VOTER SUPPRESSION: STORIA E SCENARI PER IL 2021

Nel 2020 Black Lives Matter ha animato le piazze degli Stati Uniti. La madre di tutte le rivendicazioni portate in piazza è la richiesta di equi diritti. La soppressione del voto degli afroamericani e delle minoranze è una questione centenaria per la democrazia americana, sarà questo l’anno giusto per imprimere una svolta nella discussione politica nazionale? 

Il problema del voto è sempre stato all’ordine del giorno negli Stati Uniti. La procedura elettorale differisce sostanzialmente da quella europea ed ogni Stato ha regole proprie sulla partecipazione e lo svolgimento delle procedure di voto. Il National Voter Registration Act del 1993 norma la registrazione al voto, che avviene su base volontaria. Nella quasi totalità degli Stati è necessario richiedere l’iscrizione nelle liste elettorali, nonché monitorare il proprio status nel tempo e fornire una serie di documenti per essere inseriti.

Sono molti i cittadini che tutt’ora vengono estromessi dalle liste elettorali a causa dei loro precedenti penali o per mancata comunicazione del cambio di residenza. Le mobilitazioni delle minoranze chiedono un adeguamento delle procedure elettorati volte alla creazione di un’uniformità federale, poiché alcuni Stati ancora praticano misure volte all’allontanamento degli elettori dalle urne.

La storia del diritto di voto per gli afroamericani si fonde a quella del razzismo sistemico degli USA. Il diritto di voto è stato concesso agli afroamericani nel 1875 con il Civil Rights Act, al termine dell’era della Ricostruzione che pose fine alle conseguenze socio-politico-economiche della guerra di secessione, e fu approvato in seguito all’entrata in vigore del 15° emendamento del 1870, che concesse l’elettorato attivo e passivo a tutti.

Il compromesso siglato tra Nord e Sud nel 1877 ebbe però gravi conseguenze sulla popolazione afroamericana, che vide susseguirsi, fino al 1965, numerose leggi statali dette “Jim Crow”, dal nome di una figura caricaturale volta a deridere le persone di colore, mirate de facto al proseguimento della segregazione razziale. Dal 1870 si diffusero leggi che imponevano il pagamento di una tassa per accedere al voto, escludendo così le fasce più povere composte principalmente da afroamericani.

Dai test di alfabetizzazione alla sentenza della Corte Suprema del 1896 che sanciva la liceità del principio “separate but equal”, passando per le intimidazioni di gruppi come il Ku Klux Klan, il voto per gli afroamericani divenne a tratti impossibile. La segregazione proseguì negli Stati del Sud per tutta la prima metà del ‘900; molti furono i moti di piazza che si attivarono e le associazioni che si costituirono per chiedere pari diritti. Dal 1945 al 1975, nell’era della Seconda Ricostruzione, i cittadini afroamericani reclamarono con maggior forza diritti a loro attribuiti solo formalmente.

Al termine della Seconda Guerra Mondiale solo il 3% degli afroamericani era registrato nelle liste elettorali. Maceo Snipes aveva combattuto in Europa nell’esercito statunitense e nel 1946 decise di recarsi al voto nella Contea di Taylor, in Georgia: fu l’unica persona di colore a farlo. Pochi giorni dopo bussarono alla sua porta quattro uomini e nel giro di pochi secondi lo giustiziarono: era un’esecuzione e un avvertimento rivolto a chi avesse provato ad avvicinarsi ai seggi. Esecuzioni, licenziamenti, pestaggi e minacce: questo era il prezzo del voto.

Nel 1955 il boicottaggio degli auotobus a Montgomery, in Alabama, partito da Rosa Parks, divenne un caso mondiale che mise in luce la segregazione quotidiana che gli afroamericani vivevano nello Stato. La mobilitazione portò, l’anno successivo, a far esprimere la Corte dell’Alabama sull’incostituzionalità della segregazione degli autobus. Nel 1957 il presidente Eisenhower firmò il Civil Rights Act, per la promozione del diritto di voto per gli afroamericani.

