LA VENDETTA IRANIANA È UN PIATTO CHE VA SERVITO FREDDO

A un anno dal raid statunitense che ha portato alla morte di Qasim Suleimani e Abu al-Muhandis, la rabbia di Teheran continua a ribollire. Le ultime dichiarazioni dei funzionari della Repubblica Islamica e delle milizie sciite presenti in Iraq parlano chiaro. La tensione è alta.

Nella giornata di ieri un gran numero di iracheni si è radunato in Piazza Tahrir, al centro di Baghdad, per commemorare l’anniversario della morte di Qasim Suleimani, comandante della Forza Quds, e di Abu al-Muhandis, vicecapo delle Forze di Mobilitazione Popolare (PMF), avvenuta il 3 gennaio scorso per mano di Washington. I manifestanti, sostenitori delle milizie sciite filoiraniane presenti nel paese, hanno intonato slogan antiamericani richiedendo l’attuazione della decisione votata del Parlamento iracheno, all’indomani del famigerato raid dello scorso gennaio, di espellere le truppe statunitensi dall’Iraq. Secondo Faleh al-Fayyad, il capo delle PMF, è questa la ‘’giusta punizione’’ per l’assassinio di Suleimani e al-Muhandis. Tuttavia, altre fazioni vicine alla Repubblica Islamica sostengono una linea più dura.

Ismail Ghaani, l’attuale comandante della Forza Quds, ha dichiarato che Teheran vendicherà l’uccisione di Suleimani e al-Muhandis quando arriverà il momento adatto e la sua risposta potrebbe avere luogo proprio all’interno degli Stati Uniti. Il segretario generale delle Brigate irachene di Hezbollah (Kataib Hezbollah), Abu Hussein Al-Hamidawi, si è espresso in questi termini: “c’è ancora tempo per la vendetta, il nostro sangue ribolle e la nostra presenza sul campo è un messaggio forte”. Infine, sono significative le ultime dichiarazioni del capo della Guardia Rivoluzionaria iraniana, Hossein Salami. Egli ha avvertito che qualsiasi attacco ai danni di Teheran, non importa da quale paese venga lanciato, riceverà una risposta militare forte e decisa. Oltre agli Stati Uniti il riferimento è a Israele e agli Emirati Arabi Uniti. Abu Dhabi, infatti, dopo aver inaugurato quest’estate i nuovi ‘’accordi di pace’’ arabo-israeliani, è finito in cima alla lista dei nemici della Repubblica Islamica.

A partire dalla fine del 2019, con l’inasprirsi della strategia statunitense di massima pressione su Teheran, sono stati numerosi gli attacchi da parte dei proxy iraniani – ovvero le milizie da esso sostenute e finanziate – ai danni delle postazioni americane presenti nella terra dei due fiumi. Sia ai danni dell’ambasciata statunitense, situata nella Green Zone di Baghdad, sia delle truppe della Coalizione internazionale antiterrorismo. Queste azioni hanno dimostrato che le milizie filoiraniane sono in grado di colpire gli interessi di Washington in Medio Oriente. L’amministrazione americana ne è ben consapevole. Di recente, infatti, in vista di nuovi possibili attacchi da parte di Teheran e dei suoi proxy, sono stati inviati  bombardieri nelle acque del Golfo.

Nonostante il fatto che il numero delle truppe statunitensi presenti in Iraq sia diminuito, proprio a seguito dell’assassinio di Suleimani e al-Muhandis, non è previsto un loro ritiro nell’immediato. Per due motivi. Baghdad necessita delle forze americane per neutralizzare i brandelli dello Stato Islamico (IS/Daesh) presenti nel paese. E, in secondo luogo, un loro ritiro comporterebbe un rafforzamento del deep state iraniano in Iraq, il che è mal visto sia da Washington sia dai suoi alleati medio-orientali, ma anche dallo stesso governo iracheno di Mustafa al-Kadhimi.

Dato che le tensioni tra le milizie statunitensi e quelle filoiraniane sono destinate a continuare, e che l’esercito israeliano si è dichiarato pronto ad affrontare qualsiasi attacco lanciato dai proxy iraniani ai suoi danni, il rischio che l’Iraq possa ospitare un conflitto regionale di ampia portata, se non internazionale, si fa sempre più concreto. La tensione è alta e qualsiasi passo falso, sia da parte dell’asse Washington-Tel Aviv, in cui rientrano le monarchie conservatrici del Golfo, sia del cosiddetto ‘’asse di resistenza’’ guidato da Teheran, potrebbe essere fatale non solo per il futuro dell’Iraq ma dell’interno Medio Oriente.

Nicki Anastasio

Sono Nicki Anastasio, ho 23 anni e studio presso la facoltà di relazioni e istituzioni dell’Asia e dell’Africa presso l’Orientale. Da quasi cinque anni vivo a Napoli, per studio e lavoro, ma sono originario della Costiera Amalfitana. Negli ultimi tre anni, ho fatto due esperienze studio in Marocco e in Egitto che mi hanno permesso di approfondire lo studio della lingua araba e della cultura dei paesi arabo-islamici, di cui sono affascinato sin da piccolo. Dopo aver conseguito la laurea triennale in mediazione linguistica e culturale, ho ritenuto che analizzare le complesse dinamiche geo-politiche che caratterizzano i paesi della macro area medio-orientale fosse il proseguimento più naturale e spontaneo dei miei studi. Ritengo che per comprendere le ragioni alla base della perenne instabilità dell’area più calda del mondo sia necessario costruire una genealogia della crisi di legittimità che caratterizza gran parte dei suoi stati, considerando le specificità storico-culturali e socio-economiche di ogni contesto nazionale. Sono molto fiero di far parte dello IARI, una comunità di analisti unica nel suo genere.

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