietica e la Cina dal mare, durante la Guerra di Corea (1950–1953). Di conseguenza, dalla prospettiva cinese, ottenere il controllo totale sul mare è un prerequisito necessario al fine di garantire il suo fabbisogno energetico così come permettere alla sua Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione (PLA) di proiettare potere militare nella regione grazie alle acque profonde e libere da stretti del Mar Cinese Meridionale. 

Di fatto, la rapida modernizzazione militare della Cina, unita alla costruzione di isole artificiali, presumibilmente a scopo militare, ha inasprito la politica di vicinato di Pechino, in particolare dal 2008. Da quel periodo, è infatti possibile identificare l’emergenza di un bilanciamento contro la Cina coronatosi nell’incorporazione di strategie per un “Indo-Pacifico libero e aperto” nelle politiche estere di Giappone (FOIP) e Stati Uniti, ma anche dagli approcci di Australia ed India verso la regione.

Non a caso, dagli anni 2000, il Giappone espande i suoi orizzonti politici verso l’India elevando progressivamente le relazioni bilaterali da partenariato “strategico” (2006) a “speciale” (2014). Nel 2007, oltre ad annunciare la nuova visione diplomatica del Giappone basata su “principi democratici”, Abe propone anche il Dialogo Quadrilaterale sulla Sicurezza (Quadrilateral Security Dialogue, QUAD) tra le democrazie che collaborarono nel fornire sostegno umanitario a seguito del disastro provocato dallo tsunami che colpì l’Indonesia nel 2004 (Tsunami Core Group): Giappone, Australia, India e Stati Uniti.[2] 

Tuttavia, il forum ebbe luogo insieme a esercitazioni marittime militari di portata senza precedenti (Exercise Malabar) in un’area geopolitica altamente contesa quale il Golfo del Bengala. Le proteste diplomatiche della Cina ai partecipanti seguite dalle pressioni commerciali cinesi su Canberra dissolsero l’iniziativa poiché definita come un tentativo “embrionale di allineamento militare regionale” (Medcalf 2018:18) paragonabile alla NATO.

Il Contributo Personale di Abe Shinzō

L’idea del QUAD fu successivamente resuscitata per volontà di Abe nel 2012 con il suo articolo Asia’s Democratic Security Diamond, dal quale emerge il ruolo fondamentale della cooperazione tra Giappone, India, Stati Uniti e Australia nel controbilanciare le azioni della Cina e garantire il mantenimento della libertà di navigazione e sorvolo nella regione. Solo nel 2017 il QUAD è stato istituzionalizzato mentre le prime consultazioni ufficiali hanno avuto luogo tra il 2019 e il 2020. 

Sebbene la creazione di una super-regione indo-pacifica sia un processo iniziato già a fine della Guerra Fredda, l’Indo-Pacifico deve il suo successo all’investimento personale di Abe in tale concetto. Certo, probabilmente, non avrebbe raggiunto la popolarità che sta riscuotendo oggi se l’Amministrazione Trump non avesse adottato a sua volta una strategia per l’Indo-Pacifico, reindirizzando la politica estera americana verso l’Asia — procedimento già iniziato dall’Amministrazione Obama nel 2012 con il “pivot to Asia.” Di fronte alle dinamiche di sicurezza regionali che già stavano gradualmente interconnettendo l’Asia, al Governo Abe va il merito di aver saputo creare il giusto momentum per l’ascesa dell’Indo-Pacifico. 

Bibliografia

Buszynski Leszek, ed. The South China Sea: From a Regional Maritime Dispute to Geo-Strategic Competition. Routledge, 2019, p.4

Iuppa Giulia (2020) “An Indo-Pacific Outlook for the European Union”, EIAS, http://www.eias.org/wp-content/uploads/2019/07/IPO-Briefing-Paper.pdf

Koga Kei, Japan’s ‘Indo-Pacific’ question: countering China or shaping a new regional order?, International Affairs, Volume 96, Issue 1, January 2020, Pages 49–73, https://doi.org/10.1093/ia/iiz241

Medcalf Rory (2018) “Reimagining Asia: From Asia-Pacific to Indo-Pacific” In International Relations and Asia’s Southern Tier (pp. 9-28). Springer, Singapore. 


[1]Buszynski, p. 4 

[2] In questa occasione anche Singapore partecipò all’Esercitazione Malabar 2007 

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