Ma i tempi non erano ancora maturi per porre freno alle rappresaglie che spesso accompagnavano le mobilitazione: nel 1965 la marcia da Selma a Montgomery passerà alla storia come Bloody Sunday per le violenze che generò. I manifestanti furono picchiati e respinti dalle forze dell’ordine e gli scontri lasciarono a terra un morto e molti feriti. Il sangue continuò a scorrere poche settimane dopo, a Los Angeles, quando nel quartiere di Watts scontri della durata di sei giorni portarono a 34 morti e 1032 feriti. 

Questi e altri furono gli scontri che si susseguirono per anni nelle piazze e nelle case americane. Moltissimi persero la vita nel corso di rivendicazioni che facevano del diritto di voto il loro simbolo. Si arrivò così al Voting Rights Act del 1965, la prima legge volta a garantire incondizionatamente il diritto di voto, introducendo misure che bandivano i test di alfabetizzazione e rendevano illegali le leggi “Jim Crow”. Grazie a questa legge un afroamericano, Edward Brooke, sedette in Senato per la prima volta dal 1881. Molti primati possono descrivere la storia della segregazione razziale statunitense, basti pensare che un artista di colore apparse su MTV per la prima volta nel 1983. Era Michael Jackson. 

Le proteste degli ultimi mesi hanno riacceso un tema sopito nell’immagine che ha l’Europa della politica d’oltreoceano. Dal proclama di emancipazione di Lincoln del 1862, i neri d’America non hanno mai smesso di mobilitarsi per i propri diritti. Le proteste partite dall’omicidio di George Floyd ricordano quelle scattate nel 1991 all’indomani del pestaggio del tassista Rodney King da parte di 4 agenti a Los Angeles, che venne filmato e trasmesso sulle televisioni di tutto il globo. I disordini fecero tornare d’attualità il tema delle discriminazioni raziali, ma non suscitarono le risposte che i manifestanti attendevano dalla politica. La storia recente non è andata nella direzione auspicata dalle mobilitazioni. 

Nel 2013 la Corte Suprema, con la sentenza Shelby County v. Holder, ha annullato la quarta sezione del Voting Rights Act, rendendo di nuovo possibile per alcuni Stati mettere in atto pratiche discriminatorie nell’accesso al voto. La decisione fu presa con la motivazione che gli Stati fossero ormai pronti a normare il voto senza la supervisione del potere federale. Per molti attivisti contro la voter suppression fu uno degli atti più reazionari degli ultimi decenni in campo raziale.

Alle elezioni presidenziali del 2016, gli elettori in 14 Stati hanno affrontato nuove restrizioni che hanno limitato la partecipazione al voto come non accadeva da decenni, è il caso di Alabama, Arizona, Indiana, Kansas, Mississippi, Nebraska, New Hampshire, Ohio, Rhode Island, Carolina del Sud, Tennessee, Texas, Virginia e Wisconsin, cui si è aggiunta la Georgia. Nel 2020 erano 35 gli Stati ad aver introdotto leggi sull’identificazione degli elettori, in un Paese in cui 21 milioni di persone, il 10% della popolazione, non ha documenti validi secondo quanto richiesto dagli ultimi provvedimenti.

La Georgia alle ultime elezioni di midterm del 2018 ha estromesso dalle votazioni 87.000 cittadini per complicazioni dovuto alla registrazione al voto. Il candidato governatore Brian Kemp, all’epoca Segretario di Stato e garante delle procedure il voto, vivendo per questo un evidente conflitto d’interesse dovuto alla sua candidatura, richiese la rimozione dalle liste di tutti gli elettori che non si fossero presentati ai seggi nelle precedenti tornate elettorali. Il Texas iniziò invece a richiedere dei documenti per la registrazione di difficile reperimento, pratica che ha allontanato 600.000 persone dai seggi.

