LE POLITICHE DI WELFARE COME STRUMENTO DI PREVENZIONE DEI CONFLITTI

Generalizzate ed eque politiche di welfare sociale possono avere una funzione preventiva rispetto allo scoppio di conflitti civili: quali le ragioni e le implicazioni?

Recentemente, vari studi hanno dimostrato come la messa in atto di generalizzate ed eque politiche di welfare sociale possa avere un effetto pacificante rispetto ai conflitti civili, differentemente da altri tipi di spesa pubblica come le spese militari o i sussidi alle industrie nazionali. In particolare, il caso dell’istruzione pubblica è stato attentamente studiato.

Questo ruolo pacificante della fornitura di servizi sociali è dovuto a varie ragioni: essa, infatti, è un indicatore dell’impegno del governo al miglioramento della vita dei propri cittadini – contribuendo così a ridurre i loro reclami – e contribuisce ad aumentare la legittimità delle istituzioni statali, mentre, portando ad una diminuzione della povertà e dell’insicurezza economica, fa sì che il costo della ribellione aumenti e, parallelamente, che gli incentivi per organizzare una rivolta diminuiscano.

Già a partire dalla fase di espansione del welfare state in Europa dopo il 1945 era chiara la sua funzione preventiva nei confronti dei conflitti: la necessità di ricostruire i paesi distrutti dopo il secondo conflitto mondiale, infatti, avrebbe comportato la richiesta di enormi imposizioni fiscali gravanti sulle spalle dei cittadini, e l’unico modo per evitare che dalla povertà e dalla disperazione si ricadesse nel baratro di un’apocalisse bellica era fare in modo che lo Stato sostenesse i popoli garantendo loro diritti fondamentali come quello alla sanità, all’istruzione e alla sicurezza sociale. Tali politiche di welfare, inoltre, migliorando le condizioni di vita della popolazione tramite, ad esempio, il sostegno ai redditi o all’ingresso nel mondo del lavoro, favorivano l’aumento della domanda consentendo una generale ripresa economica.

Agire sulla radice dei conflitti

Generalmente, le principali cause alla base del sorgere di conflitti civili – legate tra loro da complesse quanto inedite relazioni – sono riconducibili a due macrocategorie: da un lato, motivazioni politiche, cioè reclami derivanti da un senso di deprivazione, ingiustizia e disuguaglianze; dall’altro, ragioni economiche, cioè la volontà di ottenere benefici materiali. Lo Stato ha però la capacità di agire su entrambi questi fattori proprio grazie alla possibilità di fornire servizi di welfare sociale che, se generalizzati ed equi, possono scoraggiare l’uso della violenza per ottenere tanto cambiamenti politici quanto profitti economici e contribuire alla stabilità politica e al mantenimento della pace.

Sistemi di sanità pubblica, sistemi di educazione gratuita e sistemi di sicurezza sociale permettono, infatti, di avere un rilevante impatto sul miglioramento delle condizioni di vita dei cittadini – impatto maggiormente immediato e tangibile nella vita quotidiana rispetto a quello derivante da altri tipi di spesa pubblica – consentendo allo Stato di ottenere l’appoggio della maggior parte della popolazione e fungendo, quindi, da azione preventiva allo scoppio di possibili conflitti interni.

L’impatto non è solo sociale ma anche economico. Infatti, da un alto queste politiche favoriscono una diminuzione delle disuguaglianze – sempre maggiori porzioni della  società riescono ad accedere a servizi quali la sanità o l’educazione – e promuovono una  visione dello Stato come vicino alla popolazione, preoccupato e impegnato a soddisfarne i bisogni fondamentali, aumentandone la credibilità, la legittimità e, in ultimo, il supporto popolare; dall’altro lato esse permettono di migliorare le condizioni economiche dei cittadini per evitare che cadano, soprattutto quelli che si trovano in condizioni più svantaggiate, oltre una certa soglia di povertà e vivano nell’assoluta disperazione, causando quindi anche un aumento del costo della ribellione  –  la posta in gioco per i ribelli diventa più alta – e, di conseguenza, un disincentivo alla stessa.

Ciò, tuttavia, rimane valido solo se le politiche di welfare sociale messe in atto si rivelano essere generalizzate, eque ed indirizzate soprattutto ai ceti meno abbienti, privi di risorse e quindi incapaci di sostituire servizi pubblici come la salute o l’istruzione con quelli eventualmente forniti da enti privati. Al contrario, clientelismi e favoritismi – tipici soprattutto di paesi caratterizzati da corruzione dilagante – fanno sì che il governo godi dell’appoggio solo di una piccola porzione della popolazione, quella favorita, e catalizzi l’astio della restante parte.

Allo stesso modo, il mancato impegno – o volontà – dello Stato nell’utilizzare i propri fondi per mitigare le difficoltà dei suoi cittadini e dare ascolto ai loro reclami può essere una causa diretta dello scoppio delle ostilità.

