TENSIONI TRA USA E IRAN: SI VA AVANTI O SI TORNA INDIETRO?

Le tensioni tra Stati Uniti e Iran si sono intensificate tra la fine del 2020 e l’inizio del 2021. Entrambi i Paesi sono intenti a manovrare i rispettivi apparati militari, in allerta contro qualsiasi tipo di attacco. 

Le tensioni militari

In vista dell’anniversario della morte di Soleimani, il 3 gennaio, l’Iran ha ripreso a minacciare una ritorsione nei confronti degli Stati Uniti. I vertici del Paese hanno avanzato accuse contro 45 agenti legati agli Stati Uniti, imputandogli di essere coinvolti nell’uccisione del generale della Quds Force. Immediatamente dopo l’assassinio di Soleimani, l’Iran si vendicò lanciando un attacco missilistico contro una base militare in Iraq, causando lesioni da commozione cerebrale a circa 100 soldati statunitensi. In tale occasione, Washington e Teheran arrivarono pericolosamente vicine ad una vera e propria guerra.

Più di recente, il 10 dicembre, gli Stati Uniti hanno inviato dalla Minot Air Base in North Dakota alcuni bombardieri B-52H a sorvolare la regione. Il 20 dicembre, poi, l’ambasciata americana a Baghdad è stata presa di mira con una serie di attacchi missilistici attribuiti alle forze appoggiate dall’Iran. In seguito, il 21 dicembre, gli USA hanno posizionato due navi da guerra e un sottomarino nelle acque del Golfo. 

Ad oggi, l’Iran si è dichiarato pronto a rispondere a qualsiasi pressione militare. Il sostituto di Soleimani, il generale Esmail Ghaani, ha dichiarato di non aver paura di confrontarsi con “i poteri”, senza nominare esplicitamente gli Stati Uniti. Allo stesso modo, il capo della magistratura iraniana, Ebrahim Raisi, ha affermato che tutti coloro che hanno avuto un ruolo nell’uccisione di Soleimani non potranno “sfuggire alla legge e alla giustizia”, ​​anche se si trattasse di un presidente degli Stati Uniti. 

Per concludere, i livelli di allerta delle forze marittime iraniane sono stati potenziati. Non è chiaro se tale mossa possa essere interpretata in maniera offensiva o difensiva. I calcoli strategici in ambito militare sono complicati dalla transizione politica in corso a Washington. Joe Biden entrerà ufficialmente alla Casa Bianca il 20 gennaio. Per ora, il presidente eletto ha manifestato l’intenzione di rinegoziare un accordo con Teheran, ponendo fine ai quattro anni della campagna di “massima pressione” contro la Repubblica Islamica.

Le incertezze sul nucleare

Teheran, il 2 gennaio, ha annunciato che prevede di arricchire “il prima possibile” l’uranio fino al 20% all’interno dell’impianto nucleare di Fordo, aumentando la pressione sul Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), anche noto come accordo sul nucleare iraniano. La decisione di aumentare le riserve di uranio del 20% era già stata sperimentata quasi un decennio orsono, portando ad un’escalation di tensioni, placate con l’accordo atomico del 2015, il JCPOA. Questa scelta rappresenta infatti dal punto di vista tecnico un potenziale avanzamento nel capo degli armamenti. 

La disposizione della Repubblica Iraniana è arrivata dopo l’approvazione parlamentare di un disegno di legge, successivamente promosso da un organismo di vigilanza costituzionale. Il provvedimento è finalizzato ad esercitare pressione sull’Europa, affinché essa decida in favore di una riduzione delle sanzioni. Il disegno di legge serve inoltre come mezzo di pressione in vista dell’ingresso del presidente eletto degli Stati Uniti alla Casa Bianca. 

Da parte sua, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA) ha riconosciuto che l’Iran aveva informato della decisione i suoi ispettori con una lettera. L’IAEA ha inoltre aggiunto che l’Iran non ha definito le tempistiche dell’arricchimento, ribadendo tuttavia che l’Agenzia “ha ispettori presenti in Iran 24 ore su 24, 7 giorni su 7, che hanno accesso regolare a Fordo”. È importante evidenziare che il disegno di legge richiede inoltre l’espulsione di tali ispettori. Ciò nonostante, sembra che Teheran non abbia ancora deciso di procedere in tal senso.

Il JCPOA

L’accordo del 2015 aveva spinto l’Iran ad accettare di limitare il suo arricchimento di uranio in cambio di una riduzione delle sanzioni. L’accordo prevedeva anche la trasformazione di Fordo in una struttura di ricerca e sviluppo. Come accennato, sotto la dura linea dell’ex presidente iraniano, Mahmoud Ahmadinejad, Teheran aveva già iniziato un arricchimento del 20%. Israele, che ha un proprio programma di armi nucleari non dichiarato, temeva che Teheran stesse costruendo una bomba. Allo stesso modo, dopo la scoperta di Fordo, gli Stati Uniti hanno lavorato alle cosiddette bombe “bunker buster” progettate per colpire proprio tali strutture.

Ad oggi, l’Iran sta arricchendo l’uranio fino al 4,5%, in violazione del limite dell’accordo del 3,67%. Gli esperti sostengono che la Repubblica Teocratica ora ha abbastanza scorte di uranio a basso arricchimento per lo sviluppo di almeno due armi nucleari. Oltre a ciò, il Paese avrebbe anche avviato la costruzione di un nuovo sito parallelo a Fordo, secondo le foto satellitari ottenute da The Associated Press a dicembre.

Quindi?

Tutto considerato, viste le tensioni in atto, non è possibile escludere un nuovo ciclo di escalation militare finché Donald Trump occupa lo Studio Ovale. Il presidente iraniano, Hassan Rouhani, sostiene altresì che la regione dovrebbe godere di maggiore stabilità e sicurezza una volta che “l’odioso assassino” sarà fuori dalla Casa Bianca.

“Finché rimarrete nella regione la nostra vendetta deve ancora essere servita” ha intimato il leader di Teheran. Tale affermazione fa riferimento alla presenza militare degli Stati Uniti in Medio Oriente, alla quale l’Iran è storicamente e ostinatamente ostile. Descrivendo la lotta come “resistenza”, la Repubblica Islamica ha ripetutamente preso di mira gli interessi americani attraverso il finanziamento e l’addestramento di milizie, che, da decenni, agiscono per procura.

Da parte loro, gli Stati Uniti e la politica di “massima pressione” introdotta dal presidente Donald Trump hanno inflitto dei duri colpi. Le riserve di liquidità monetaria del Paese sono state fortemente ridotte e, conseguentemente, ciò ha influenzato la capacità di assistere i gruppi sopracitati.  Eppure, la partita rimane aperta. Rouhani ha intimato con aria di sfida che, nonostante la morte di Soleimani, “la resistenza continua con lo stesso zelo ed entusiasmo”.

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