CAPITOL HILL SOTTO ASSEDIO, COSA NE SARA’ DELLA POLITICA STATUNITENSE

Il 6 gennaio il Congresso si è riunito per ratificare l’elezione di Biden ma la seduta è stata brutalmente interrotta. Alcune centinaia di manifestanti si sono recati a Capitol Hill per contestare il voto del Congresso. Sul piano politico e legale, cosa è successo e quali saranno le conseguenze di questo evento? Come ne usciranno gli Stati Uniti?

Se la corda si tira troppo finisce per spezzarsi. La tesi di elezioni fraudolente portata avanti da Trump è arrivata da giorni al termine: Biden ha ottenuto 306 grandi elettori e le Corti contro cui sono state presentate istanze d’irregolarità, si sono pronunciate a favore della piena legalità delle elezioni. I gruppi che si sono mobilitati a sostegno del complotto denunciato da Trump sono centinaia. Era prevedibile che qualcosa sarebbe successo. Ma c’era una cosa che fino ad oggi pensavamo tutti fosse sacra per gli Stati Uniti: le ritualità e le ricorrenze della democrazia. Nemmeno la guerra ha interrotto una ratifica presidenziale al Congresso. È saltato qualcosa. Se alcuni americani non si riconoscono più nelle istituzioni e nelle fasi cardine del processo democratico, il danno è definitivo? Un livello di rottura così forte può ancora peggiorare? Il sistema è entrato in una crisi irreversibile?

Chi sono gli assalitori di Washington D.C.? Trump in questi anni ha costruito una fitta rete di sostenitori, alcuni dei quali provenienti dalle frange più estremiste e complottiste del Paese. Sono proprio alcuni dei suoi sostenitori, i più reazionari e oltranzisti, ad aver attaccato la sede delle istituzioni federali. Dalle foto scattate durante l’assalto si vedono bandiere confederate (mai entrate a Capitol Hill, nemmeno durante la guerra di secessione), slogan e magliette inneggianti al nazismo (“6 Million Wasn’t Enough”, in riferimento all’olocausto), frasi ispirate alla teoria cospirazionista di QAnon, nonché numerosi altri richiami a sub-culture estremiste e suprematiste. Moltissimi ribelli erano armati ed alcuni di loro stringevano in mano delle fascette isolanti che fanno presagire la volontà di prendere ostaggi.

Si è trattato di un tentato colpo di Stato? Si sta discutendo molto sul genere di atto cui abbiamo assistito. Indubbiamente chi interrompe una seduta regolarmente convocata delle più alte sfere del potere politico sta commettendo un grave reato, ma la cosa più rilevante è di carattere politico. Un assalto di questo tipo è una rinnegazione delle istituzioni e dei processi democratici. Il colpo di stato viene definito come “[..] ogni violenta modificazione dell’ordinamento costituzionale vigente, anche se questa non sia dovuta a uno degli organi esecutivi”.

Rispetto alla definizione troviamo analogie e differenze rispetto a quanto accaduto a Capitol Hill, cosa che farà discutere a lungo della classificazione politologica di tale evento. Si è sicuramente trattato di un attaccato alle istituzioni portato avanti da organizzazioni violente, che come primo atto, dovranno essere d’ora in poi associate a realtà terroristiche. Il bilancio finale è di 5 deceduti, 4 attaccanti e un poliziotto, fatto che ha portato Steven Sund, capo della polizia di Capitol, a dimettersi.

E la polizia? Sta facendo molto discutere il fatto che l’assedio non sia stato impedito dalle forze dell’ordine. Non si può negare che, data l’importanza della seduta, non sia stato predisposto un adeguato sistema di protezione degli edifici e molto hanno fatto indignare i selfie scattati dai rivoltosi insieme agli agenti. Davanti a questi eventi è molto pericoloso però ricorrere a generalizzazioni. Le foto e i video dimostrano che alcuni agenti non si siano opposti con forza all’assalto, a volte agevolandone il passaggio. Ma non può essere sottovalutato il fatto che gli assalitori erano armati e reagire con il fuoco avrebbe generato una strage.

In più la polizia ha mezzi limitati per questo genere di eventi, per cui serve l’intervento dell’esercito o della guardia nazionale. È su questo aspetto che si impone una questione di ordine formale: Washington D.C. non ricade sotto alcuno Stato e non vi è un governatore, autorità preposta a richiedere l’intervento di questi corpi. L’autorità che può convocarli in quell’area è la presidenza. Alla fine la guardia nazionale è intervenuta su richiesta del Vicepresidente Mike Pence

E Trump? Il Presidente ha responsabilità politiche dirette. Poche ore prima dell’assedio, Trump ha incoraggiato la folla a reagire e nei video che ha pubblicato durante e dopo gli scontri, si è rivolto agli estremisti chiamandoli “persone speciali” e “patrioti”. Solo nelle ultime ore Trump ha lanciato un messaggio di unità, anche se ha dichiarato che il 20 gennaio non si presenterà all’insediamento di Biden, il quale ha risposto che non sarebbe stato il benvenuto. Cosa accadrà ora a Trump? L’impeachment è un opzione possibile? Sicuramente delle responsabilità dovranno essere individuate e il mondo si è diviso tra chi sostiene che le bombe vadano disinnescate e chi ritiene che vadano fatte esplodere attuando una repressione dura verso gli esecutori e facendo scoppiare la contraddizione di chi, dopo aver governato quelle istituzioni, le rinnega incitando alla violenza. 

