IL NUOVO AEROPORTO AUSTRALIANO IN ANTARTIDE NELLA COMPETIZIONE SINO-AUSTRALIANA

Il governo australiano sta accelerando i progetti per la costruzione di un nuovo aeroporto sul continente antartico. Secondo Canberra l’infrastruttura dovrebbe agevolare lo svolgimento delle attività di ricerca sul continente, ma potrebbe rivelarsi un precedente pericoloso.

Nel 2016 il governo australiano ha varato il proprio piano ventennale strategico per l’Antartide. Uno degli obiettivi principali dichiarati nel programma è il supporto al sistema del Trattato Antartico, che stabilisce la natura esclusivamente pacifica e scientifica delle attività poste in essere dalle parti nel territorio oggetto del Trattato. L’Australia è parte dello stesso, ma è anche uno degli Stati che avanzano rivendicazioni territoriali sul continente, pur essendo queste ultime di fatto sospese ai sensi del Trattato. Tra gli altri obiettivi del piano australiano per l’Antartide rientra la costruzione di un nuovo aeroporto, che dovrebbe sorgere lungo le coste della Terra della Principessa Elisabetta, all’interno del territorio rivendicato dall’Australia.

L’attuale aeroporto, Wilkins Aerodome, essendo costruito su un ghiacciaio non è sempre utilizzabile e il cambiamento climatico rende ciclicamente la pista instabile per settimane, impossibilitandone l’operatività. Il nuovo aeroporto, sorgendo su un territorio privo di neve per buona parte dell’anno, sarebbe dotato di una pista vera e propria, garantendo collegamenti aerei stabili tra l’Australia e le tre stazioni scientifiche localizzate nelle relative vicinanze del sito individuato. Questo dovrebbe permettere una maggiore efficacia delle ricerche sul continente e una maggiore capacità di risposta in caso di emergenze. 

Nonostante la natura chiaramente pacifica del progetto infrastrutturale, il progetto è avversato dalla comunità scientifica, la stessa che dovrebbe beneficiare del progetto, preoccupata per il notevole impatto ambientale che la costruzione e le attività dell’aeroporto avrebbero sul delicato ecosistema antartico. Il progetto rappresenta la più costosa e grande infrastruttura permanente sul continente antartico e le ovvie difficoltà logistiche impongono un periodo di circa dieci anni per l’ultimazione. L’area designata ospita numerose colonie di specie locali, che sarebbero chiaramente cancellate a causa della costruzione e delle attività dell’aeroporto.

Le preoccupazioni però non sono solamente ambientali, ma anche geostrategiche. La costruzione di un’infrastruttura simile crea un pericoloso precedente per il continente antartico: pur essendo tecnicamente non negata dal Trattato, questa azione darebbe un forte segnale agli altri Paesi impegnati nell’area, rafforzando le rivendicazioni australiane sul territorio. Questa mossa sembra pensata soprattutto in chiave anticinese, visto il crescente impegno cinese nel continente. La presenza della Cina nel continente risale al 1989 con la costruzione della base permanente Zhongshan. Attualmente le basi sono diventate quattro, con una quinta programmata per il 2022.

La presenza cinese nel continente antartico è relativamente ridotta rispetto ad altri Paesi storicamente più impegnati nello stesso, ma è altamente pubblicizzata dal governo di Pechino in virtù del dichiarato supporto totale al sistema del Trattato Antartico. Considerati i precedenti cinesi nel Mar Cinese Meridionale nei riguardi del diritto internazionale, l’espansione delle attività cinesi in Antartide desta sicuramente molte preoccupazioni, specialmente a Canberra.

Nonostante ciò, le attività cinesi sembrano essere sostanzialmente in linea con le linee guida dettate dal Trattato Antartico. Tuttavia, è chiaro che l’obiettivo immediato non è quello dello sfruttamento economico o della prossima militarizzazione del continente, ma quello di garantirsi un posizionamento efficace qualora il sistema del Trattato Antartico dovesse essere rivisto. Lo sfruttamento economico del continente, oltre ad essere vietato dal Trattato, è anche tecnicamente infattibile con l’attuale livello tecnologico. Nel futuro questo potrebbe cambiare, sia per l’avanzamento tecnologico, sia per la necessità di estrarre risorse per il mercato mondiale non più reperibili altrove. In un futuro simile le infrastrutture già presenti giocheranno un ruolo importante non solo nella corsa a queste risorse, ma anche nella militarizzazione del continente. 

L’aeroporto australiano sembra essere una mossa pensata anche – e soprattutto – per controbilanciare la presenza e le attività di altri Paesi, Cina in particolare. Un’infrastruttura simile avrebbe l’effetto immediato di rafforzare le rivendicazioni territoriali permesse dal Trattato, ovvero quelle relative alle zone marine a nord del 60° parallelo. La protezione dei diritti territoriali e commerciali (come ad esempio quelli relativi alla pesca) in queste aree marine è importante nella partita dell’Indo-Pacifico e l’Australia, da questo punto di vista, gode di una posizione geografica e legale di vantaggio.

Questo progetto potrebbe però avviare una reazione a catena in cui anche gli altri Paesi interessati al continente potrebbero implementare progetti simili, portando non solo a un’ulteriore degradazione dell’ecosistema antartico, ma avviando anche una potenziale militarizzazione del continente e al fallimento del sistema del Trattato Antartico, che fino agli ultimi anni ha effettivamente protetto l’Antartide a livello ambientale, tenendolo il più possibile fuori dalle contese internazionali. Questa “corsa alle infrastrutture” sarebbe portata avanti con la stessa logica di posizionamento cinese, in modo da ottenere ruoli privilegiati in caso di revisione del Trattato Antartico.

Da questo punto di vista, il progetto australiano rischia di creare nel lungo periodo esattamente la situazione che dichiaratamente punta ad evitare, ovvero la revisione del Trattato Antartico nel senso più favorevole allo sfruttamento commerciale e il conseguente inserimento forzato del continente all’interno della competizione tra Stati. Un’evoluzione nel senso militare della situazione sembra attualmente improbabile, essendo la logica economica e commerciale di gran lunga più applicabile alle condizioni naturali e climatiche del continente, ma sarebbe certamente più probabile di quanto non lo sia adesso. Le conseguenze sarebbero nefaste non solo per l’ecosistema antartico, già a rischio soprattutto a causa del cambiamento climatico, ma anche per lo stato di diritto internazionale, che ne uscirebbe inevitabilmente indebolito.

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