NUOVE TENSIONI A EST DELL’EUFRATE

Gli ultimi sviluppi a nord-est della Siria suggeriscono che la strategia di reciproco contenimento adottata nei mesi scorsi da Ankara e Mosca potrebbe non reggere ulteriormente.

Ankara ha approfittato del ritiro statunitense dal nord-est della Siria, stabilito dall’amministrazione Trump, per rafforzare la sua presenza nell’area. A ottobre 2019 ha infatti lanciato un’offensiva militare contro le milizie curde dell’Unità di protezione popolare (YPG), etichettate come gruppo terroristico, con l’intenzione di ritagliarsi una zona sicura dove ricollocare gli oltre due milioni di rifugiati siriani presenti in Turchia. 

Il seguente accordo di cessate-il-fuoco tra Ankara e Mosca, che sostengono fazioni rivali all’interno della crisi siriana, ha tracciato una linea rossa che ha diviso la Siria in due. A ovest dell’Eufrate le forze governative supportate da Mosca, fatta eccezione per l’enclave nord-occidentale di Idlib in gran parte sotto il controllo delle forze ribelli sostenute da Ankara, mentre a est le milizie dell’Unità di protezione popolare (YPG), alleati statunitensi che hanno svolto un ruolo chiave nella lotta allo Stato Islamico (IS/Daesh), le cui file confluiscono in gran parte nelle Forze Democratiche Siriane (FDS)

A partire da fine dicembre 2019 le forze turche hanno bombardato ripetutamente le postazioni delle FDS presenti nella città di Ain Issa, area strategica sia dal punto di vista militare sia logistico in quanto collega Aleppo al confine iracheno proseguendo fino alla costa siriana. Il territorio è in gran parte sotto il controllo delle truppe dell’Amministrazione autonoma della Siria settentrionale e orientale (AANES) nota anche come Rojava. Il fatto che Mosca abbia eretto di recente tre nuovi punti di osservazione a nord di Ain Aiss è, secondo alcuni analisti, indice della volontà russa di fare pressione sulle forze del AANES affinché consegnino al governo centrale i territori sotto il loro controllo.

Un’altra località dove si sono registrati sviluppi significativi è Tell Tamer dove, come riportato da fonti crude, una base russa è stata colpita dalle forze turche il 9 gennaio di quest’anno. L’accaduto è sintomatico delle ripercussioni che il ritiro statunitense sta avendo sugli equilibri di potere a est dell’Eufrate. Ankara è intenzionata a difendere i confini turco-siriani dalla minaccia curda approfittandone per estendere la propria presa sul territorio ma, allo stesso tempo, deve fare i conti con Mosca che rivendica la sua presenza nell’area in funzione di contrasto ai gruppi terroristici in essa presenti.

Nonostante la sconfitta formale dello Stato Islamico (IS/Daesh) nel 2018, le cellule jihadiste siriane hanno mantenuto le loro posizioni nei pressi di Dier ez-Zor colpendo civili e membri delle FDS. L’ultimo attentato ha interessato il deserto di Badiya causando la morte di trenta membri delle forze governative appartenenti al battaglione più vicino alle élite politiche del paese.

Gli ultimi sviluppi suggeriscono che la strategia di reciproco contenimento adottata da Ankara e Mosca in Siria potrebbe non reggere ulteriormente, senza danneggiare tuttavia la loro presenza militare sul territorio. A più di un anno di distanza dal ritiro statunitense i due paesi si confermano attori di primo rilievo nell’evoluzione del conflitto siriano: giustificano le loro azioni secondo un’ottica securitaria che consente loro di far avanzare le rispettive milizie presenti sul territorio. Per quanto potrà protrarsi ancora questo status quo apparente?

Nicki Anastasio

Sono Nicki Anastasio, ho 23 anni e studio presso la facoltà di relazioni e istituzioni dell’Asia e dell’Africa presso l’Orientale. Da quasi cinque anni vivo a Napoli, per studio e lavoro, ma sono originario della Costiera Amalfitana. Negli ultimi tre anni, ho fatto due esperienze studio in Marocco e in Egitto che mi hanno permesso di approfondire lo studio della lingua araba e della cultura dei paesi arabo-islamici, di cui sono affascinato sin da piccolo. Dopo aver conseguito la laurea triennale in mediazione linguistica e culturale, ho ritenuto che analizzare le complesse dinamiche geo-politiche che caratterizzano i paesi della macro area medio-orientale fosse il proseguimento più naturale e spontaneo dei miei studi. Ritengo che per comprendere le ragioni alla base della perenne instabilità dell’area più calda del mondo sia necessario costruire una genealogia della crisi di legittimità che caratterizza gran parte dei suoi stati, considerando le specificità storico-culturali e socio-economiche di ogni contesto nazionale. Sono molto fiero di far parte dello IARI, una comunità di analisti unica nel suo genere.

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