L’EFFETTO “PANDEMICO” DELLA TORTURA

A più di 30 anni dall’approvazione della Convenzione contro la Tortura, il reato risulta ancora globalmente diffuso. Quali sono gli strumenti da approntare per assicurarne la salvaguardia effettiva?

Per il diritto internazionale, le norme in materia di tortura assumono un interesse del tutto peculiare, dal momento che si tratta, certamente, della sua componente più sviluppata, una specie di “frontiera avanzata”, rispetto alle altre norme che riconoscono e proteggono l’insieme dei diritti umani. È proprio questa la ragione per la quale, tali disposizioni incontrano numerosi ostacoli e resistenze, talvolta granitiche, da parte degli Stati, tanto in fase di accettazione, quanto (e soprattutto) in fase di attuazione.

Peraltro, si tratta di resistenze cresciute esponenzialmente, anche in paesi storicamente democratici, all’indomani dell’attentato alle Torri Gemelle.  L’11 settembre rappresenta, infatti, un inevitabile spartiacque nella tutela dei diritti umani; da quel momento in poi, diventerà sempre più evidente come le dovute garanzie dei diritti umani lasceranno, spesso e volentieri, il passo alla salvaguardia della sicurezza nazionale, per scongiurare una possibile guerra terroristica.

Cos’è la tortura?

Per poter comprendere a fondo tutte le implicazioni del fenomeno, dobbiamo partire dalla definizione attribuita alla tortura dalla Convenzione contro la Tortura (Convention Against Torture: CAT), strumento pattizio creato ad hoc dal sistema delle Nazioni Unite, nel 1984, il cui scopo, per l’appunto, è di vietare e sanzionare tutte le condotte di tortura ed altri trattamenti inumani e degradanti. 

L’art 5 della CAT chiarisce che per tortura si intende “qualsiasi atto con il quale sono inflitti ad una persona dolore o sofferenze acute, fisiche e psichiche”, il cui scopo deve essere quello di ottenere da esse ovvero da terze persone “informazioni o confessioni” oppure  di “punirla per un atto” commesso (o anche solo sospettata di aver commesso), ma ancora in tutti quei casi in cui l’intento sia di “intimidirla od esercitare pressioni”. 

Tale descrizione, tuttavia, fa riferimento esclusivamente alla tortura “ufficiale”, di tipo verticale, poiché perpetrata da parte di un “funzionario pubblico” oppure da qualsiasi altro individuo che “agisca a titolo ufficiale, o sotto sua istigazione”, risultando sufficiente il mero consenso anche tacito dell’autorità pubblica, affinché possa configurarsi il reato.

Restano, dunque, fuori dalla definizione offerta dalla CAT le ipotesi di tortura orizzontale, cioè praticata da un privato cittadino, a danno di altri individui.  La scelta della Convenzione, in esame, di fatti, è quella di porre l’accento sulle condotte degli Stati, dal momento che, nella maggioranza dei casi, si tratta di episodi che rimangono impuniti. È un tipo di tortura più difficile da individuare, altissimo è il numero di casi non denunciati, per paura di ulteriori ritorsioni da parte delle vittime, ma anche nelle ipotesi in cui si riesca ad agire per vie legali, il più delle volte chi subisce tortura, nella società, diventa un soggetto privo di credibilità per le autorità nazionali, interessate ad insabbiare i fatti.

Lo scopo principale della tortura, diversamente da quanto si crede, non è tanto devastare fisicamente la vittima, quanto quello di annichilirlo emotivamente, annullandone la personalità, rendendolo un automa.  La persona sottoposta a tortura perde la sua identità, viene trasformato in mero strumento, svuotato della dignità umana.  Non a caso, tale è l’obiettivo principale dei regimi autoritari a danno dei dissidenti politici: l’annullamento dell’io. 

Tuttavia, pensare alla tortura come ad un fenomeno endemico di talune regioni ed aree del pianeta sarebbe un errore grossolano, seppure molto comune. In realtà, la “geografia della tortura”, pur tendendo a variare tanto nel lungo quanto nel breve periodo, anche in ragione a determinati eventi storici, appare equivalente, a livello globale.

Probabilmente, l’unico elemento di distinzione, applicabile, consiste nella diversità degli scopi per i quali è praticata. Se all’interno dei paesi con regimi di stampo autoritario, la tortura o i trattamenti inumani e degradanti assumo uno scopo di tipo “rieducativo” per gli oppositori e per tutti coloro che rimandano un’immagine poco onorevole dello stato alla comunità internazionale, non si può dire lo stesso per i paesi che adottano governi democratici.

Ciò non deve, però, creare l’illusione che le “grandi democrazie” non pratichino la tortura, anzi i fatti di Abu Graib (prigione simbolo dello scandalo delle torture inflitte dai soldati americani a quelli iracheni), dimostrano esattamente il contrario. L’unica differenza ravvisabile è data dagli scopi, in tal caso si accese un dibattito sulla necessarietà della tortura, a scopo estorsivo di informazioni, per poter combattere il fenomeno dilagante del terrorismo, giustificando in tal modo una evidente violazione di quei diritti umani, ampiamente consolidati nel diritto internazionale.

Ad oggi, non è possibile stilare una statistica globale ad assoluta della reale dimensione del fenomeno; la tortura viene praticata nell’ombra ed i governi si impegnano strenuamente a negarla, tanto forte è lo stigma agli occhi della comunità internazionale. 

In molti paesi, la tortura è addirittura sottostimata, minimizzata, si aggira il sistema usando terminologie alternative; non è semplice capire quando si tratti di fenomeni isolati e quando di vera e propria routine. 

