IL MONDO ARABO A DIECI ANNI DALLA SUA PRIMAVERA

Durante la Primavera Araba il popolo degli stati Arabi domandava maggiore democrazia. Ad oggi, il bilancio in termini di crescita democratica sembra sconfortante. La vera primavera, infatti, deve ancora avvenire: quello di dieci anni fa è stato solo l’episodio iniziale del processo democratico. 

L’EVENTO CHE HA CAMBIATO LA REGIONE

Dieci anni fa, in questi giorni, si insinuava in Egitto la rivolta che in meno di un mese avrebbe portato alle dimissioni del presidente Hosni Mubarak. Il popolo egiziano fu il secondo a ribellarsi in nome della libertà e della democrazia sulla scia della Tunisia. Qui le proteste ebbero origine dal gesto disperato di un fruttivendolo, Mohamed Bouazizi, che si diede fuoco per denunciare la disperata situazione economica e di corruzione in cui il suo paese riversava. Dopo la Tunisia e l’Egitto, l’onda della rivoluzione colpì Libia, la Siria, lo Yemen, la Giordania, l’Algeria, l’Iraq, il Bahrain, il Marocco, l’Oman e il Sudan. In realtà tutti i paesi Arabi furono coinvolti, seppur per alcuni le conseguenze furono minori e passarono inosservate a causa delle dure repressioni. 

Il termine ‘Primavera Araba’ venne utilizzato per la prima volta dal politologo Mark Lynch con riferimento alla primavera dei popoli del 1848, e divenne poi l’espressione principale per indicare le rivolte che tra il 2010 e il 2012 si sparsero a macchia d’olio tra i paesi Arabi del Medio Oriente e Nord Africa. La diffusione dei social network consentì ad attivisti e cittadini di questi paesi, nella maggior parte dei quali le libertà civili erano fortemente limitate, di organizzarsi e di riunirsi in piazza, e presto le proteste si trasformarono in rivoluzioni. 

Nessuno dei regimi travolti rimase totalmente illeso e mentre alcuni caddero, altri resistettero. In questi paesi i cittadini pagano il prezzo di quelle proteste ancora oggi. Se in Tunisia e in Egitto, infatti, la rivoluzione portò alle dimissioni dei regimi di Ben Ali e Hosni Mubarak – durati rispettivamente 25 e 30 anni – e alle elezioni generali, in Siria, Libia e Yemen le proteste infiammarono la scintilla delle sanguinose guerre civili che ancora oggi vengono attivamente combattute. 

Durante le rivolte, ciò che l popolo dei diversi stati Arabi chiedeva, era uno slancio democratico, maggiori libertà individuali, rispetto dei diritti umani e soluzioni per la povertà dilagante. Dieci anni dopo, vedendo alcuni esempi, il bilancio è più complesso di quanto non si pensasse allora. 

IL BILANCIO ATTUALE

In Siria, il governo di Assad è sopravvissuto alle proteste della Primavera Araba, ma il conflitto si è acceso su scala più ampia e nei combattimenti tra il governo centrale e la coalizione governativa ad interim sono subentrate potenze internazionali a supporto delle fazioni rivali (Turchia, ma anche Stati Uniti e stati filo-occidentali a supporto del governo ad interim, e Russia ed Iran a supporto del regime di Assad). Ad oggi, il bilancio della guerra civile siriana supera i 600 mila morti, e i rifugiati sfiorano i 5 milioni e mezzo. 

In Libia, durante l’ondata di proteste in Medio Oriente e Nord Africa, le forze ribelli si schierarono contro il colonnello Muammar Gheddafi dando vita al gruppo di opposizione che poi è diventato il Governo di Accordo Nazionale (GNA) presieduto da Al Serraj. Ad oggi, al GNA si contrappone l’erede politico di Gheddafi: il generale Haftar. Nonostante Gheddafi venne catturato e ucciso dai ribelli pochi mesi dopo l’inizio delle insurrezioni, per la Libia quello fu solo l’inizio degli scontri, e anche questa divenne teatro di guerra e di interventi quasi del tutto inefficaci da parte della comunità internazionale. 

