MIGRAZIONI DALL’AFRICA OCCIDENTALE: MOMENTI DI ATTESA

Il fenomeno migratorio viene generalmente percepito come movimento dinamico unidirezionale da un determinato spazio ad un altro. Si intende avvalorare la necessità di indagare il percorso migratorio, valorizzandone i momenti di attesa come parte fondante.

Migrare è parte integrante, e fondante, della storia umana. Fin dalle popolazioni piu’ antiche, spostarsi alla ricerca di nuovi territori e opportunità era fondamentale ai fini della sopravvivenza della popolazione stessa. Eppure, oggi la parola “migrazione” è avvolta in un coltre di concezioni e assunti connotati negativamente, soprattuto a causa della mala informazione che i media contribuiscono a fornire.

La rotta migratoria che ha origine nell’Africa Occidentale e che “culmina”sulle coste italiane è sicuramente quella di maggior interesse mediatico, il quale propone continuamente scenari distorti  rispetto alla realtà, offrendo al ricevente del messaggio uno sguardo puramente orientato al movimento migratorio.

La descrizione mediatica, che contribuisce a determinare un preciso immaginario collettivo, del percorso migratorio preso qui in considerazione, si limita, infatti, a percepire tale flusso come lineare e unidirezionale, da Occidente a Oriente, e, successivamente verso Nord. Ma la realtà dei fatti è ben altra. E le immagini mediatiche stesse lo confermano, in quanto, frequenti sono le visualizzazioni di migranti bloccati al di là delle frontiere o nei centri di accoglienza, nonché persino in mare. Invece di fornire un resoconto accurato della mobilità dei migranti, queste immagini, grafici, mappe e altre visualizzazioni delle traiettorie dei migranti unidirezionali o dei migranti bloccati, lo hanno piuttosto oscurato. Ciò è importante perché le rappresentazioni visive del movimento dei migranti hanno un’autorità particolare e un effetto persuasivo nei dibattiti politici e sociali”

Al contrario, quindi, il flusso migratorio è connotato da momenti di movimento, rapido o lento, ma anche da momenti di transito e di attesa, che possono durare anni e che impattano sul movimento stesso della persona. Risulta perciò fondamentale fare chiarezza sul significato di attesa. In cosa consiste l’attesa? E all’interno del fenomeno migratorio? Qual’è il significato piu’ profondo di questa parola? Come possiamo distinguere fra le diverse “attese”? E all’interno dell’attesa, quali momenti possiamo determinare?

L’attesa è una particolare esperienza del tempo. L’attesa è inevitabile. È una caratteristica delle relazioni umane”.

Noi tutti viviamo l’attesa, la conosciamo e ne percepiamo l’essenza quando si presenta. Nel nostro quotidiano attendiamo. L’attesa è parte della nostra esistenza. Ed è anche parte dell’esistenza di  coloro che migrano. E’ parte essenziale all’interno del fenomeno migratorio. Che si tratti di attesa al confine, nei centri di accoglienza per la richiesta dei documenti necessari per poter ottenere lo status di rifugiato, all’interno dei campi di prigionia in Libia, o davanti ai “trucks” prima di poter partire, colui che migra, attende. E a volte attende per anni. E in questa attesa vive, conosce persone, impara lingue, condivide il proprio bagaglio culturale e esperienziale, scambia, raccoglie.

E se la migrazione fa parte della storia dell’umanità da sempre, anche l’attesa ne fa parte. Aspettare implica aspettarsi qualcosa da altri o da una certa situazione. In particolare, l’attesa nel fenomeno migratorio implica aspettare la concessione di poter passare, o di documenti validi, o di passaggi con mezzi di trasporto, o di essere scarcerati, o di ricevere i soldi del riscatto da parte dei famigliari per poter essere liberati dai campi di detenzione libici. Significa anche aspettare di conoscere il contesto in cui ci si trova, aspettare una mano tesa verso di sé da parte di qualcun’altro, aspettare che qualcuno conceda un lavoro, per poter mettere da parte i soldi per affrontare il viaggio. Significa attendere la notte, per vedere approdare l’imbarcazione o la preparazione del gommone con cui si cercherà di arrivare dall’altra parte, o l’arrivo dei soccorsi, nel momento in cui ci si ritrova in mare aperto, senza sapere dove si sia arrivati, su di un pezzo di plastica col rischio di affogare.

“Aspettare” significa anche attendere il ritorno delle proprie forze per poter affrontare un altro piccolo segmento del viaggio. Aspettare, dunque, è anche strategia. Come scrive, pertanto, Shahram Khosravi : “anche l’attesa può essere un atto, una strategia di sfida da parte dei migranti. I richiedenti asilo respinti e i migranti privi di documenti che aspettano in clandestinità possono farlo nella speranza di un programma di regolarizzazione o con piani per andare avanti. L’attesa non deve significare passività e può essere un elemento di una strategia dei migranti per migliorare la loro situazione”.

Ciò a significare che nell’attesa possono formularsi e crearsi processi di denuncia, manifestazioni, discorsi politici. Nell’attesa vengono scambiate idee, ci si confronta, si ripensa alla collettività, si condivide. Il processo d’attesa non può, dunque, essere pensato come statico, fermo e dissociato dal movimento. L’attesa è essa stessa movimento dinamico, cambiamento, mutazione delle percezioni e delle realtà relative.

