IL DIRITTO AL BOICOTTAGGIO NELLA CASSA DI RISONANZA ISRAELO-PALESTINESE IN EUROPA

Varcando i confini mediorientali, la questione della solidarietà internazionale e del BDS ha portato ad uno scontro giuridico a livello nazionale e sovranazionale, modificando di fatto gli ordinamenti: dalla Legge Mancino al Parlamento Europeo, dalla CEDU al nuovo antisemitismo alla giustizia differenziata; gli interessi contrapposti del diritto al boicottaggio.

Italia, Europa, Mondo

Risale a qualche settimana fa la notizia secondo cui l’ “Osservatorio Solomon per le Discriminazioni” avrebbe richiesto all’ateneo di Torino l’accesso ai documenti relativi al collettivo “Progetto Palestina”, formatosi nel 2015 dopo la visita di Omar Barghouti al dipartimento CPS: l’intenzione principale del gruppo -si legge sulla pagina ufficiale- è quella di creare momenti di dibattito e di approfondimento  critico sui temi della questione palestinese all’interno dell’università, luogo che dovrebbe essere animato da un dialogo tra le questioni teoriche e le dimensioni pratiche che caratterizzano la realtà del mondo contemporaneo. 

Nel giustificare la richiesta, Solomon accusa Progetto Palestina di incitare all’odio razziale, di negare l’Olocausto, di diffondere idee antisemite e di fare propaganda politica dentro l’Università. 

I membri del collettivo, nel rispondere alle accuse, affermano che le stesse siano “totalmente infondate visto che il collettivo, come anche il movimento BDS hanno la lotta all’antisemitismo come punto cardine dei propri valori e della propria lotta come lo sono la lotta contro ogni discriminazione etnica, religiosa e di genere”.

Proprio il movimento BDS (boicottaggio, disinvestimento, sanzioni) è stato più volte preso di mira, in Italia e nel mondo, da associazioni giuridiche, movimenti ebraici e contro le discriminazioni razziali per aver, più o meno manifestamente, propagandato idee antisemite nei propri eventi. In molti casi, però, sono venuti a scontrarsi i principi di diritto che regolano l’Unione e le singole nazioni, quali la libertà d’espressione, il contrasto ai fenomeni di discriminazione razziale, nonché la stessa interpretazione di boicottaggio.

Ha avuto molto risalto il caso CEDU Baldassi e altri c. Francia (Sezione V. nn. 15271/16) avente in oggetto l’articolo 7 (nullum crimen sine lege) e 10 (libertà di espressione politica, ingerenza dello Stato, boicottaggio): in essa si evince che la precedente condanna penale di alcuni sostenitori del BDS da parte della Corte suprema francese nel 2015 violasse l’articolo relativo alla libertà d’espressione della Convenzione europea dei diritti umani. In tale sentenza la Corte ha inoltre seguito l’orientamento dell’allora Alto Rappresentante UE Mogherini, la quale nel 2016 alla domanda se la Commissione Europea si sarebbe impegnata a difendere il diritto degli attivisti del BDS a esercitare la propria libertà di espressione democraticadichiarò che: “L’Unione europea è ferma nella tutela della libertà di espressione e la libertà di associazione, in linea con la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, che si applica sul territorio degli Stati membri dell’Unione europea, anche per quanto riguarda le azioni BDS condotte su questo territorio”. 

Il fenomeno varca i confini europei, con numerosi casi in tutto il mondo, la maggior parte dei quali negli Stati Uniti: nel 2019 la Terza Corte Federale del Texas ha emesso un ordine di blocco dell’applicazione della “anti-BDS bill”, affermando che essa violasse di fatto il Primo emendamento alla Costituzione degli Stati Uniti[i]: nella sentenza il giudice Robert Pitman spiegò che il boicottaggio politico è una condotta espressamente protetta dal primo emendamento nelle orme del celebre Caso Claiborne il quale diede protezione agli attivisti del Civil Rights Act che all’epoca boicottavano il business bianco nel Sud segregazionista.                        

Il vecchio continente alle prese con il suo passato

Che in Europa vi sia un lento ritorno al clima di odio razziale ed antisemita è ormai opinione largamente diffusa. 24 maggio 2019: un cimitero ebraico a Bordeaux viene deturpato. Germania, due giorni dopo: il commissario dell’antisemitismo per il governo tedesco mette in guardia i cittadini dall’indossare la kippah in luogo pubblico, a causa di un picco di attacchi contro gli ebrei. 29 gennaio 2020: a Milano volantinaggio dei neonazisti nel giorno della memoria.

Ma se da un lato vi sono esempi di netta rottura con il passato, come nel caso della Germania che ha tacciato di terrorismo il network neo-nazista “Kombat 18” e che offre solidi appigli giuridici per prevenire e reprimere l’istigazione all’odio[ii], dall’altro in Italia la questione sembra muoversi a rilento e con enormi difficoltà burocratiche. 

Non è passato molto tempo dall’irruzione del 2017 durante l’incontro della rete “Como senza Frontiere”, durante il quale un nutrito gruppo di teste rasate fece irruzione ed obbligò la platea all’ascolto della lettura di un volantino sul tema della cosiddetta “invasione”. L’azione fu compiuta dalla sedicente “associazione culturale Veneto fronte skinhead”e nonostante nel 2019 si siano chiuse le indagini a carico di 13 esponenti del gruppo, con l’accusa di concorso in violenza privata aggravata, si parla di falsa partenza e tentativi di rallentamento dell’iter giudiziario.

