COVID-19, SICUREZZA ALIMENTARE E SUD-EST ASIATICO: FOCUS SU CINA E INDIA

La diffusione della pandemia da Covid-19 ha colpito gli Stati da moltissimi punti di vista, andando da quello politico ed economico a quello sociale. Ed è proprio in quest’ultimo che si sono registrati dei dati molto allarmanti.

Secondo, infatti, le stime ufficiali sia della Food and Agricultural Organization (FAO) che del World Food Program (WFP), il Coronavirus, le conseguenti misure di lockdown e la crisi economica che ne è natahanno provocato gravissimi danni alla filiera di produzione agro-alimentare dei Paesi maggiormente colpiti dai contagi, compromettendone così non solo le loro perfomance economiche, ma anche la loro capacità di sussistenza e di fornitura di un adeguato accesso al cibo alla loro popolazione, riaprendo l’annosa questione della sicurezza alimentare. A farne le spese sono stati, in primis, i Paesi in via di sviluppo (PVS), che hanno economie basate proprio sul settore primario e in cui è impiegata la maggior parte della popolazione. Il WFP, recentemente, ha pubblicato il Global Report on Food Crisis 2020, con il quale ha lanciato l’allarme a livello globale.

Sarebbero, infatti, 55 i PVS che già, prima dell’inizio della pandemia, si trovavano in una condizione di estrema povertà e con forti crisi alimentari diffuse tra le loro popolazioni, e che adesso si troverebbero in una condizione maggiore di stress, con un totale di 265 milioni di abitanti che soffrirebbero la fame e la povertà. Condizione questa che tenderebbe a peggiorare se non si deciderà di adottare misure per limitare i danni il più possibile.

Una regione molto colpita è stata quella del sud-est asiatico. I dati, aggiornati al giugno 2020, riportati dall’ Asian Development Bank (ADB) e dall’International Labour Organization (ILO) non sono per niente incoraggianti. I Paesi più colpiti sono stati le Filippine, l’ Indonesia, la Malaysia, Singapore e Thailandia che hanno registrato una riduzione drastica del loro PIL nazionale e, in generale, in tutto il Sud-Est asiatico si è avuta una perdita di 48 milioni di posti di lavoro a tempo determinato. Sempre secondo i dati forniti dall’ILO, le famiglie che vivono al di sotto della soglia di povertà non hanno a disposizione molti aiuti, a causa della mancanza di adeguati ammortizzatori sociali, con la conseguenza di non poter esser assistite in questa situazione ed essere lasciate allo sbaraglio.

Cos’è la sicurezza alimentare e quali sono le aree del Sud-Est asiatico più colpite?

Il Global Report on Food Crisis 2020 del WFP definisce la sicurezza alimentare in senso negativo chiarendo il concetto di food insecurity, con il quale si intende la mancanza e l’impossibilità di accedere ad una quantità accettabile di cibo di buona qualità, che permetta di crescere in salute e di vivere una vita sana e attiva. Secondo il WFP la condizione d’insicurezza alimentare si può presentare sotto varie forme, più o meno acute e transitorie, che dipendono da diversi fattori, che a loro volta possono incidere contemporaneamente sia sulla capacità di reddito delle famiglie che sulla fornitura di cibo, come le guerre e conflitti interni, gli shock economici, le epidemie e le pandemie e, infine, i cambiamenti climatici o le calamità naturali. La questione della sicurezza alimentare spesso si intreccia con quella della malnutrizione.

Questo fenomeno si può presentare in due forme differenti: la denutrizione e l’ipernutrizione. La prima, è molto di più di una semplice mancanza di cibo, ed è data infatti dalla combinazione di più fattori quali insufficiente apporto calorico di nutrienti unito alla frequente diffusione di malattie, elementi che creano una stato di salute debole ed emaciato.

La seconda è direttamente associata all’obesità, fenomeno opposto ed in incremento nei Paesi sviluppati. Il rapporto del WFP fornisce anche una prospettiva globale delle maggiori crisi alimentari attualmente in atto e aggravate dalla pandemia. Tra di esse, nella zona geografica del Sud-Est asiatico, spiccano quella del Bangladesh e del Pakistan.

Nel primo, la crisi avrebbe maggiormente colpito i rifugiati di etnia Rohingya che si trovano nel distretto di Cox Bazar. Sulla loro condizione hanno inciso due fattori: la stagione dei monsoni, il cui impatto sui campi delle comunità è stato terribile e la politica del governo, poco incline a concedere aiuti economici e di tipo umanitario. In Pakistan, la condizione delle comunità e dei campi può essere definita catastrofica.

La popolazione, oltre a risentire la mancanza di cibo a causa di conflitti interni tra le varie etnie, accompagnati da frequenti atti terroristici, quest’anno ha dovuto fronteggiare sia la pandemia che un’invasione di locuste, talmente tanto grave che il governo ha dichiarato lo stato d’emergenza. Nonostante ciò, la percentuale di coloro che attualmente vivono in pessime condizioni è estremamente alta, toccando un picco di 1,27 milioni di persone.

I risvolti economici: la reazione di India e Cina.