Proprio in virtù della natura mutevole di tale strumento, nessuno può dirsi “al sicuro” dalla tortura, può colpire chiunque, anche se indubbiamente esistono categorie di individui più vulnerabili, quali gli attivisti che esprimono le proprie opinioni politiche, coloro che appartengono a minoranze religiose o etniche, o anche semplicemente chi viene torturato per la propria identità di genere o sessuale (perché donne oppure omosessuali).

Il fenomeno non esenta neppure giovani e bambini, i più vulnerabili ad episodi di stupro o violenze sessuali, ad opera della polizia presso la quale si trovano in custodia, non a caso tra gli obiettivi dell’Agenda 2030, delle Nazioni Unite, vi è quello di porre fine a tutte le forme di violenza e tortura nei loro confronti.

Le garanzie offerte dal diritto internazionale.

Fin da subito, il diritto internazionale si è occupato di tale tematica, qualificando il diritto a non subire tortura come assoluto. Già la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, nel 1948, all’art. 5 chiariva: “Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o punizione crudeli, inumani o degradanti”. Definizione, poi, ripresa pedissequamente dall’art 7 del Patto internazionale sui diritti civili e politici del 1966.

Il divieto di tortura assume, dunque, carattere inderogabile, tanto da non ammetterne la sospensione neppure in “caso di pericolo eccezionale, che minacci l’esistenza della nazione” (art. 4), e da essere garantito anche durante i conflitti armati. La Convenzione di Ginevra, infatti,  proibisce “in ogni tempo e luogo”, nei confronti dei civili, ma anche delle forze armate che abbiano deposto le armi, l’uso della tortura, statuendo, inoltre, che i prigionieri di guerra debbano essere sempre trattati con umanità. 

La CEDU, all’art. 3, si limita a sancire il divieto, demandando ai giudici della Corte di Strasburgo il compito di riempire di significato la disposizione, attraverso una giurisprudenza costantemente attenta ai mutamenti sociali e culturali, perfettamente in linea con l’idea della Convenzione come un living instrument

Certamente la disciplina che più di tutte ha innovato il settore è la, già citata, Convenzione contro la Tortura, attraverso la quale, non solo viene sancito il diritto a non subire tortura e l’esigenza della criminalizzazione, a livello interno, del reato stesso, ma altresì vengono indicati strumenti idonei alla prevenzione della stessa, quali ad esempio il principio di non refoulement, ossia il divieto di espellere o respingere un rifugiato verso stati nei quali potrebbe essere sottoposto a tortura.

Per garantire che le condotte di tortura non restino impunite, la CAT ha previsto la giurisdizione universale, la facoltà, per gli Stati, di processare chi ha commesso atti di tortura, anche qualora vittima e torturatore siano stranieri ed  i fatti siano accaduti sul territorio di un’altra nazione, alla sola condizione che quella persona si trovi in seguito, nel territorio del paese che intende processarlo.

È, inoltre, previsto un meccanismo di controllo, affidato al Comitato contro la tortura, organo composto da 10 esperti indipendenti, i quali hanno il compito di monitorare l’implementazione della Convenzione ad opera degli Stati membri. Questi ultimi sono tenuti a presentare al Comitato rapporti periodici sul rispetto e la garanzia apprestata, a livello nazionale, ai diritti in essa sanciti.

Il Comitato può, ulteriormente, ricevere e valutare denunce di tortura, predisporre inchieste sul campo e prendere in considerazione, nelle sue valutazioni, le comunicazioni interstatali. Nel 2002, l’Assemblea Generale ha adottato un Protocollo opzionale, attraverso il quale ha istituito un Sottocomitato sulla prevenzione della tortura, finalizzato alla predisposizione di un sistema di visite regolari nei luoghi di detenzione, anche in collaborazione con organismi indipendenti. 

La disciplina internazionale appare, dunque, ampia ed innovativa, ma è davvero sufficiente a prevenire la tortura? È il quesito che si sono poste Amnesty International ed Omega Research Foundation in un recente rapporto, invitando la comunità internazionale ad intervenire con urgenza per vietare le vendite globali di strumenti utilizzati per infliggere dolore e ferite lancianti, per garantire che tali strumenti, destinati alle forze di polizia, non finiscano nelle mani di chi potrebbe servirsene per violare i diritti umani. 

Non avrebbe alcun senso proibirla, sulla carta, per poi consentire il commercio di strumenti realizzati al solo scopo della tortura, senza prevederne regolamentazione alcuna, come ha fatto notare Patrick Wilcken, direttore del programma Affari, sicurezza e diritti umani di Amnesty International. 

Intanto alle Nazioni Unite è in programma un vertice, che coinvolge 60 Stati membri dell’Alleanza per un commercio libero dalla tortura, il cui scopo è individuare validi schemi di regolamentazione per i commerci degli equipaggiamenti delle forze di polizia.  Per garantire a pieno la realizzazione di tale progetto, Amnesty ed Omega Reserch hanno diffuso un “Quadro di riferimento per un commercio anti-tortura”, che evidenzia le linee guida che stati ed aziende dovrebbero adottare.

Tra le quali il divieto di commercio di prodotti di per sé finalizzati esclusivamente ad atti di tortura ed il rafforzamento dei controlli sulle vendite, introducendo vere e proprie autorizzazioni, da emettere volta per volta, precedute da una valutazione realistica sui possibili rischi di maltrattamenti e torture derivanti dal loro uso. 

Fonti

Amnesty International: “La tortura oggi: 30 anni di impegni non mantenuti”.

Antonio Marchesi, “Delitto di tortura e obblighi internazionali di punizione”, in Rivista di Diritto Internazionale, 1, 2018. 

Antonio Marchesi, “La Proibizione della tortura all’inizio del nuovo millennio” in L. Zagato, S. Pinton (a cura di), La tortura nel nuovo millennio. La reazione del diritto, Cedam, Padova, 2010. 

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