2021: NOBEL PER LA PACE A TRUMP?

Dopo un anno stravolto dalla pandemia, una bolla di disattenzione avvolge sia distruttori che costruttori di vite. Eppure, anche nel 2020, persone, organizzazioni e associazioni si sono distinte nella loro azione di pace in un zone dilaniate dal conflitto, dalla violenza e da fratture sociali. Chi potrebbe essere nominato nel 2021 come Nobel per la Pace?

Il tempo non è clemente con le azioni degli uomini, tanto meno con coloro che sono esposti alla pubblica ammirazione. Le vicissitudini dei Premi Nobel per la Pace ne sono una dimostrazione: da Aung San Suu Kyi all’Unione Europea, al Primo Ministro etiope Abiy Ahmed, gli uomini e le organizzazioni che sono stati elevati a benefattori sono poi stati protagonisti di vicende che hanno in messo in dubbio se non il loro passato, quanto meno le loro vere intenzioni.

L’inverno birmano viene da lontano

La storia di Aung San Suu Kyi, attuale Consigliere di Stato del Myanmar, è una triste dimostrazione degli abbagli che il Nobel per la Pace può causare. Figlia di un eroe per l’indipendenza birmana, Aung San Suu Kyi era diventata il simbolo di un’opposizione pacifica ma tenace al dispotismo dei militari che avevano preso il controllo del Paese nel 1962. Ispirata dai metodi di Martin Luther King Jr e Gandhi, Aung San Suu Kyi aveva preso le redini dell’opposizione, guidandola verso la visibilità con manifestazioni numerose e pacifiche. Dopo 15 anni di prigione, durante i quali Oslo le aveva assegnato il Nobel, il bene della democrazia sembrava aver vinto: nel 2013 il suo partito era stato ammesso alle elezioni, e aveva vinto 43 dei 45 seggi disponibili. Quattro anni dopo, il mondo si è svegliato con le immagini di centinaia di migliaia di Rohingya, minoranza musulmana, in fuga dalla Birmania, inseguiti dalla colpa di professare la propria religione in un Paese a stragrande maggioranza buddista. Secondo molti osservatori, Aung San Suu Kyi non sanziona o frena gli abusi contro i Rohingya per consolidare il proprio potere all’interno dello Stato birmano, ma anche per mantenere quel legame simbiotico con la popolazione che l’ha tenuta in vita per decenni.

In lotta contro la fame

Nel 2020, il Comitato Nobel di Oslo si è discostato da personalità politiche per riconoscere l’impegno del World Food Programme nell’eradicazione della fame nel mondo. Questa iniziativa ONU ha raggiunto nel 2019 97 milioni di persone attraverso programmi diversi, che spaziano dal garantire una nutrizione sufficiente al prevenire che la fame venga usata come arma di conflitto. Secondo il sito ufficiale del WFP, ciò che rende il suo lavoro efficace è la sua capacità di azione tempestiva e capillare: più del 90% del suo personale lavora nei Paesi coinvolti dalle iniziative dell’organizzazione, che riesce a spedire ogni anno più di 15 miliardi di razioni alimentari a 69 centesimi di dollaro l’una.

Il primo candidato: Make The Donald Cool again

Dopo i catastrofici eventi del 2020, l’assurdo è diventato l’ordinario, e la parodia la normalità. L’assegnazione del Premio Nobel per la Pace a Donald Trump potrebbe essere un colpo di coda del 2020, complice l’ammirazione che il Presidente uscente riscuote in certi ambienti. Già nel 2018, infatti, il politico norvegese di estrema destra Christian Tybring-Gjedde aveva proposto Trump: la temporanea riappacificazione con Kim Jong Un era descritta con un passaggio epocale della presenza americana in Asia. Nel corso del 2020, Tybring-Gjedde ha ripetuto la sua proposta: a parer suo, gli accordi di pace tra gli Emirati Arabi Uniti e Israele costituiscono una dimostrazione del fatto che di Trump sono da apprezzare le opere, non le parole. Ad ottobre, quando l’epidemia aveva già mietuto quel che restava della popolarità di Trump, due eurodeputati di AfD, partito tedesco di estrema destra, hanno presentato una mozione per la risoluzione a favore dell’assegnazione del Nobel a Trump. Anche se le voci appartengono a uno schieramento minoritario, è bene ricordare che l’effetto eco in politica è sempre possibile.

L’utopia di COVAX

Anche se è improbabile che il Comitato Nobel scelga due volte di seguito un’agenzia riconducibile alle Nazioni Unite, l’iniziativa COVAX si pone l’obiettivo di eliminare sul nascere una delle più gravi minacce alla pace di questo secolo, ovvero l’accesso ai vaccini. Questa iniziativa potrebbe essere il riscatto dell’OMS dopo un anno disastroso: ha l’ambizione di distribuire fino a 2 miliardi di dosi a fine 2021 soprattutto a quei Paesi le cui finanze non gli permettono di acquistare vaccini costosi come quello della Pfizer/Biontech. A proposito dei suoi obiettivi, due aspetti sono da tenere in considerazione: COVAX fa affidamento sul vaccino Oxford/Astrazeneca, ora al centro di diverse speculazioni. Se il prodotto anglo-svedese venisse confermato, COVAX si troverebbe ad affrontare una delle più grandi sfide logistiche della storia, ovvero consegnare miliardi di dosi in regioni prive di infrastrutture efficienti. Se avesse successo, la sua storia potrebbe essere insignita del Premio Nobel.

La casa che brucia

La nostra casa è in fiamme, aveva ammonito Greta Thunberg i leader riuniti a Davos nel gennaio 2020. Attivista sedicenne e icona politica, Greta ha mobilitato migliaia di giovani contro l’inazione climatica: il Covid ha dimostrato quanto siano pericolose le conseguenza dell’impatto antropico sul Pianeta, e la Thunberg lo ha sempre dichiarato con forza. Nel 2020, i divieti di assembramento e di manifestazione hanno fatto calare la sua influenza. Tuttavia, la sua capacità di veicolare e diffondere un messaggio di mobilitazione pacifica in ogni angolo del mondo è indiscutibile.

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