Il ruolo dell’educazione

In questo panorama, l’istruzione pubblica ha un ruolo di primaria importanza nella prevenzione dei conflitti. Molti sono i casi, in letteratura, dove il fallimento dei governi nel fornire questo servizio ha rappresentato una diretta causa dello scoppio di rivolte popolari – per citarne uno, in Sierra Leone, una serie di interviste con ex combattenti circa le motivazioni per cui essi si erano uniti ai gruppi armati ribelli, hanno rivelato che la mancata fornitura di un efficiente sistema educativo rappresentava il fattore stesso alla base della loro decisione –, e, più spesso, le problematiche derivanti dalla mancanza di un’istruzione adeguata rappresentano, indirettamente, un elemento determinante del verificarsi di conflitti.

Investimenti governativi in un sistema educativo pubblico, per tali ragioni, devono rappresentare una priorità nelle politiche di welfare. È importante notare che, se al pari della fornitura di altri servizi pubblici quali la sanità o le reti di sicurezza sociale, l’esistenza di un sistema d’istruzione pubblica contribuisce alla diminuzione della disuguaglianza e all’aumento della prosperità economica dal un lato, e all’aumento dei costi della ribellione dall’altro – una persona istruita ha maggiori opportunità lavorative il che la renderà meno propensa a rischiare la morte o la prigione per unirsi alla ribellione –, essa però consente anche lo sviluppo di coesione sociale e di modalità di gestione delle dispute alternativeall’uso della violenza, favorendo la stabilità sociale e diminuendo il rischio di conflitti civili.

Evidenze empiriche

Analisi empiriche di quanto finora affermato sono state effettuate da vari studiosi. In particolare, nel 2012 Zeynep Taydas e Dursun Peksen hanno svolto un’approfondita ricerca statistica utilizzando dati riguardanti il periodo temporale dal 1975 al 2005 sulla relazione tra lo scoppio di conflitti civili (variabile dipendente) e l’investimento governativo in politiche di welfare sociale (variabile indipendente), cioè il totale della spesa pubblica in settori quali l’educazione, la sanità – considerando le spese di assistenza sanitaria ospedaliera – e i servizi di sicurezza sociale – ovvero pensioni e sussidi alla disoccupazione –, dimostrando come l’investimento in welfare sociale rappresenti un indicatore significativo delverificarsi o meno di conflitti civili.

 Basti pensare che, secondo questo studio, un aumento della spesa di circa 23 punti percentuali riduce le possibilità di rivolte di oltre il 70%. Addirittura, alti livelli di sviluppo economico sembrano apportare meno benefici in questo senso di quanto non faccia un alto livello di spesa pubblica nei sopracitati settori: se i primi sono fondamentali per migliorare le condizioni di vita dei cittadini, solo il secondo permette di soddisfare i bisogni fondamentali della popolazione e, di conseguenza, prevenire insurrezioni violente.

Allo stesso modo, nel 2006, il ricercatore Clayton L. Thyne ha portato avanti uno studio [C1] in cui, analizzando il legame tra lo scoppio di guerre civili (variabile dipendente) e varie variabili relative all’istruzione (variabili indipendenti) – cioè investimenti governativi nel settore educativo come percentuale del GDP, tassi di iscrizione alle scuole primaria, secondaria e post secondaria e tassi di alfabetizzazione degli adulti – in 160 paesi nel periodo dal 1980  al  1999,  ha dimostrato che un forte sistema di istruzione pubblica, equamente distribuita e diretta tanto a uomini quanto a donne, ha un effetto pacificante nei confronti delle guerre civili. In questa stessa ricerca, inoltre, si mostra come anche l’esistenza di un sistema di sanità che soddisfi le necessità fondamentali della popolazione abbia un’importante incidenza sulla diminuzione delle probabilità dello scoppio di rivolte popolari.

Conseguenze di policy

Ciò che ne discende, dal punto di vista delle politiche che andrebbero messe in atto, consiste certamente nella necessità di indirizzare gli investimenti pubblici verso settori quali la sanità, l’educazione o le reti di sicurezza sociale, dando loro la priorità rispetto ad altri ambiti. Ciò consentirebbe di prevenire futuri casi di guerre civili in un lasso di tempo sicuramente più breve di quanto non richiederebbe l’agire su altri aspetti quali il reddito pro capite, lo sviluppo economico, l’andamento demografico o il tipo di regime.

Le decisioni dei governi circa le modalità di utilizzo dei propri fondi sono di fondamentale importanza nel prevenire o, al contrario, concorrere al verificarsi di conflitti civili. La stabilità degli Stati, fino alla loro stessa sopravvivenza, può direttamente dipendere dalla messa in atto o meno di politiche di welfare sociale diffuse ed eque che, diminuendo i livelli di povertà, insicurezza economica e disuguaglianza, hanno un’influenza positiva sulle percezioni dei cittadini e sulla loro considerazione circa la legittimità dello Stato diminuendone quindi la motivazione e la necessità di mettere in atto una ribellione. 


 [C1]

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