D’altronde, dopo il marasma per l’istituzione della Commissione Segre, la stessa legge Mancino, (la legge che contrasta l’istigazione alla violenza e alla discriminazione per motivi razziali etnici, religiosi o nazionali) è stata attaccata dall’ex Ministro Fontana, secondo il quale sarebbe “usata per fini sbagliati” lanciando un generico attacco al “mainstream globalista dell’immigrazione incontrollata”, a differenza del suo partito che intende “fermare l’invasione e difendere la propria cultura”.

In tale contesto globale, in molti hanno dunque fatto presente quanto possano risultare pericolose le recenti amicizie politiche di Israele con Orban, Bolsonaro, Hoecke e Salvini.

Diritto al boicottaggio: analisi comparata e importanza dei termini 

Il punto critico riemerge però con le politiche interne dello Stato ebraico e le conseguenti pratiche di boicottaggio condotte nel mondo. Tornando al sopracitato caso del Texas, lo stesso giudice Pitman affermò che “boycotts are ‘deeply embedded in the American political process’ because in boycotts, the ‘elements of speech, assembly, association, and petition  ‘are inseparable’ and are magnified by the ‘banding together’ of individuals ‘to make their voices heard.” Nella sua interpretazione, dunque, la freedom of consciousness tutela di fatto anche le azioni di boicottaggio, proprio perché insite nei processi di emancipazione della storia americana ed umana. 

Merita menzione la campagna di boicottaggio USA nel 1933 allo scopo di esercitare pressione economica affinché cessassero le atrocità del nazismo contro ebrei ed oppositori. Nel 2016, poi, proprio alla vigilia della nota Risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, è stato sottoscritto un appello  da più di 200 giuristi e docenti di diritto internazionale europei contro i provvedimenti atti a criminalizzare il movimento BDS. 

Si evince chiaramente che il punto cruciale della campagna di boicottaggio si cela proprio nei termini utilizzati. L’appello della Società Civile Palestinese al boicottaggio, al ritiro degli investimenti e all’applicazione di sanzioni contro lo stato di Israele durerà fino a quando esso non rispetterà il Diritto Internazionale ed i Principi Universali, non per sempre.

L’appello si rivolge a chiunque, anche agli israeliani, e si presenta di per sé come extrema ratio in seguito al fallimento delle operazioni di pace. “A fronte di tali esplicite premesse, –è stato  osservato, – appaiono privi di forza persuasiva gli argomenti contro BDS incentrati sulle accuse di razzismo e di antisemitismo rivolte di frequente alla campagna da diversi commentatori”.

In ossequio al diritto internazionale le rivendicazioni di autodeterminazione, tutela dei diritti dell’uomo e non discriminazione costituiscono il principale ancoraggio della campagna e “questo  risulta particolarmente evidente ed attuale proprio in virtù della risoluzione 2334, il cui contenuto appare evidenziare quanto le istanze del movimento BDS riproducano, sul piano della mobilitazione civica, i moniti istituzionali[iii] contro le violazioni della legalità internazionale reiteratesi nel conflitto mediorientale”.

Invero anche in Italia il monito istituzionale fornisce ulteriore assistenza interpretativa. Se da una parte il reato di boicottaggio, di cui all’art. 507 c.p. potrebbe  per assurdo essere applicato (per quanto la Corte Costituzionale con sent. 17 aprile 1969, n. 84 ne abbia circoscritto la necessaria rilevanza, un grado di intensità e di efficacia tali da superare i limiti democratici della libera manifestazione del pensiero) è nelle previsioni dell’art.2  Cost che bisogna riporsi: estendendo la portata dei doveri inderogabili di solidarietà al piano internazionale.

La stessa Corte Costituzionale ha d’altronde spesso ribadito tale concetto, sia basandosi sull’articolo in esame, sia richiamandosi ad esso per attribuire rango costituzionale ad ulteriori diritti fondamentali riconosciuti in trattati e convenzioni internazionali.

Il BDS, come nel caso del Sudafrica, del Tibet e delle grandi multinazionali, rappresenta ancora una sfida nel quale si passa dalla titolarità di diritti al bilanciamento di interessi contrapposti, siano essi economici o politici. Starà alle interpretazioni delle corti l’arduo compito di chiarire, nell’ottica dei principi fondamentali, quale interesse debba prevalere sull’altro, alla ricerca di una giustizia internazionale che appare sempre più lontana. 


[i]     Il primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti garantisce la terzietà della legge rispetto al culto della religione e il suo libero esercizio, nonché la libertà di parola e di stampa, il diritto di riunirsi pacificamente e il diritto di appellarsi al governo per correggere i torti. 

[ii]    Strafgesetzbuch section 86asezione del codice penale dedicata all’uso di simbologia e argomentazioni incostituzionali ed eversive

[iii]   Nelle parole del Dr. L. Daniele “La risoluzione 2334 non fa altro che ribadire numerose affermazioni precedenti del Consiglio di Sicurezza (a partire dalle Risoluzioni 446 e 452 del 1979 e confermate a più riprese), e della stessa Corte nella citata Advisory Opinion (par. 120), quando dichiara che la politica degli insediamenti di Israele «non ha valore legale» e costituisce una «flagrante violazione» della Quarta Convenzione di Ginevra.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Latest from LAW & RIGHTS