In Yemen la rivolta ha dato vita a quella che attualmente è definita come la peggior crisi umanitaria al mondo. Le rivolte sulla scia della Primavera Araba nel 2011 portarono all’abdicazione del presidente Saleh e all’elezione di Hadi come suo successore. Tuttavia, Saleh non solo non ha mai lasciato lo Yemen, ma non ha mai smesso di controllarlo.

L’ex presidente, infatti, ha instaurato un’alleanza con il gruppo di ribelli sciiti Houti, supportato dall’Iran e massicciamente bombardato dall’Arabia Saudita sin dalla sua entrata in guerra nel 2015. Il ricco stato del Golfo, infatti, è il principale attore della coalizione sunnita che mira a sconfiggere i rivali sciiti in Yemen. Il paese, ormai da 5 anni, è perciò teatro della guerra proxy tra l’Arabia Saudita e l’Iran, nall’ambito della più ampia rivalità regionale tra sunniti e sciiti. 

Anche negli stati in cui il regime è crollato come il popolo sperava, non sono evidenti effettivi miglioramenti rispetto al decennio passato. In Egitto, per esempio, le elezioni presidenziali che seguirono la Primavera Araba furono vinte da Mohamed Morsi, il governo del quale venne rovesciato dal colpo di stato del generale Al-Sisi l’anno successivo. Al Sisi è tutt’ora in carica e nella sua lotta contro l’organizzazione Islamista ‘I Fratelli Musulmani’ ha represso duramente anche gli ultimi spiragli di democrazia che avevano portato l’Egitto alla rivoluzione. 

Proprio la democrazia, infatti, era la chiave per soddisfare le rivendicazioni del popolo in rivolta. Tuttavia, dal 2010 ad oggi i risultati in termini democratici sono esigui. Confrontando i dati riportati all’interno dell’annuale ‘Democracy Index’, si può notare che la maggior parte dei paesi Arabi in Medio Oriente e Nord Africa sono regrediti. Ad esempio, lo Yemen, che nel 2010 aveva un punteggio complessivo di 2.64, nel 2019 ha raggiunto un punteggio di 1.95.

La Siria, che nel 2010 era il 152° stato dell’indice, è scesa fino al 164° posto su 167 nel 2019. Nonostante vi siano stati dei miglioramenti in paesi come il Marocco, che dal 116° posto è salito al 96° o la Tunisia, che grazie all’approvazione della nuova costituzione ha quasi triplicato il suo punteggio anche in termini di libertà civili, complessivamente nella regione non si può ancora parlare di un vero e proprio risveglio democratico. 

IL FUTURO DIPENDE DALLE NUOVE GENERAZIONI

Nonostante gli sviluppi e l’aver dato origine ad alcune delle guerre civili più sanguinose attualmente in atto, la Primavera Araba non solo non è da guardare come un evento negativo, ma neppure come un episodio sporadico. Anzi, se la Primavera Araba ha un merito, è stato proprio quello di mostrare il malcontento, soprattutto dei più giovani, nei confronti dei regimi autoritari e corrotti. Se ad oggi il bilancio sembra sconfortante, le ragioni sono da attribuire soprattutto alle potenti lobby di clientelismo che sorreggono tali regimi.

Tuttavia, il distacco generazionale è molto ampio, e tutto lascia pensare che l’ondata di cambiamento che 10 anni fa ha travolto la regione non sia terminata, ma che piuttosto la circolazione di idee diverse da quelle dominanti stia spingendo sempre più verso una svolta. Presto o tardi, un ritorno alle rivendicazioni sarà inevitabile, e allora i regimi potranno fare sempre meno appello alle reti clientelari su cui ancora poggiano. 

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