Un secondo impeachment ai danni del Presidente è un tema in discussione in queste ore ma la sua realizzazione appare difficile, sia per i tempi limitati, sia perché necessiterebbe della maggioranza della Camera e dei 2/3 del Senato. La straordinarietà di queste ore rende tutto possibile, ma questa resta un’opzione improbabile. Il procuratore federale Michael Sherwin sta considerando la possibilità di incriminare Trump per incitazione alla violenza.

L’attivazione del 25° emendamento è un’ipotesi plausibileQuesto emendamento prevede la rimozione del Presidente e perché ciò avvenga, il Vicepresidente deve assumere l’incarico di Presidente fino alla conclusione del mandato. Può ricorrere a tale procedure anche la maggioranza dei membri governativi e amministrativi. La rimozione dovrebbe ricevere il voto di 2/3 della Camera. Sebbene ci siano molti deputati e amministrativi repubblicani decisi in questa direzione, non si tratta della maggioranza. Mike Pence ha dichiarato che non si renderà disponibile per questa opzione. È quindi molto probabile che Trump arrivi alla fine del suo mandato.

Come ne uscirà l’America? Il Paese esce devastato da questa crisi. Gli atti di condanna sono arrivati quasi unanimemente dalla politica internazionale, anche da stretti alleati di Trump come Boris Johnson. Biden dovrà lavorare molto alla ricostruzione della credibilità del Paese agli occhi dei partner globali, ma la sfida più difficile sarà quella della ricostruzione interna. La polarizzazione della politica statunitense è in corso da decenni ma il 6 gennaio ha toccato un punto che in molti non credevano possibile, con un atto volto alla rinnegazione di istituzioni e riti politici simbolici. Finché i diversi schieramenti nazionali non smetteranno di considerarsi nemici e non torneranno a considerarsi avversari, la strada sarà in salita. Anche se sono proprio alcuni membri del partito repubblicano i più “felici” di quanto accaduto: le contraddizioni sono esplose e la gogna mediatica caduta su Trump renderà a loro più facile liberarsi di un leader che mal sopportavano. 

Dopo questa presidenza potrebbe ristabilirsi una sana dialettica politica? Le conseguenze di questi atti resteranno per molto tempo perché se è vero che i responsabili erano una rumorosa minoranza di una parte politica, è anche vero che mai nessuna contestazione era arrivata fin qui. La differenza l’ha fatta l’appoggio del Presidente, ed è questa la vera questione. La reazione c’è stata anche da parte di tutti i principali social network del globo, che hanno limitato, e nel caso di Twitter bandito, l’account personale di Trump e di moltissimi attivisti. È la prima volta che accadeva e anche questo aspetto ha creato nette divisioni. È giusto limitare l’espressione di chi inneggia alla violenza o questa storia può aprire dei precedenti pericolosi che affidano a società multimiliardarie decisioni politiche? La speranza è che dopo questa vicenda, una legislazione chiara e universalmente riconosciuta possa regolare tali vicende. 

La democrazia americana non è finita, come molti hanno detto, anzi in Georgia il 5 gennaio, per la prima volta nella storia, è stato eletto al Senato un afroamericano e molte sono le cose che nel Paese vanno verso un allargamento della democrazia. A quanto accaduto deve in ogni caso essere posto un freno, prima che aumentino irreversibilmente coloro che non credono più nelle istituzioni democratiche. Queste rivolte non fanno la storia, ne sollevano delle problematiche. La storia dovrà farla chi riuscirà a porvi rimedio.

Costanza Spera

Costanza Spera, classe 1994, nata e cresciuta a Perugia. Laureata magistrale con lode in Relazioni Internazionali all’Università degli Studi di Perugia, ha presentato una tesi mirata all’evoluzione del concetto di sicurezza interna, dalla Linea Maginot all’US Patriot Act. Sin dalla laurea triennale, conseguita anch’essa con lode a Perugia, nutre un profondo interesse per la politica statunitense.
Ha svolto un Master presso la SIOI di Roma in “Protezione strategica del Sistema Paese, Cyber Intelligence, Big Data e Sicurezza delle Infrastrutture Critiche”, per il quale ha realizzato una tesi sull’evoluzione del terrorismo suprematista bianco e di estrema destra grazie ad un’analisi di Open Source Intelligence. Svolge, da gennaio 2021, un tirocinio presso la CONFITARMA di Roma.
Ha un diploma in programmazione informatica in linguaggio Python, si è occupata di cooperazione internazionale ed è da sempre attiva nel mondo dell’associazionismo, della politica e del teatro ed ha anche lavorato presso case circondariali umbre come tutor per gli studenti detenuti iscritti all’università.
Membro della redazione geopolitica IARI, scrive per l’area “USA e Canada”.

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