LA GUERRA SENZA ARMI DELLE DONNE POLACCHE

Questa è guerra

“TO JEST WOJNA”. Questa è guerra. Una frase riversata in tutti i modi possibili nelle strade di Varsavia in queste ultime settimane: si trova scritta sui muri, sulle metro, nei cartelli sollevati durante le proteste che affollano le strade, tentando di rispettare il distanziamento sociale, con le mascherine che coprono il naso e la bocca. Una guerra pacifica, ma che ha la capacità di farsi sentire anche oltre i confini del Paese. Una guerra in cui l’unica arma utilizzata è il red lightning, un fulmine rosso, nuovo segno della caparbia delle donne (e non solo) stanche di vedersi sottrarre i loro diritti fondamentali, quali la possibilità di decidere per loro stesse cosa fare del proprio corpo.

Gli ultimi sviluppi

Il 22 ottobre 2020, la Corte Costituzionale Polacca ha approvato nuove e stringenti restrizioni al diritto di accedere ad un aborto sicuro e legale, dichiarandolo incostituzionale anche in caso di deformazione del feto; e rendendo possibile l’accesso all’aborto solamente in caso di incesto, violenza sessuale o pericolo di vita per la donna.  Tale decisione del governo di Mateuz Morawiecki, esponente del partito Diritto e Giustizia (in Polacco “Prawo i Sprawiedliwość”, comunemente noto come PiS) riflette in realtà la visione di un partito al potere con opinioni discutibili sul ruolo della donna all’interno della società e le questioni di genere, rimanendo fedele ad un’interpretazione “tradizionale” della famiglia e dalla logica binaria dell’eterosessualità della donna da una parte e dell’uomo dall’altra.

L’ultima goccia di un vaso stracolmo

Giusto qualche settimana prima della decisione della Corte Costituzionale, il ministro dell’istruzione Przemysław Czarnek non aveva esitato ad identificare chi esce da tale logica binaria in quanto “non normale”. Nel corso di qualche mese sono andate consolidandosi le LGBT-Free Zones, delle zone identificate in quanto libere da quella che viene definita in quanto “ideologia LGBT” considerata come tossica contro i valori conservatori cristallizzati nella società polacca. Quella sull’aborto è anche una scelta presa in un momento strategico, con l’aggravarsi della pandemia Coronavirus, che lascia riflettere su quanto il governo avesse intenzione di affrontare delle possibili proteste da parte del popolo, ritenendo che la crisi sanitaria sarebbe stata sufficiente a reprimere qualsiasi tentativo di ribellione. Ma così non è stato. Di fronte a questa nuova decisione, si è riversata sulle strade di Varsavia una folla incontenibile di donne e uomini pronti a rivendicare il diritto all’aborto. Un evento storico, e non tanto per dire: proteste così importanti nel Paese non si vedevano dai tempi del Comunismo

Un’Unione per le donne

La Polonia ha fatto il suo ingresso nell’Unione Europea nel 2004, a seguito della grande apertura del blocco nei confronti dei Paesi che erano stati satelliti dell’Unione Sovietica dal dopo guerra fino alla caduta del muro di Berlino e la presa di potere di Michail Gorbaciov. L’insieme dei Paesi europei aveva mostrato impegno nel riconoscere equità tra uomini e donne già con il Trattato della Comunità Economica Europea del 1957, che all’articolo 119 sanciva l’obbligo degli stati membri alla parità di retribuzione tra i due sessi. Dal quel momento l’impegno dell’allora Comunità (ed oggi Unione) Europea è andato manifestandosi attraverso l’elaborazione di piani d’azione per la parità di genere, ed un ulteriore slancio è stato fornito con l’entrata in vigore della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea, che rielabora al suo Articolo 23 il principio fondamentale della parità tra donne e uomini.

Possibili risposte europee 

Tornando alla Polonia, ad una situazione che già di per sé fa sollevare le sopracciglia e domandarsi se il Paese sia affettivamente in grado di garantire il rispetto dei diritti delle donne e delle comunità LGBTQ+, si aggiunge l’aggravarsi della condizione dello stato di diritto. Spesso in trio con il rispetto dei diritti umani e di principi democratici, lo stato di diritto rientra tra i valori fondamentali dell’UE, che dispone di vari mezzi per tutelarlo. Da una parte, la Commissione Europea può applicare una procedura di infrazione nel caso in cui vi sia una violazione del diritto dell’Unione Europea. Dall’altra, l’utilizzo di quella che nel gergo di Bruxelles è chiamata la “Nuclear Weapon”, l’arma nucleare, vale a dire il temuto Articolo 7 del Trattato sull’Unione Europea, che sancisce le conseguenze nel caso in cui non vengano rispettati quei valori enunciati all’Articolo 2: dignità umana, libertà, democrazia, uguaglianza, stato di diritto e diritti umani. Tuttavia, almeno fino al momento, gli avvertimenti dell’Unione e di tutta la comunità internazionale non sembrano aver destato cambiamenti sostanziali in Polonia. Se è vero che le proteste all’interno del Paese e le pressioni al di fuori di esso hanno spinto il governo polacco a ritirare – per il momento – la nuova legge sull’aborto, nuove tensioni sono sorte recentemente di fronte ai tentativi di Polonia ed Ungheria di bloccare il piano d’azione a favore dei diritti di donne e comunità LGBTQI anche nell’azione esterna dell’UE.

Un problema oltre i confini polacchi

La Polonia non è sicuramente l’unico Paese membro con una situazione riguardante i diritti delle donne che desta apprensioni. Secondo degli studi, il divario retributivo di genere nell’UE rimane allarmante, raggiungendo livelli del 16%. Situazioni preoccupanti sono registrate non solo negli ultimi Paesi entrati nel blocco, ma anche tra quelli fondatori. In Italia, tale condizione è palesata dal fatto che l’occupazione femminile rimane più bassa di quella maschile, e dalla necessità di sostenere la partecipazione femminile al mercato del lavoro, come testimoniano dati Istat.

Chi vincerà questa guerra?

È dunque importante ricordare che quello dei diritti delle donne rimane un problema da non sottovalutare in nessuna parte d’Europa, includendo ogni sua sfumatura: divario salariale, accesso a diritti fondamentali quali l’aborto, la lotta contro la violenza di genere – che ha subìto una nuova drammatica impennata parallelamente al protrarsi della pandemia, costringendo milioni di donne dentro casa. Tuttavia, alla luce delle ultime decisioni prese da un governo che mostra un’attitudine sconcertante nei confronti di donne e comunità LGBTQI+, porsi delle domande sulla situazione in Polonia è ad oggi più importante che mai. E ce n’è una in particolare che sorge in questo preoccupante scenario: la Polonia ha intenzione di adattarsi ai così detti “standard Europei” dettati dai criteri di Copenaghen e dai trattati, o le scelte discutibili del PiS portano a rivalutare la sua posizione all’interno all’Unione stessa?

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