TRUMP 2024: FATTIBILITA’ E SCENARI FUTURI

Il presidente Donald Trump non è riuscito a vincere la sua campagna elettorale per la rielezione presidenziale contro lo sfidante democratico Joe Biden, tuttavia potrebbe non essere ancora arrivata la sua uscita definitiva dalla scena politica. 

Il 7 novembre, Biden ha vinto lo stato chiave della Pennsylvania, consegnando al democratico le chiavi della Casa Bianca, concedendogli i voti necessari per il collegio elettorale.

Secondo la Costituzione degli Stati Uniti, tuttavia, nonostante Trump abbia perso le elezioni, potrebbe ancora concorrere per la riconquista dello Studio Ovale nel 2024. Infatti, il 22° Emendamento afferma che: “Nessuno può essere eletto alla carica di Presidente più di due volte”. Tale requisito, tuttavia, non specifica la possibilità di un periodo di tempo intercorso tra due termini presidenziali. 

L’ex consigliere di Trump, Bryan Lanza, ha affermato di ritenere che il presidente sarà in una “buona posizione” per potersi candidare di nuovo tra quattro anni. Tuttavia, ha detto, qualora Trump volesse correre è importante che sia attento alla sua “uscita di scena” per assicurarsi di non “danneggiare una potenziale gara tra quattro anni”. Lanza non è il primo ex consigliere di Trump a suggerire che Trump potrebbe correre di nuovo nel 2024, con Steve Bannon che ha fatto commenti simili il mese scorso. Anche se il presidente non riuscisse a vincere un secondo mandato, ha detto Bannon: “Non vedremo la fine di Donald Trump.” Il senatore Lindsey Graham ha anche incoraggiato Trump a correre di nuovo per “mantenere vivo il suo movimento”. Due degli ex collaboratori di Trump – Rick Gaetz e Mick Mulvaney – hanno detto che non sarebbero stati sorpresi di vedere Trump sul biglietto presidenziale del 2024.

Alcune fonti affermano che anche il Presidente stia effettivamente considerando l’idea di concorrere, nonostante non abbia ancora commentato pubblicamente la potenziale campagna nel 2024. 

Se Trump tentasse di candidarsi di nuovo, non sarebbe il primo presidente degli Stati Uniti a farlo, con il presidente Grover Cleveland che si candidò per la seconda volta con successo alle elezioni nel 1892. Cleveland divenne il 22° presidente degli Stati Uniti nel 1884, ma fu sconfitto nella sua candidatura per la rielezione contro il rivale repubblicano Benjamin Harrison. Nel 1892, Cleveland ritornò nella scena politica ricandidandosi e divenne anche il 24° presidente.  [1]

Le manovre post-elettorali di Donald Trump hanno, come minimo, scosso la fede degli americani nella loro democrazia. E le voci che vedrebbero il presidente ricandidarsi nel 2024 sono sempre più oggetto del dibattito politico americano, addirittura si pensa che Trump possa annunciare la sua candidatura proprio durante l’inaugurazione di Biden. I giornali pullulano di discussioni sulla saggezza di perseguire penalmente Trump dopo il 20 gennaio. Ma i procedimenti penali non sono l’unico, o addirittura il miglior meccanismo per rispondere alla sfida posta da Trump. In una società pienamente impegnata a favore della democrazia, il Congresso userebbe questo periodo per incriminare, condannare e squalificare Donald Trump dal perseguimento di cariche pubbliche in futuro, come la costituzione consente.

Donald Trump minaccia davvero la sostenibilità della democrazia negli Stati Uniti? Gli esperti e gli studiosi hanno discusso animatamente la questione negli ultimi quattro anni.

Alcuni hanno concluso che il presidente è il classico esempio di un cane che abbaia, ma non morde. Per esempio, Trump ha più volte chiesto che i suoi avversari politici venissero incarcerati, e ha definito i giornalisti “corrotti” e addirittura “criminali”. Eppure, il suo procuratore generale non ha perseguito Hillary Clinton, Joe Biden e nessun membro della stampa. Trump ha anche proposto l’idea di diventare presidente “a vita”, ma spesso è sembrato più interessato a migliorare le sue abilità nel golf che a prendere il potere illegittimamente. E ora, dopo innumerevoli polemiche, ha ceduto, permettendo l’inizio del passaggio di potere alla presidenza Biden.

Eppure, molti sostengono che Trump abbia chiaramente tentato di sovvertire il processo democratico. Ha nominato un direttore generale delle poste che ha reso più difficile per gli elettori spedire le schede in tempo. Ma le sue azioni più eclatanti sono state quelle successive al giorno delle elezioni, una volta che è stata chiara la sua sconfitta. Anche se non ci sono mai state prove di brogli elettorali sostanziali, egli ha esplicitamente spinto i funzionari elettorali a sovvertire il risultato in vari Stati in cui la vittoria era molto combattuta. Si è trattato di uno sforzo inequivocabile e illegittimo per rimanere al potere indipendentemente dal risultato delle elezioni. Il fatto che abbia fallito non significa necessariamente che gli si debba permettere di riconquistare la presidenza.

Molte democrazie impediscono a chi attacca il governo di ricoprire la carica. In Francia, i cittadini che minano il voto possono essere interdetti dalla Corte costituzionale per un massimo di tre anni. Ritardare o ostacolare le elezioni canadesi può comportare la perdita temporanea della possibilità di contendersi un seggio in parlamento. E anche se non è mai stata applicata, la costituzione tedesca (Grundgesetz) dà alla sua alta corte il potere di negare a una persona la libertà di esercitare la sua carica quando cerca di minare l’ordine costituzionale tedesco. [2]

La logica di queste politiche è chiara. La democrazia esige che a nessuno venga ingiustificatamente impedito di candidarsi. La propria razza, religione o genere non ha importanza. Sarebbe un insulto bloccare qualcuno a causa del colore della sua pelle. Ma ricoprire una carica è una fiducia pubblica. Le decisioni prese da presidenti, senatori e rappresentanti hanno un impatto sul benessere e sui diritti fondamentali di molti altri, compresi i loro diritti democratici. 

Le regole di eleggibilità che rafforzano la democrazia seguono una logica simile. Possono scoraggiare la partecipazione a complotti antidemocratici e impedire di cercare il potere a coloro che sono manifestamente inadatti. Nelle democrazie, i potenziali candidati perdono il loro diritto di candidarsi quando le loro azioni dimostrano che useranno quella posizione per attaccare i diritti democratici degli altri: come ha fatto Trump, in molti sostengono.

Negli Stati Uniti, l’eleggibilità alla presidenza è stabilita dalla costituzione. Solo i cittadini nati negli Stati Uniti, che hanno almeno 35 anni e risiedono negli Stati Uniti da 14 anni possono ricoprire la carica. Tuttavia, i presidenti che sono stati sia imputati che condannati possono essere resi ineleggibili da un voto di maggioranza del Senato. Alla luce della reazione antidemocratica del presidente alla sua sconfitta, al fine di evitare un’altra corsa elettorale di Trump, l’attuale Congresso dovrebbe usare il suo potere in tal senso. 

Il Senato, tuttavia, non ha mai usato questo strumento. Ed è improbabile che lo faccia prima del 20 gennaio. In assenza di meccanismi alternativi, la penalizzazione di coloro che aggrediscono l’autogoverno popolare dovrebbe essere discussa come parte di qualsiasi pacchetto congressuale di riforma della democrazia. [3]

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