UE E CINA: L’ACCORDO SUGLI INVESTIMENTI ORA È QUASI REALTÀ

A sette anni dall’inizio dei negoziati, Unione Europea e Cina siglano finalmente l’accordo sugli investimenti che avvicina ulteriormente l’economia dei due blocchi. 

Il 30 dicembre è stato discusso e siglato l’accordo sugli investimenti tramite videoconferenza a cui hanno partecipato la presidente della Commissione Ursula Von der Leyen, il presidente del Consiglio europeo Charles Michel e il presidente cinese Xi Jinping. Unici leader europei presenti alla videoconferenza sono stati la cancelliera Merkel in qualità di presidente di turno del Consiglio dell’Unione Europea, e il presidente Macron. 

Il CAI (Comprehensive Agreement on Investment) permetterà una maggiore equilibrio e uno sviluppo delle relazioni tra UE e Cina, consentendo alla imprese europee di investire in condizioni di trasparenza nel paese asiatico, ad oggi uno dei mercati più grandi e in maggiore espansione. Storicamente l’europa è caratterizzata da maggiore apertura verso l’esterno rispetto alla Cina, grazie a questo accordo si potrà ottenere un ribilanciamento di tale aspetto. 

L’accordo consentirà all’Europa di accedere al mercato cinese alle stesse condizioni delle imprese cinesi. Le imprese europee avranno la libertà di investire nel mercato cinese con una libertà mai raggiunta prima, e il governo cinese si impegnerà a far sì che le imprese europee non siano svantaggiate rispetto a quelle cinesi. 

Il principale vantaggio dalla parte cinese risulterà in una distensione dei rapporti con l’Occidente. La Cina si sta velocemente dirigendo ad occupare il ruolo di principale leader economico mondiale, e di pari passo è in aumento la sua influenza nelle diverse aree del mondo, anche e soprattutto attraverso canali di diplomazia economica. La Cina risulta infatti essere tra i principali investitori nei paesi in via di sviluppo, anche attraverso la corresponsione di aiuti per lo sviluppo. Da non dimenticare anche il progetto della “nuova via della seta”, l’ambizioso piano di sviluppo di infrastrutture e trasporti presentato nel 2013 da Pechino, e che coinvolge paesi africani, dell’Asia e dell’Europa. L’accordo siglato a fine 2020 si inserisce perfettamente nel piano di espansione della presenza cinese in occidente. 

Il CAI è ancora lontano dall’entrata in vigore. Ora avrà inizio la fase in cui verranno concordati i dettagli dell’accordo, operazione che richiederà probabilmente mesi di lavoro. Solo al termine della produzione scritta dell’accordo vero e proprio questo verrà analizzato, ratificato dai 27 membri dell’Unione e approvato dal Parlamento Europeo, giungendo infine alla messa in atto. 

Cosa prevede l’accordo

L’accordo prevede la libertà per i paesi europei di investire nei servizi di trasporto aereo, nel settore automobilistico (comprese le vetture elettriche e ibride), nella sanità privata e nelle telecomunicazioni. 

L’obiettivo del CAI è quello di sostituire gli accordi bilaterali tra i paesi europei e la Cina che si sono susseguiti negli anni, con un unico accordo completo. Gli accordi bilaterali non assicurano parità di condizioni ai vari paesi europei firmatari, un unico accordo permette invece una maggiore coesione dell’Unione e maggior potere contrattuale. 

Rispetto a tali accordi bilaterali, la differenza fondamentale risiede nel fatto che il CAI coprirà anche la fase di accesso al mercato, e non solo quella “post-ingresso” come è avvenuto finora. Saranno quindi più chiare le modalità tramite cui le imprese potranno effettuare investimenti e verrà assicurata maggiore trasparenza, come ha garantito il governo cinese.  

La Cina si impegna a garantire pari condizioni per le imprese europee e quelle cinesi, maggiore trasparenza sulla concessione di sussidi statali, con diretta implicazione a uno stop alla concorrenza sleale, e norme contro il trasferimento forzato di tecnologie. 

Il governo cinese ha inoltre accettato disposizioni sullo sviluppo sostenibile e la ratifica delle convenzioni fondamentali dell’Organizzazione internazionale del lavoro. 

Gli ostacoli emersi durante le negoziazioni

Se l’accordo appare così vantaggioso per entrambe le parti, perché ci sono voluti così tanti anni e round negoziali per portarlo a compimento? Principalmente per le riserve del Parlamento Europeo nei confronti delle violazioni cinesi in materia di diritti umani, in contrasto con i principi promossi dall’UE. 

Il principale riferimento alla violazione dei diritti umani risiede nella questione degli uiguri, una minoranza musulmana concentrata in centri di detenzione nella regione cinese dello Xinjiang e costretta a lavori forzati. 

Bruxelles ha ottenuto diverse concessioni da Pechino, ma non si è giunti all’inserimento della clausola per il divieto di lavoro forzato. La Cina infatti non ammette la violazione dei diritti umani delle quasi 2 milioni di persone appartenenti alla minoranza degli uiguri. L’ombra che tale questione getta sull’accordo potrebbe sollevare un problema in sede di approvazione da parte del Parlamento Europeo.

Rapporti tra Cina e UE

La Cina è il secondo partner commerciale per l’UE, subito dopo gli Stati Uniti, e il primo partner commerciale per la Germania. Pur essendo interdipendenti, le economie dei due blocchi sono tradizionalmente caratterizzate da uno sbilanciamento del potere a favore della Cina, e dall’assenza da parte dell’Unione di un piano comune nei rapporti con la potenza asiatica. Il CAI può rappresentare l’occasione per l’UE di presentarsi come fronte comune nei rapporti con la Cina, acquistando maggiore forza e mantenendo saldi gli interessi commerciali. 

Conseguenze nei rapporti con gli USA

Resta da capire quali saranno le conseguenze di tale accordo nei rapporti tra UE e gli Stati Uniti, e in particolare con il neoeletto Joe Biden prossimo all’insediamento alla Casa Bianca. La decisione di procedere con l’accordo senza attendere l’insediamento di Biden potrebbe non essere accolta di buon grado dalla squadra di governo entrante. Ricordiamo però che gli Stati Uniti hanno già ottenuto un accordo simile con la Cina lo scorso anno. Un eventuale malcontento statunitense potrebbe essere motivato solo da una questione di tempismo più che di principio. 

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