ARTICO: PROSEGUE LA GRAVITAZIONE ITALIANA NELL’ORBITA POLARE

L’Italia vuole consolidare la sua posizione strategica al polo nord. Il lancio della prima Strategia nazionale per l’Artico è solo il punto di partenza.

Nel 2015, il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale ha divulgato le linee-guida della prima Strategia italiana per l’Artico, con l’obiettivo di potenziare ulteriormente il ruolo dell’Italia nella scacchiera geopolitica polare. È stato così ufficializzato lo storico interesse nazionale nei confronti del “grande Nord”: un contesto che appare oggi incerto e frammentato, ma nel quale Roma è sempre riuscita ad acquisire uno spazio considerevole, tutt’ora scrupolosamente custodito. In che modo? 

Innanzitutto, è utile ricordare che l’esplorazione italiana della Regione ha origini remote. Risale infatti alla fine del XIX secolo. Ebbene, il fattore storico di intensificazione delle spedizioni oceanografiche, unitamente alla continua promozione di attività scientifiche, ha conferito un carattere permanente alla presenza italiana sul territorio. A titolo esemplificativo, si pensi all’ambiziosa installazione della piattaforma osservativa “Dirigibile Italia” nel 1997 a Ny Ålesund, il noto insediamento scientifico situato nell’arcipelago norvegese delle Svalbard. Gestita dal Consiglio Nazionale delle Ricerche, la Base Artica Dirigibile Italia è oggi un centro polivalente, il cui alto livello di ricerca multidisciplinare è notoriamente riconosciuto dalla comunità scientifica internazionale.

Ma la presenza italiana non si limita all’attività di accademici ed esploratori; trova riscontro anche e soprattutto nel serio impegno diplomatico manifestato dalle autorità nazionali, grazie al quale l’Italia ha ottenuto lo status di “membro osservatore permanente” del Consiglio Artico nel 2013. Un foro, quest’ultimo, funzionale al rafforzamento degli scambi multilaterali e di quelli bilaterali allo stesso tempo. Si tratta di un privilegio che non tutti sono riusciti a conquistare. Organizzazioni internazionali e ONG a parte, sono solo 7 gli Stati attualmente riconosciuti come “membri osservatori permanenti” e solo 6 quelli a cui è stato concesso lo status di semplici “osservatori” (non membri).

In questo contesto, la prima Strategia per l’Artico a livello di Sistema-paese non ha fatto altro che riaffermare l’ormai centenaria cooperazione scientifica e istituzionale con i paesi rivieraschi e con altri Stati non-Artici che hanno avviato programmi pluriennali nella regione. Alla luce di tali premesse, quali sono gli interessi specifici che l’Italia mira a difendere? E qual è il ruolo italiano nella complessa e conflittuale arena dell’estremo nord terrestre?

Lo sviluppo scientifico

Rientra senza dubbio fra le priorità nazionali la promozione della cooperazione in materia di ricerca scientifica, salvaguardia ambientale e sfruttamento delle risorse. Si tratta di un potente strumento di soft power che, oltre ad aver stimolato il riconoscimento delle strutture italiane in Artico come centri di eccellenza scientifico-tecnologica, ha permesso al Consiglio Nazionale delle Ricerche di stabilirsi a pieno titolo nei meccanismi di governance scientifica locale. 

Un ulteriore aspetto da considerare è quello dei benefici derivanti dallo scambio di buone pratiche e di know-how. Le aree marine e le regioni montuose italiane condividono con quelle dei paesi nordici diverse caratteristiche, fra cui un simile livello di vulnerabilità rispetto alla minaccia del cambiamento climatico. La cooperazione sotto l’egida del Consiglio Artico potrebbe pertanto dar vita a preziosissime opportunità di avanzamento scientifico, nell’interesse di tutte le parti e in primis dell’Italia.

Il vantaggio politico-diplomatico

Le dinamiche politiche regionali sembrano conferire all’Italia una posizione politica particolarmente privilegiata e strategica, per almeno due motivi. 
Per prima cosa, Roma non concorre né alle rivendicazioni territoriali dei paesi rivieraschi, che lottano per nazionalizzare aree territoriali e marittime in nome di presunti diritti sovrani, né a quelle dei non rivieraschi, che invece difendono con forza l’attuale regime legale internazionale posto a tutela delle aree in questione.

L’astensione dell’Italia rispetto a tali controversie e il basso profilo mantenuto finora dalle autorità nazionali agevolano un’espansione pacifica della presenza italiana nel sistema osservativo e istituzionale panartico. L’Italia riesce infatti a destreggiarsi sempre più agevolmente nei fori multilaterali di discussione e negoziazione, anche alla luce di un’assidua partecipazione a task force e gruppi di lavoro. 


In secondo luogo, forte del titolo di osservatore permanente del Consiglio Artico, l’Italia è regolarmente coinvolta in iniziative di cooperazione bilaterale ed è in grado di intraprendere partnership vantaggiose con i singoli key players regionali.  Tutto sommato, se è vero che Roma non gode di un effettivo potere decisionale in seno al Consiglio, è vero altresì che la sua influenza politica (reale e potenziale) non è da sottovalutare. 

