IL RUOLO DELLA PANDEMIA DA COVID-19 NELLE DINAMICHE DEL CONFLITTO IN LIBIA

L’arrivo del coronavirus in Libia ha inizialmente ostacolato i processi di peace-building. In che modo, dunque, si è giunti all’accordo di ottobre 2020 e qual è stato il ruolo della pandemia?

La Libia è nel caos fin dallo scoppio delle primavere arabe del 2011. L’insurrezione popolare ha comportato inizialmente la caduta del regime di Gheddafi, mentre il fallimento dei successivi tentativi per la costruzione di uno stato democratico hanno condotto il paese nel baratro della guerra civile, tutt’ora in corso dal 2014. Tuttavia, ad ottobre 2020 è stato raggiunto un accordo per la deposizione delle armi volto alla risoluzione definitiva del conflitto. 

L’annuncio di un cessate il fuoco mediato dalle Nazioni Unite ha dato il via a una nuova fase di negoziazioni, aprendo un nuovo capitolo nel processo di transizione politica in Libia. L’accordo, oltre all’interruzione immediata degli scontri armati, prevede in primo luogo il ritiro immediato delle forze armate rivali dalle linee di scontro e l’abbandono del territorio libico da parte di tutti i mercenari e combattenti stranieri entro gennaio 2021. Inoltre, i delegati coinvolti al tavolo delle negoziazioni di Ginevra hanno concordato una data per future elezioni, ossia il 24 dicembre 2021.

Il ruolo giocato dalla pandemia da coronavirus sulle dinamiche del conflitto civile libico è di grande rilievo. Se, in un primo momento, gli attori coinvolti hanno strumentalizzato l’emergenza sanitaria per consolidare la propria posizione e/o acuire ostilità preesistenti, la diffusione del coronavirus in un paese dal sistema sanitario particolarmente fragile e in cui le autorità governative non hanno potuto, a causa delle rivalità, adottare misure unitarie e coese per rispondere adeguatamente alla pandemia ha comportato un peggioramento delle condizioni di vita della popolazione. La diretta conseguenza è stata una forte insoddisfazione popolare culminata in un’ondata di proteste e insurrezioni e, infine, nella firma di un cessate il fuoco. Tuttavia, diversi fattori inficiano la possibilità di riuscita dello stesso.

Il ruolo della pandemia nell’iniziale crescendo delle tensioni

Seppure il conflitto civile libico si sviluppi su traiettorie di rivalità dalla natura molteplice, le ostilità principali si basano sulla contrapposizione tra il governo di Tobrouk, supportato militarmente dall’Esercito Nazionale Libico (LNA) guidato da Haftar, e il Governo di Accordo Nazionale (GNA), riconosciuto internazionalmente, con il sostegno militare dell’esercito di Al-Serraj.

Tuttavia, il conflitto è progressivamente degenerato in un teatro competitivo per l’acquisizione di potere e influenza sul piano regionale. In effetti, nonostante i numerosi tentativi effettuati dalla comunità internazionale per limitare l’interferenza straniera, la guerra civile in Libia si è trasformata in una vera e propria proxy war in cui potenze straniere intervengono supportando l’una o l’altra fazione con l’obiettivo di difendere interessi ideologici o economici. 

Obiettivo al quale hanno tenuto fede durante le fasi iniziali dell’emergenza sanitaria. Tutte le parti coinvolte nel conflitto, infatti, hanno cercato di sfruttare la pandemia da Covid-19 per raggiungere gli obiettivi della propria agenda politica sfruttando cinicamente la disattenzione della comunità internazionale

In primo luogo, le milizie in Libia hanno sapientemente strumentalizzato la pandemia per approfondire la propria influenza sociale e politica: esse hanno, con astuzia, canalizzato l’assistenza medica verso i propri combattenti e/o favorito delle specifiche comunità a scapito delle altre. Se ciò ha consentito loro di consolidare la propria base di sostegno, d’altro canto ha acuito le rivalità ed ostilità. In secondo luogo, la fornitura di strumenti di assistenza medica per favorire una più efficiente gestione della pandemia è diventata, in contesto libico, una copertura per l’importazione di approvvigionamenti militari

Come si è giunti all’accordo di ottobre 2020?

Tuttavia, la guerra civile è giunta ad una situazione di stallo. A giocare un ruolo di fondamentale importanza in ciò è stata la capacità, o meglio incapacità, di risposta della Libia all’emergenza sanitaria. A tal proposito, bisogna considerare che il sistema sanitario, già fragile durante il regime del precedente dittatore Gheddafi, è stato progressivamente ulteriormente deteriorato dalla negligenza e corruzione dilagante che hanno caratterizzato la Libia e dalle divisioni istituzionali peculiari della struttura governativa e amministrativa libica frutto del conflitto civile in corso. 

