CAMBIO DI STRATEGIA? BIBI IN VISITA ALLE CITTÀ ARABE D’ISRAELE

In Israele, l’ennesima tornata elettorale è alle porte. Con un’inconsueta visita a due località arabe del paese, il Likud sembra voler cambiare strategia con gli elettori arabo-palestinesi.

La Joint List araba è ora più disunita che mai, e questo Bibi lo sa. La visita del premier Netanyahu a Tirah e Umm al-Fahm, due cittadine a maggioranza araba nel centro-nord di Israele, ha avuto lo scopo, formalmente, di incoraggiare i cittadini palestinesi a farsi vaccinare, a fronte di un minor successo della campagna vaccinale tra la popolazione non ebraica del paese. “Il settore arabo si unisce alla storia di successo di Israele!”, ha twittato con giubilo il premier israeliano sulla sua pagina ufficiale.

Il primo giorno del 2021, infatti, Jabarin Muhammad, abitante di Umm al-Fahm, è stato il milionesimo cittadino israeliano a ricevere il vaccino contro il coronavirus, alla presenza di un gruppuscolo inclusivo di alcuni rappresentanti di governo, tra cui il primo ministro, il ministro della Salute, e l’ufficiale responsabile della gestione del coronavirus nel ‘settore arabo’. Con quest’ultima espressione invalsa (e non poco problematica), certa retorica governativa e buona parte dei media si riferiscono ai quasi due milioni di arabi palestinesi con cittadinanza israeliana, che costituiscono ad oggi il 21% della popolazione israeliana complessiva e che sfuggono a facili categorizzazioni identitarie. 

Contro ogni attesa, gli “arabi israeliani” potrebbero costituire in questo momento un potenziale serbatoio di voti per il premier Netanyahu, il cui partito si prepara alle imminenti, ennesime elezioni, previste per il prossimo 23 marzo. Del resto, solo qualche settimana fa Gideon Sa’ar ha abbandonato il Likud per dare vita ad un nuovo partito, Nuova Speranza, seguito da altri membri del suo precedente schieramento. Ora più che mai alla ricerca di consenso, dunque, Bibi potrebbe aver bisogno di ingraziarsi una parte di cittadinanza che fino a poc’anzi guardava con ostilità. Di necessità, virtù.

Bibi e il Triangolo

Bibi non si fa vedere spesso, tuttavia, nelle città del cosiddetto Triangolo. In questa sottile striscia di terra si concentra buona parte della popolazione araba residente in Israele e ha qui la sua roccaforte il Movimento islamico, in particolare ad Umm al-Fahm. La prossimità del Triangolo alla Linea Verde, inoltre, ha reso questa regione passibile di un ipotetico piano di trasferimento all’Autorità palestinese – progetto non condiviso, peraltro, dalla quasi totalità dei suoi abitanti. Tale transfer è stato proposto e propugnato a più riprese dal politico Avigdor Lieberman (da cui il piano prende il nome), leader del partito di destra nazionalista Yisrael Beitenu, ed è stato poi ripreso nel piano di Trump “Peace to Prosperity” rilasciato nel gennaio 2020. 

Non sorprende dunque che la visita di Netanyahu alla clinica di Umm al-Fahm sia stata accompagnata dalle proteste di decine di abitanti della cittadina. “Cosa ha fatto per noi in vent’anni? Non ci sono finanziamenti, la criminalità imperversa e il razzismo è ai suoi massimi storici”, ha riferito al Times of Israel uno degli abitanti in protesta. Neppure molti parlamentari arabi della Knesset si sono risparmiati nel bersagliare la visita del premier alle due cittadine. Il personale sanitario della clinica di Umm al-Fahm è stato evacuato dalla struttura due ore prima dell’arrivo del premier ed è rimasto fuori in attesa, ha notato in un tweetsarcastico il deputato Ahmad Tibi, della Joint List. 

D’altra parte, il sindaco di Umm al-Fahm ha accolto con favore l’evento in città, invitando Netanyahu ad affrontare una volta per tutte il problema della criminalità nella comunità palestinese, ma anche a migliorare le infrastrutture della sua cittadina. Da più parti, infatti, è stato riconosciuto che il budget destinato alle municipalità arabe in Israele è di gran lunga inferiore a quello allocato per i comuni a maggioranza ebraica[1]. Quanto al fenomeno dell’elevata criminalità nella società araba, Netanyahu ha dichiarato che si impegnerà a sconfiggerla tramite un potenziamento delle forze di sicurezza e un ulteriore masterplan.

In cerca di consensi 

Secondo un sondaggio elettorale di canale 12 di poco precedente allo scioglimento del Parlamento, il Likud – con 29 seggi – appariva in testa alla classifica degli apprezzamenti, distanziando di ben undici punti il secondo partito con più voti, Nuova Speranza. Alla Knesset, però, le regole del gioco impongono che un partito debba conquistarsi 61 seggi (la metà più uno) per poter governare – un risultato mai registrato nella storia del paese. Così, la formazione e riformazione di coalizioni di governo variegate e composite è divenuto uno dei tratti più caratteristici della politica israeliana. Ebbene, l’equilibrismo di Bibi è ora messo alla prova da una sfida all’apparenza paradossale: conquistarsi gli elettori arabi. O forse, più verosimilmente, ridurre la loro ostilità nei suoi confronti.

L’occasione per una simile mossa è offerta dai dissapori interni alla Joint List araba, che è pur sempre il risultato dell’aggregazione di quattro partiti con basi ideologiche piuttosto diverse (comunismo, islamismo, secolarismo, nazionalismo arabo), e spesso in tensione tra loro. Il recente avvicinamento di Mansur Abbas, leader della fazione islamista (Ra’am), al Likud di Netanyahu ha destato sospetti tra i membri della Lista comune, provocando al deputato non poche critiche, oltre che disomogeneità nell’alleanza politica espressione della maggior parte dell’elettorato arabo – il tutto a poche settimane dalle elezioni. 

In un’intervista ad un’emittente nazionale, Netanyahu ha espresso tutto il suo ottimismo circa il potenziale offerto dai voti arabi, non negando che a breve visiterà altre località arabe del paese. “Voglio che il pubblico arabo senta che questo è il loro governo”. Se è possibile, dunque, che questo cambio di strategia porti qualche voto in più all’intramontabile premier, rimane difficile credere che la maggior parte dei cittadini palestinesi sia disposta a dimenticare, alle urne, le sue campagne di incitement di qualche elezione fa.

[1] A. Jamal, “The counter-hegemonic role of civil society: Palestinian-Arab NGOs in Israel”, Citizenship Studies, Vol. 12, No. 3, June 2008, 283-306.

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