IL CASO “JADHAV” (INDIA VS PAKISTAN)

L’8 maggio 2017 l’India, innanzi alla Corte Internazionale di Giustizia, accusava il Pakistan, di gravi violazioni della Convenzione di Vienna del 1963 sulle relazioni consolari.

Il 13 marzo 2016, Kulbushan Sudhir Jadhav, cittadino indiano, veniva rapito in Iran ove stava conducendo alcuni affari dopo essersi ritirato dalla Marina Indiana, per poi essere arrestato in Baluchistan, per sospetto di attività di spionaggio e sabotaggio. L’India non veniva informata della detenzione fino a 22 giorni dopo l’arresto e il Pakistan non comunicava a Jadhav i suoi diritti ai sensi della Convenzione di Vienna del 1963. Le autorità pakistane avrebbero successivamente negato all’India l’accesso consolare in favore del detenuto. 

Inoltre, il 23 gennaio 2017, il Pakistan avanzava richiesta di assistenza nelle indagini sul coinvolgimento di Jadhav in attività di spionaggio, dichiarando che avrebbe accordato l’assistenza consolare solo a valle della risposta indiana alla richiesta di partecipazione del Pakistan nell’investigazione. 

L’India chiedeva, dunque, alla Corte di: 

  • accertare la giurisdizione sulla base del Protocollo opzionale alla Convenzione di Vienna del 1963; 
  • ordinare la sospensione della condanna a morte; 
  • dichiarare che la sentenza, in contrasto con la Convenzione di Vienna del 1963 e contro i diritti umani fondamentali come stabiliti nel Patto internazionale sui diritti civili e politici, violava il diritto internazionale; 
  • impedire al Pakistan di dare esecuzione alla sentenza del tribunale, provvedendo al relativo annullamento; 
  • dichiarare illegale la decisione del tribunale qualora il Pakistan non avesse potuto annullarla, in quanto in violazione del diritto internazionale e 
  • ammonire il Pakistan contro ulteriori violazioni del diritto internazionale, dando effetto alla sentenza o alla condanna e spingerlo a rilasciare immediatamente Jadhav. 

Il 17 luglio 2019, la Corte emetteva sentenza definitiva, mostrando un accordo significativo tra i giudici (unanimità sulla giurisdizione e 15 voti contro 1 su ricevibilità e merito). 

Nel merito, la Corte rilevava come sia principio generalmente accettato nella giurisprudenza internazionale quello per cui una parte non può avvalersi, nel sostenere le proprie istanze, dell’inadempimento della controparte se l’istante, con qualche atto illecito, abbia impedito l’adempimento dell’obbligo stesso. Il Pakistan non aveva spiegato come qualsivoglia atto illecito, presumibilmente commesso dall’India, potesse avergli impedito di adempiere l’obbligo in relazione all’assistenza consolare. La Corte, quindi, riteneva che l’obiezione del Pakistan, basata sul principio ex turpi causa non oritur actio, non potesse essere accolta. 

La Corte ragionava analoga con riferimento al principio ex injuria jus non oritur, che indica che un comportamento illecito non può modificare il diritto applicabile nei rapporti tra le parti. La Corte rilevava come le persone sospettate di spionaggio non siano escluse dalla protezione ai sensi dell’articolo 36 della Convenzione di Vienna. Quindi, non informando prontamente Jadhav dei suoi diritti e privando l’India del diritto di fornire l’assistenza prevista, il Pakistan aveva violato i suoi obblighi. 

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