In North Dakota la ID Law del 2015 ha colpito un quarto dei nativi residenti nello Stato. Anche in Wisconsin sono state approvate leggi che hanno escluso 23.000 elettori dalle urne nel 2016, limitando anche il voto anticipato. In Ohio la mancata risposta ad una lettera inviata ai cittadini dopo il cambio di residenza è motivo di eliminazione dalle liste, così come la mancata presenza alle urne per 6 anni; nel 2018 la Corte Suprema si è espressa sancendo la legittimità di tale pratica, che ha portato alla rimozione di 2 milioni di elettori.

Riduzione delle macchine per il voto, creazione di lunghissime file ai seggi, chiusure degli uffici in cui si devono recare gli elettori per ricevere la documentazione richiesta per il voto, chiusura dei seggi e accorpamento degli stessi in aree in cui è difficile arrivare senza auto, sono solo alcune delle pratiche discriminatorie attuate dagli Stati. La motivazione addotta per giustificare questi irrigidimenti è quella del contrasto alle frodi e ai brogli elettorali.

L’incidenza di questo fenomeno però viene smentita dai dati: in Iowa una legge ha privato del voto 26.000 persone anche se le accuse di brogli sono state 10 su 1.6 milioni di elettori. Il Presidente Trump ha istituito nel 2017 una commissione volta allo studio dell’integrità elettorale. Fu lo stesso Trump ad affermare, all’indomani della sua elezione, che 3 milioni di voti erano stati manomessi e che il voto popolare non fosse stato vinto da Hillary Clinton proprio perché frodato. La commissione è stata sciolta dopo che non è riuscita a dimostrare alcuna violazione sul voto del 2016.

Le manifestazioni del 2020, cui sono seguite le elezioni presidenziali più attese degli ultimi decenni, hanno rimesso in luce il tema della voter suppression e ci si chiede se la nuova presidenza sarà quella che si esprimerà sul tema in modo definitivo o che almeno dimostrerà la volontà politica di farlo. Kamala Harris sarà la prima vicepresidente afroamericana della storia e moltissimi membri di minoranze copriranno ruoli di rilievo nel prossimo governo.

Il problema dell’esclusione indiretta degli afroamericani dal voto riguarda in particolare alcuni Stati e finché sarà loro concesso di decidere in piena libertà che tipo di leggi approvare in materia, nessuna svolta significativa si concretizzerà. Indubbiamente la Corte Suprema, a forte trazione conservatrice, non sarà di grande aiuto in questa direzione, ma molti sono i passi che potranno compiere Biden e Harris in materia, soprattutto dal punto di vista politico, oltre che legislativo. Le dichiarazioni in campagna elettorale sono state molte e la lotta alle discriminazioni è uno dei 4 punti chiave del team di transizione per la presidenza.

Costanza Spera

Costanza Spera, classe 1994, nata e cresciuta a Perugia. Laureata magistrale con lode in Relazioni Internazionali all’Università degli Studi di Perugia, ha presentato una tesi mirata all’evoluzione del concetto di sicurezza interna, dalla Linea Maginot all’US Patriot Act. Sin dalla laurea triennale, conseguita anch’essa con lode a Perugia, nutre un profondo interesse per la politica statunitense.
Ha svolto un Master presso la SIOI di Roma in “Protezione strategica del Sistema Paese, Cyber Intelligence, Big Data e Sicurezza delle Infrastrutture Critiche”, per il quale ha realizzato una tesi sull’evoluzione del terrorismo suprematista bianco e di estrema destra grazie ad un’analisi di Open Source Intelligence. Svolge, da gennaio 2021, un tirocinio presso la CONFITARMA di Roma.
Ha un diploma in programmazione informatica in linguaggio Python, si è occupata di cooperazione internazionale ed è da sempre attiva nel mondo dell’associazionismo, della politica e del teatro ed ha anche lavorato presso case circondariali umbre come tutor per gli studenti detenuti iscritti all’università.
Membro della redazione geopolitica IARI, scrive per l’area “USA e Canada”.

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