La sicurezza alimentare non è solo un problema sociale ma anche economico, in quanto il settore agro-alimentare è uno dei pilastri delle economie di tutti i Paesi. Come avranno reagito i paesi più popolosi della zona, nonché grandi importatori e produttori, Cina e India, all’impatto che le misure restrittive hanno avuto sulla loro produzione agro-alimentare? Quali contro-misure avranno adattato? 

▪ La pandemia ha messo a nudo tutte le criticità del sistema di approvvigionamento cinese, facendo sorgere nuovamente la questione della sicurezza alimentare. Le criticità non riguardano tanto la vera e propria mancanza di cibo, ma più che altro la necessità per l’economia cinese, che importa circa il 20% delle derrate alimentari consumate, di doversi rendere autonoma dai mercati internazionali. L’80% di queste importazioni riguardano generi di prima necessità come carne, soia, latte e zucchero. Fino alla prima metà dell’anno, la Cina non ha avuto grossissime difficoltà, potendo contare sulle riserve strategie nell’Hubei e nel Jiling. Nella seconda metà dell’anno, invece, la situazione si è capovolta.

L’azione congiunta di pandemia, tifosi e inondazioni, ha inciso talmente tanto sui raccolti, soprattutto in queste due regioni, che si è registrato un  aumento dei prezzi degli alimenti di circa il 13%. Questo ha indotto  il governo cinese e il Presidente Xi Jinping ad avviare una politica di razionamento del cibo, chiamata “salva cibo”, che ha coinvolto tutti, dai ristoratori ai quadri del partito ai semplici cittadini, invitati tutti a non ordinare porzioni abbondanti di cibo. 

Dal punto di vista economico e logistico, l’approvvigionamento potrebbe essere reso ancora più difficile dalle scelte economiche e di contenimento dei maggiori partners economici cinesi, Brasile e Argentina. Per questo la Cina sta pensando non solo ad un sistema produttivo di tipo circolare, ma anche a rilanciare i rapporti economici con la Russia. Quest’ultima, infatti, penalizzata nelle sue esportazioni dalle sanzioni dell’ Occidente, guarda con molto interesse al mercato cinese che, allo stesso tempo, soffre la mancanza di un forte partner commerciale, dopo aver tagliato i ponti con gli U.S.A.

▪ La situazione indiana è ancora più contraddittoria di quella cinese. La pandemia ha colpito duramente l’economia indiana, che nel 2018 si era affermata come prima esportatrice di riso al mondo, al punto tale da portare il Paese a non rinnovare i contratti di import/export per la fornitura del riso. La popolazione indiana, durante il duro lockdown imposto da Modi, ha sofferto la fame, portando il governo ad emanare il National Food Security Act, con il quale si è fornita assistenza ai milioni di indigenti indiani, distribuendo cibi a base di cereali. Il lockdown ha anche causato una forte ondata di disoccupazione che ha riguardato tutti coloro che erano impegnati nella filiera produttiva.

Gli agricoltori, in particolare, sono insorti recentemente contro il governo indiano per imporre l’abrogazione di tre leggi, che vanno a colpire i loro interessi in favore di gruppi industriali, approvate dal Parlamento indiano nel mese di maggio. La paura più grande degli agricoltori riguarda la possibilità che il regime dei prezzi minimi, accordato per sostenere le loro attività e per evitare che il prezzo dei cibi fosse soggetto alle fluttuazioni inflazionistiche, venga abolito e si permetta, inoltre, una maggiore concorrenza con i prodotti di tipo industriale. Il timore degli agricoltori non sembra essere infondato perché, stando a quanto sostengono, le nuove leggi permetterebbero alle corporations industriali di avere un maggiore influenza sulle loro modalità di sostentamento e sulla proprietà della terra.

Le proteste dei contadini, talvolta violente, si sono talmente tanto diffuse che la Corte Suprema indiana ha dichiarato la sospensione di queste tre leggi fino a quando tra il governo e gli agricoltori non verrà raggiunto un compromesso. Nel frattempo, l’economia indiana potrebbe entrare ufficialmente in recessione. A dichiararlo è stata la Banca Nazionale Indiana, sottolineando una possibile contrazione del 10%, dovuta proprio a tutte le difficoltà che imprenditori e proprietari di attività hanno avuto a causa del lockdown. Tra i settori più colpiti risultano quello produttivo a 360 gradi, quello del turismo, quello industriale e tutto quello del commercio, sia al dettaglio che all’ingrosso.

Cosa fare?

La sicurezza alimentare però, come ricordato sopra, è un problema di natura globale. Come poter intervenire? Cosa fare concretamente? Secondo la FAO, massima autorità in merito, sarebbe necessario migliorare l’assistenza alimentare d’emergenza e le misure previdenziali, avviare una politica che supporti e sostenga la produttività nel settore agricolo e, infine, creare dei magazzini in cui conservare i prodotti agricoli a bassa deperibilità e studiare un modello di e-commerce per la loro vendita, quando si presentano problematica nella filiera di distribuzione. Per questo motivo la FAO sta lavorando al progetto di una “Food Coalition”, che ha l’obiettivo di studiare nuovi metodi di approccio al settore agro-alimentare per affrontare meglio le conseguenze della pandemia su di esso, sia in termini sociali che in quelli economici.

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