La presenza economica

Le ragioni di tale margine di influenza politica sono da rinvenire, in ultima istanza, nella massiccia presenza di imprese italiane nei territori artici. L’avanguardia tecnica, le avanzate capacità di estrazione in ambienti ostili, l’eccellenza nel settore della navigazione, la selezione di personale altamente specializzato e il coinvolgimento di forza lavoro locale sono solo alcuni degli elementi che hanno garantito il grande successo e coinvolgimento delle imprese nostrane nelle attività in loco


In tal senso, l’Ente Nazionale Idrocarburi si può definire un game changer a tutti gli effetti. La multinazionale italiana ha inaugurato, nel 2016, “la più grande unità galleggiante di produzione di olio e stoccaggio cilindrica al mondo, costruita per affrontare l’Artico” (la piattaforma Goliat), dopo aver scoperto nel Mare di Barents una quantità d’idrocarburi senza precedenti, pari a circa 250 milioni di barili di petrolio. Un’impresa da 43 miliardi di Euro d’investimento diretto, che ha visto l’ENI attivare accordi multilaterali, bilaterali e multilivello. Conformemente alle linee-guida della Strategia nazionale per l’Artico, ENI ha implementato una Climate Strategy finalizzata alla transizione verso un’economia low-carbon, alla riduzione delle emissioni e agli investimenti in energia rinnovabile.

Ma non finisce qui. ENI ha anche progettato una specifica Policy on Indigenous People, allo scopo di non ledere in alcun modo diritti, abitudini, cultura e ambiente delle popolazioni indigene.  Di esempi virtuosi ce ne sarebbero molti altri. Quel che conta è che le imprese italiane hanno conquistato una leadership indiscussa nel settore dell’innovazione e della sperimentazione tecnologica. È a questo che l’Italia deve la fiducia e il prestigio di cui gode nei consessi internazionali. Ed è grazie a questo che potrà verosimilmente beneficiare – sia in termini economici che in termini strategici – delle risorse artiche.

Sviluppi recenti e scenari futuri

“La ricerca scientifica continua a rappresentare il primo motore della presenza dell’Italia nell’Artico”, ha dichiarato in una recente intervista Carmine Robustelli, Ministro Plenipotenziario del MAECI e Inviato Speciale per l’Artico.  In effetti, non si era ancora concluso il Programma di Ricerche in Artico (PRA) del MIUR quando la Marina Militare ha fatto nuovamente rotta verso l’Artico lo scorso giugno, a bordo della nave Alliance, inaugurando la campagna di ricerca geofisica marina High North 2020-2022.

È dunque evidente l’intenzione italiana di mantenere un ruolo di primo piano nelle iniziative di osservazione ambientale promosse dalla comunità internazionale. Ne è prova il dispiegamento di un nutrito arsenale di forze nazionali: non solo la Marina, ma anche i più prestigiosi istituti di ricerca, quali ad esempio l’Istituto di scienze polari, l’Istituto di geofisica e vulcanologia e l’Agenzia per le nuove tecnologie. 


Non si fermano, inoltre, i lavori di una serie di task force istituite dal MAECI per coordinare l’attività italiana in Artico. Fra tutte, spicca senza dubbio il Tavolo Artico, che vede la partecipazione di ben 4 Ministeri (Difesa, Ricerca, Economia e sviluppo, Ambiente), enti di ricerca, università e vari esponenti del settore privato. 


Pur constatando le prospettive di avanzamento dell’Italia sul fronte artico, non si possono certo tralasciare le sfide che andranno inevitabilmente affrontate in futuro. Una in particolare richiede attento monitoraggio: l’apertura di nuove rotte di navigazione in seguito all’avanzare del cambiamento climatico. Qualora migliorasse la percorribilità e la fruibilità delle ambitissime rotte artiche, l’Italia dovrebbe essere pronta allo sviluppo di strategie integrate a livello UE e abile ad elaborare risposte efficaci, specialmente perché i porti e gli investimenti mediterranei uscirebbero senz’altro danneggiati dall’eventuale spostamento del baricentro economico-commerciale verso quelli del nord. Ma questo è uno scenario che sembra ancora piuttosto lontano dalla realtà.


Più probabile e imminente è, invece, la crescente accessibilità delle risorse petrolifere, gasiere e minerarie, dovuta all’assottigliamento progressivo dei ghiacci: un fenomeno destinato ad aprire numerose opportunità di crescita e investimento alle imprese italiane che operano sul territorio nei settori infrastrutturale, energetico e dei trasporti.

In ultima analisi, si potrebbe affermare che l’Italia ha le carte in regola per mantenere la prima linea nei processi di sviluppo scientifico, ricerca e cooperazione in atto nella regione artica. Sussistono i presupposti per una sempre maggiore attività economica e per il consolidamento di una leadership tecnica. È su questi primati che Roma dovrà continuare a investire per salvaguardare il vantaggio strategico conquistato negli ultimi decenni.

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