DOPO BREXIT UN REGNO SEMPRE MENO UNITO

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E’ arrivato dopo quattro anni di negoziati il divorzio definitivo tra Londra e Bruxelles, è stato sancito da un accordo che a grandi linee potrebbe arrivare a comprendere circa 1259 pagine.

Si tratta per il momento di linee e principi generali, sui quali il governo di Downing street e la Commissione europea hanno trovato una convergenza, per scongiurare un’hard brexit, ovvero un’uscita definitiva senza alcun accordo. 

Che cosa dobbiamo aspettarci per i prossimi mesi? L’Ue dirà addio al Regno Unito, gli Stati membri passeranno da 28 a 27; va ricordato che Brexit porta via con sé, il terzo più importante paese europeo dopo Germania e Francia, uno Stato che sin dal suo ingresso in quel lontano 1973 è entrato con grande entusiasmo, all’interno di quella che era la Comunità Economica Europea, dopo che la Francia pose fine al proprio veto. 

Certo si è sempre trattato di un entusiasmo europeo a fasi alterne, quello esercitato dai governi inglesi che si sono avvicendati, pur tuttavia all’interno dell’Ue Londra ha portato tutta la sua Storia e Cultura, ma anche la lingua inglese, che poco per volta è riuscita ad entrare nelle istituzioni comunitarie, sostituendo il francese e la burocrazia di Bruxelles, con quella Anglosassone più snella e innovativa. Anche se il Regno Unito non ha mai recepito tutti gli input voluti da Bruxelles come l’area Schengen, l’euro quale moneta unica europea, ha comunque contribuito alla costruzione dell’Ue e al suo processo di integrazione e questo non va dimenticato. 

Brexit crea per la prima volta un precedente nella storia dell’Ue, le istituzioni comunitarie hanno sempre assistito a processi di allargamento, ovvero l’entrata di nuovi Stati membri nella famiglia europea, l’ultimo nel 2013 con la Croazia, nessuno aveva mai pensato che uno dei paesi membri più importanti potesse dire addio all’Ue, e ai partner europei. Questa decisione così netta, mai presa in considerazione da nessun altro Stato arriva in un momento particolare della vita europea, l’arrivo del covid-19 infatti ha posto di fronte a un bivio non solo le istituzioni comunitarie, ma anche e soprattutto gli Stati membri, che dopo anni di sovranismi e disincanto hanno compreso l’importanza di Bruxelles, soprattutto in momenti come questi di grandi difficoltà economiche e sociali. Se da un lato la pandemia globale ha sfiancato l’Ue dall’altro l’ha resa più resiliente e consapevole di dover fare un’ulteriore passo in avanti, verso un futuro sempre più digitale e green.

Perché serve un accordo tra Regno Unito ed Ue? Un giusto accordo serve ad entrambi per mantenere soprattutto una relazione commerciale, ma anche sul versante della difesa e sicurezza. Tutto ciò risulta molto più importante per Londra, che perde la sua posizione nel mercato unico europeo, quindi dovrà essere garantito necessariamente un sistema affinché non si verifichino slealtà negli affari economici. La maggior parte delle pagine dell’accordo sarà infatti occupata da clausole per la risoluzione delle controversie, che potrebbero nascere tra le aziende che risiedono in territorio Ue e quelle del Regno Unito. 

Con il nuovo accordo, le regole comuni saranno sancite dal diritto internazionale e non più dal diritto comunitario, come avviene per gli Stati membri. Qualora emergesse una controversia tra aziende e l’accordo non fosse in grado di risolvere la questione, allora si procederebbe con un arbitrato internazionale. 

La Brexit per l’attuale governo di Boris Johnson non ha una dimensione solo esterna, riguardante il rapporto tra Bruxelles e Londra, ma ha anche una sua dimensione internache concerne il rapporto tra Londra e gli altri regni, in particolar modo il confine tra la Repubblica d’Irlanda (Stato Ue) e l’Irlanda del Nord (territorio del Regno Unito) ma anche il confine tra Gibilterra (territorio del Regno Unito) e Spagna, questo confine è stato esplicitamente escluso dall’accordo raggiunto tra l’Unione Europea e il Regno Unito, il che significa che il futuro di Gibilterra dipende dai negoziati in corso tra Madrid e Londra.

Infine non può essere tralasciata la Scozia, che storicamente è sempre stata riluttante nei confronti della Corona inglese, subito dopo il referendum si è mossa per ottenere una maggiore autonomia dall’Inghilterra per tentare di rientrare all’interno dell’Ue. il Primo ministro scozzese, Nicola Sturgeon, supportata dagli indipendentisti scozzesi non ha perso tempo e dopo l’accordo ha pubblicato un tweet scrivendo quanto segue: “La Scozia tornerà presto, Europa. Tenete la luce accesa” 

Forse per l’Ue la partita Brexit è terminata, per molti aspetti a favore di Bruxelles dato che l’accordo raggiunto copre solo i prodotti commerciabili e non i servizi, che rappresentano l’80% dell’economia britannica. Ma per il Regno Unito rimane ancora tutto da vedere soprattutto in casa propria, con tutti questi malumori interni siamo sicuri di poterlo chiamare ancora Regno Unito? 

Classe 1991, attualmente è il Vice Presidente IARI. Dal 2019 al 2021, ha ricoperto per IARI la carica di Capo Redattore. Per l’Istituto si occupa di redigere analisi geopolitiche in Affari Europei, sono oggetto delle sue analisi le Istituzioni dell’Unione Europea e gli Stati membri. Ha conseguito una laurea magistrale in Internazionalizzazione delle Relazioni Commerciali, presso l’Università di Catania, con tesi dal titolo: “L’Unione Europea post covid-19: sfide interne ed esterne del mercato unico europeo”. Inoltre, presso lo stesso ateneo, ha conseguito una laurea triennale, in Politica e Relazioni Internazionali, con tesi dal titolo: La Comunicazione politica dei leader globali: dal Presidente J.F. Kennedy a Papa Francesco. In seguito, ha ottenuto un diploma di specializzazione in Affari Europei, presso l’Istituto per gli studi di politica internazionale (ISPI).

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