UNA NUOVA PROSPETTIVA NELLE RELAZIONI MARITTIME ITALO-LIBICHE

Fonte: Limes -L’Italia è il mare

Quello della Zona economica esclusiva è stato per anni un argomento tabù per l’Italia, ma una svolta nelle relazioni marittime con la Libia sembra cavalcare proprio quest’onda, in una nuova prospettiva del ruolo italiano nel Mediterraneo.

In seguito alla liberazione dei pescatori di Mazara del Vallo, sequestrati lo scorso 1 settembre e detenuti fino al 17 dicembre in Cirenaica, si è tornati a discutere dei possibili futuri scenari circa le relazioni marittime tra Italia e Libia. In particolare, l’attenzione politica e mediatica si è concentrata sul tema delle Zone economiche esclusive (Zee) e sull’opportunità, finalmente, di stabilire un limite concordato tra la futura Zee italiana e quella libica. L’Italia infatti, come verrà approfondito di seguito, aveva finora mantenuto una posizione di cautela e neutralità nei confronti dell’argomento Zee. Tuttavia, il caso della detenzione dei pescatori italiani, oggetto di contenzioso tra Italia e Libia negli ultimi mesi, e l’approvazione della Proposta di Legge (PdL) dell’On. Iolanda di Stasio (A.C. 2313) in data 5 novembre, costituiscono la base di un nuovo approccio italiano alle questioni marittime in senso lato, e ai rapporti con la vicina Libia nello specifico.

Il tema delle Zee: cosa sono e perché sono importanti

Nel diritto interazionale, è la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS) del 1982 a fornire la definizione delle Zone economiche esclusive, regolandone l’attuazione e il rispetto delle norme correlate. Pertanto, una Zee è “un’area esterna ed adiacente alle acque territoriali in cui lo Stato costiero ha la titolarità di: diritti sovrani (UNCLOS 56, 1, a) sulla massa d’acqua sovrastante il fondo marino ai fini dell’esplorazione, sfruttamento, conservazione e gestione delle risorse naturali, viventi o non viventi, compresa la produzione di energia dalle acque, dalle correnti o dai venti; giurisdizione (UNCLOS 56, 1, b) in materia di installazione ed uso di isole artificiali o strutture fisse, ricerca scientifica in mare e di protezione e conservazione dell’ambiente marino”. Inoltre, all’Articolo 57 la Convenzione di Montego Bay specifica che una Zee può estendersi fino a un massimo di 200 miglia dalla linea di base – ovvero la linea di bassa marea lungo la costa, il limite interno dal quale è misurata l’ampiezza delle acque territoriali.

Come afferma Fabrizio De Pascale nella sua analisi per la rivista Affari Internazionali, l’istituzione della Zee ha rappresentato, a livello internazionale, una vera e propria rivoluzione nell’ambito del diritto del mare, arrivando a costituire la nuova legge fondamentale del diritto del mare in pochi anni, riconosciuta ed adottata dalla maggioranza degli Stati. Una delle motivazioni per cui la Zee venne discussa durante i lavori della UNCLOS, consisteva nell’interesse comune dei partecipanti a contrastare il pericolo del sovra-sfruttamento degli stock ittici: la Zee, infatti, conferiva allo Stato sovrano la competenza e la responsabilità di gestire in maniera ottimale la conservazione delle risorse biologiche comprese nelle 200 miglia di sovranità. L’obbligo che seguiva a tale diritto, tuttavia, era quello di permettere alle imbarcazioni battenti bandiera straniera di accedere “al surplus di risorse che lo stato costiero non fosse in grado di pescare.”

La Zee libica 

Nel 1973, il Colonnello Gheddafi dichiarò unilateralmente che l’intero Golfo della Sirte era parte integrante delle acque interne della Libia, rivendicandone quindi, in quanto “baia storica”, la totale sovranità. Questa linea di chiusura di 306 miglia incontra tutt’oggi le critiche e le proteste di Stati Uniti e Unione Europea, in quanto essa non ricade nella definizione di “insenatura ben marcata” prevista dalla Convenzione UNCLOS, e pertanto non viene riconosciuta dalla comunità internazionale come “baia storica” – istituto di eccezione previsto dalla stessa Convenzione. Inoltre, nel 2005 la Libia istituì la Zona di protezione della pesca (Zpp) di 62 miglia a partire proprio dalla linea di chiusura della Sirte, per poi proclamare, nel 2009, la vera e propria Zee, inclusiva della precedente Zpp, “sino ai limiti permessi dal diritto internazionale”.

L’assenza di una delimitazione precisa dei confini di questa Zee e il fatto che la Libia non abbia mai ratificato la Convenzione UNCLOS, fa sì che si debba far capo al diritto consuetudinario o, in alternativa, ad accordi bilaterali con gli Stati adiacenti e frontisti. In linea teorica, quindi, l’attività di pesca all’interno delle acque sottoposte alla sovranità libica tramite l’istituzione della Zee è illegittima in assenza del consenso dello Stato costiero. Nel caso dell’episodio dei due pescherecci italiani Antartide e Medinea, è doveroso sottolineare come questi, e quindi anche i loro equipaggi, si trovassero al momento del sequestro a circa 35 miglia da Bengasi, quindi già all’interno della Zee libica. Per quanto sia molto interessante e rilevante ai fini della comprensione dei rapporti marittimi e dell’applicazione del diritto del mare in simili casi futuri, in questa sede non è possibile soffermarsi sulla questione della legittimità di un eventuale intervento italiano – anche militare –  il quale, secondo alcuni osservatori, sarebbe stato possibile, se non necessario, appellandosi direttamente all’articolo 4 delle Istruzioni di diritto marittimo per i comandi navali e all’obbligo di rilascio previsto dalla Convenzione UNCLOS – non ratificata però, come detto, da nessun governo libico.