Risulta importante evidenziare che esistono momenti di attesa istituzionalmente imposti, come ad esempio le frontiere o i posti di blocco, e momenti di attesa che vengono costruiti ad hoc, in via non ufficiale, come i centri di accoglienza o gli insediamenti di raccolta fra un posto di blocco e l’altro. E spesso sono proprio i momenti di attesa imposti istituzionalmente che portano alla creazione di insediamenti non ufficiali. La differenziazione è rilevante poiché ci consente di ragionare sulle differenti matrici e motivazioni che connotano questi due diversi momenti d’attesa.

Come sottolinea Pierre Bourdieu , l’attesa “è un modo per sperimentare l’effetto del potere. Far aspettare le persone […] ritardare, senza distruggere la speranza fa parte del dominio” [1]L’attesa connota da sempre la burocrazia, ne è parte integrante. E la burocrazia è parte integrante della migrazione. Colui che migra resta in attesa che altri decidano per lui la propria futura identità: rifugiato politico, economico, straniero ecc. Rimane in attesa delle decisioni dei giudici, o dei funzionari o delle organizzazioni internazionali. Ed è proprio l’attesa, concepita come una modalità strutturale che connota l’agire delle istituzioni, una vera e propria “manipolazione del tempo altrui”.

L’obiettivo ultimo di questo agire consiste nel far aspettare coloro che hanno l’urgenza, senza abbattere totalmente la speranza, dettata proprio da questa urgenza. L’attesa si configura come manipolazione del tempo dell’altro che, proprio per via dell’urgenza e della motivazione alla base del suo viaggio, raramente si arrenderà. Proprio per questo motivo l’attesa si rivela essere una sorta di punizione, che siede alla base della circostanza di non conoscere quanto sarà lunga l’attesa, e quanto dovrà aspettare. La mancanza di informazioni su quanto tempo sia necessario aspettare, o cosa si debba fare esattamente per ottenere i documenti o i permessi, rende le vite imprevedibili e incerte. Ciò è più palpabile nel caso dei richiedenti asilo e nei centri di detenzione in cui i migranti possono spesso essere trattenuti a tempo indeterminato prima della deportazione.

Se poniamo l’attenzione sui gruppi sociali, possiamo facilmente ammettere che siano sempre quelli piu’ deboli o ininfluenti a dover aspettare le decisioni di quelli piu’ forti. Possiamo, dunque, concludere che l’attesa sia un’esperienza che i gruppi piu’ deboli hanno in comune, e che quindi può arrivare a legare le persone. Questo è quello che succede negli insediamenti ai bordi delle frontiere, dove gli individui in attesa del momento giusto per oltrepassare il confine, o in attesa di tentare nuovamente di farlo, si riuniscono e aspettano insieme. Ecco , quindi, che l’attesa si tramuta in un attesa collettiva, un’attesa dove ci si relaziona con l’altro, in cui si condivide, in cui ci si esprime, in cui si cerca un proprio spazio, in cui si ha un proprio spazio. Lo spazio qui diventa fondamentale. È nello spazio dell’attesa che l’individuo si trova, e vi si trova con l’altro. Uno spazio che potremmo definire transnazionale,[2] in cui non si è né l’origine, né la destinazione, in cui si è, e basta.

Risulta, dunque, fondamentale ai fini di un approccio autentico e di uno sguardo critico che sia il piu’ possibile vicino alla realtà, considerare l’attesa come parte integrante del movimento, e, forse, anche come forza motrice del movimento. È rilevante evidenziare, infatti, quanto effettivamente il soggetto viva questa percezione di attesa anche nel contesto di partenza, e quanto questo possa influenzare la scelta di intraprendere il viaggio. In contesti in cui si è perseguitati per il genere, o per l’orientamento sessuale o, anche, per ideologie politiche, l’espressione della propria identità risulta permeata da attese. Attese di essere considerati come parte di un gruppo, attese di ottenere delle circostanze migliori, attese di trovare un impiego, attese della costruzione di scuole vicine per evitare che i propri figli affrontino ore di cammino per poter studiare, o di infrastrutture sanitarie che non siano localizzate a chilometri di distanza. Attese che sono rivolte alle istituzioni e ai governi del paese stesso, o alla comunità sociale.

Spesso, quindi, è la stessa attesa percepita e sofferta all’interno del contesto di origine, che spinge il soggetto a spostarsi, alla ricerca di condizioni migliori. Viene cosi’ a delinearsi un circuito spinoso e contorto: colui che fugge dall’attesa, la re-incontra nuovamente lungo il percorso, in molteplici occasioni e , spesso, è causa della sua resa, che lo porta a tornare indietro nell’attesa di partenza.


[1]tratto da Meditazioni Pascaliane”. PIERRE BOURDIEU, Feltrinelli ED, 1998 in “Waiting. Keeping time. SHAHRAM KHOSRAVI. From Migration: A COMPAS Anthology, edited by B. Anderson and M. Keith, COMPAS, Oxford, 2014 ,

[2]“Noi Migranti. Per una poetica della relazione”, PAOLA GANDOLFI,

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