Alle ostilità esistenti tra il GNA e il LNA, che hanno ostacolato l’adozione di misure coese e coerenti a livello nazionale per una gestione efficiente ed efficace della pandemia, inoltre, si sono aggiunti i numerosi attacchi militari che, fin dall’inizio della guerra civile, hanno avuto come proprio bersaglio le strutture ospedaliere. 

La diretta conseguenza delle difficoltà incontrate dalle autorità nell’adozione di misure adeguate a gestire l’emergenza, penuria di energia e mancanza di acqua correntescarsità di carburante e la dirompente crisi economica causata dalla pandemia stessa con l’aumento dei prezzi dei beni primari hanno reso insostenibile la vita nel paese. Così, la pandemia ha aggravato le pressioni socioeconomiche e politiche preesistenti in Libia, riunendo la popolazione civile in atti di manifestazione e dissidenza. Tali proteste hanno comportato le dimissioni di al-Serraj e la conseguente creazione di un vacuum politico. È in questo contesto che si inserisce l’annuncio di un cessate il fuoco mediato dalle Nazioni Unite, volto alla formazione di un nuovo esecutivo.

Tante incertezze

Non mancano le preoccupazioni riguardo le concrete possibilità di riuscita dell’accordo. I tentativi delle Nazioni Unite di ravvivare il dialogo politico e individuare una linea governativa per il futuro libico incontrano ostacoli di non poco conto. Oltre ai disaccordi tra gli attori locali e regionali coinvolti riguardo la costituzione di un nuovo governo – e in particolare sul peso che rappresentanti dell’una o dell’altra fazione debbano avere al suo interno –, ulteriori problematiche sono legate alla figura del generale Haftar.

Il tempismo degli attacchi condotti a Tripoli nell’aprile 2019, pochi giorni prima la conferenza in programma a Ghadames, ha comprovato la poca disponibilità del generale nel partecipare al dialogo politico. Per di più ora, nonostante Haftar sia riuscito a consolidare la propria posizione nella Libia orientale grazie al supporto finanziario straniero e a un network di alleanze strategiche, il generale non riesce a presentarsi come rappresentate delle rivendicazioni dell’intero territorio dell’est della Libia.

Da non sottovalutare sono le conseguenze che la seconda ondata di coronavirus nel paese potrebbe avere sul sistema economico. Si presume, infatti, che l’emergenza sanitaria comporterà un incremento dell’incertezza dei mercati petroliferi e, di conseguenza, aumentate difficoltà per l’economia del paese. Ruolo di rilievo è, inoltre, svolto dagli interessi economici delle potenze straniere coinvolte nel conflitto e, in particolare, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Russia. La possibilità di suddetti Stati di rispondere adeguatamente alle proprie crisi di budget dipende significativamente dai prezzi del petrolio che attualmente si aggirano intorno ai 40/45$ per barile.

Affinché Riyad e Abu Dhabi possano soddisfare i propri prezzi breakeven, il costo del petrolio dovrebbe quanto meno raddoppiare. Diversa la situazione di Mosca il cui prezzo breakeven è di circa 42$; tuttavia, risulta più fragile economicamente. Ad ogni modo, tutti questi elementi forniscono a suddette potenze estere un incentivo per tenere fuori dal mercato il petrolio libico, nonostante le deleterie conseguenze che ciò potrebbe avere per l’economia del paese, per la stabilità politica e sociale della Libia e, di conseguenza, per l’efficacia e concreta possibilità di implementazione dell’accordo di cessate il fuoco di ottobre 2020.

Martina Brunelli

Ciao a tutti, sono Martina Brunelli, laureata in Mediazione linguistica e culturale e attualmente laureanda in Relazioni e istituzioni dell’Asia e dell’Africa presso l’università degli studi di Napoli “L’Orientale”. Sono fluente in quattro lingue e la mia voglia di migliorarmi mi ha portata ad approfondire i miei studi a Siviglia (Spagna) e Rabat (Marocco). La mia collaborazione con lo IARI è iniziata ad ottobre 2019 spinta dal desiderio di mettermi alla prova e di comprendere al meglio l’ambiente socio-politico mutevole e dinamico della regione del Medio Oriente e Nord Africa, la macro-area di cui mi occupo nelle mie analisi per lo IARI. Scrivere per questo giovane think tank mi dà la possibilità di coadiuvare i miei interessi per le relazioni internazionali e gli equilibri geopolitici dell’area MENA al mio desiderio di crescita professionale. Mi permette, inoltre, di confrontarmi con un ambiente giovanile ma allo stesso tempo stimolante.

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