La posizione italiana e i possibili futuri scenari 

Ciò che più si vuole far emergere da questa analisi è il cambio di rotta della politica marittima che il governo italiano potrebbe attuare nei confronti della Libia, e in generale degli Stati adiacenti del Mediterraneo. Per decenni la posizione dell’Italia circa il processo di attuazione delle Zee è stata piuttosto distaccata, nonostante sia stata tra le prime a ratificare la Convenzione nel 1994. Com’è stato possibile, quindi, superare questa sorta di Zee-fobia, cambiare completamente atteggiamento e procedere con una rivoluzionaria proposta di legge? Agli inizi del 2000, diversi Paesi del Mediterraneo hanno provveduto a proclamare le loro sovranità marittime prima tramite l’istituzione di Zone di protezione ecologica (Zpe) o di pesca (Zpp), e in seguito con l’adozione delle Zee. In testa alla lista, nel 2003, la Tunisia, seguita poi da Libia, Francia e Spagna, nonché da Cipro, Egitto, Israele, Libano, Marocco, Monaco, Siria e Turchia – uno spazio di approfondimento meriterebbe inoltre il caso dell’Algeria.

L’Italia, come detto, ha optato inizialmente per un approccio cauto, istituendo solamente la Zpe con la legge 61-2006, spinta soprattutto dal timore che alcuni Stati potessero fare un uso improprio delle loro Zee, limitando l’attività delle forze navali straniere. Tuttavia, l’atteggiamento sempre più aggressivo degli altri Paesi – soprattutto quelli affacciati sul Mediterraneo orientale e nord-africano – ha innescato finalmente la percezione che fosse necessario ufficializzare, tramite l’istituzione di una Zee, la sovranità nazionale su una determinata area, abbandonando una posizione fin troppo accomodante che rischia, alla lunga, di danneggiare il prestigio e il ruolo dell’Italia nel Mediterraneo. 

Ecco quindi che, anche in seguito al recente incidente avvenuto in acque libiche, l’approvazione della Proposta di Legge istitutiva di una Zee italiana apre le strade ad un nuovo approccio nelle relazioni marittime con la Libia e in generale con gli Stati di questo Mare Nostrum, che in realtà non è mai stato così diviso e conteso come adesso. Come recita il testo stesso della Proposta, «L’istituzione della ZEE garantirà al nostro Paese un conseguente vantaggio economico importante […]. Potrà inoltre costituire un importante strumento per mettere in campo iniziative più mirate alla sicurezza delle nostre coste e alla tutela dell’ambiente marino salvaguardando così una preziosa risorsa dallo sfruttamento eccessivo, in un’ottica sempre più sostenibile.

È quindi un intervento legislativo necessario per regolare tra le altre la pesca, la tutela dell’ambiente, e per rispondere a chi tenta di intaccare la nostra sovranità, cercando di appropriarsi di ciò che ci appartiene». La questione della Sirte, come è stato sottolineato, sarà un grande nodo da sciogliere durante le trattative per un eventuale negoziato con Tripoli circa i limiti provvisori delle rispettive Zee. Ad ogni modo, un accordo di questo tipo – non solo con la Libia – come conseguenza dell’istituzione della Zee italiana è tanto auspicabile quanto possibile. 

Ovviamente, dal momento che la Proposta non ha il potere di rendere effettiva l’istituzione della Zee – la autorizza in attesa della futura proposta da parte del Ministro degli Esteri – saranno necessari ancora diversi mesi e sforzi di collaborazione inter-istituzionale affinché la Zee diventi operativa a tutti gli effetti. Altrettanto auspicabili saranno quindi altri tipi di accordi preliminari con Tripoli. Ad esempio, ottenere intanto la presenza di un limitato numero di pescherecci nelle acque della Zee libica, appellandosi all’Articolo 62,3 della Convenzione UNCLOS. In tal modo, l’Italia potrebbe accedere a quel “surplus di pesca” menzionato in precedenza, senza andare in alcun modo a sovrapporsi e contrastare il diritto dell’Unione Europea – il mero accordo di pesca, infatti, ricade nella competenza esclusiva dell’Unione.

Inoltre, dovrebbero essere incentivati anche accordi di partenariato tra privati – si rammenti, ad esempio, il tentativo, poi bloccato per ragioni politiche, che nel 2019 ha visto protagonisti Federpesca e alcuni omologhi della Cirenaica. Tali accordi di concessione di natura privatistica tra associazioni, insieme all’istituzione di una Zee italiana delimitata e regolata dalle norme della Convenzione UNCLOS, costituiranno con molta probabilità un nuovo approccio alla gestione delle questioni di sicurezza marittima e sfruttamento delle risorse, ma anche dei rapporti marittimi con Tripoli e con le altre potenze del Mediterraneo.  

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