IL PARLAMENTO EUROPEO CONTRO IL REGIME DI AL-SISI

Egyptian President Abdel Fattah al-Sisi leaves Rwanda after participating in the African summit meetings, in Kigali, Rwanda, on July 18, 2016. Photo by Egyptian President Office

Contro la brutalità di al-Sisi è necessaria una presa di posizione unitaria a livello europeo e la recente risoluzione del PE è solo un primo importante passo in questo senso. 

L’accoglienza trionfante di al-Sisi in Francia e l’incapacità italiana di rispondere al ricatto del regime egiziano, non ricercando, di conseguenza, con fermezza verità e giustizia per Patrick e Giulio, hanno amareggiato gran parte dell’opinione pubblica globale nelle settimane appena trascorse. La miopia strategica dei Paesi europei (ne ho parlato qui) ha posto l’Unione di fronte all’urgenza di una presa di posizione unitaria non più rimandabile. Il 18 dicembre scorso, l’Europarlamento ha così approvato una risoluzione comune contro il deterioramento della situazione dei diritti umani in Egitto, con 434 voti a favore, 49 contrari e 202 astenuti. La risoluzione proposta dai verdi, dai socialisti e dal gruppo Renew, sebbene sia un atto non vincolante, è stata sicuramente un primo passo – doveroso e necessario, oltre che un monito interno nei confronti degli stessi Stati membri – verso un possibile ribaltamento concreto dei rapporti di forza col regime di al-Sisi.

A partire dalla consapevolezza della centralità ricoperta dall’Unione nel suo rapporto con l’Egitto, essendo essa suo primo partner commerciale e sua principale fonte di investimenti, l’Europarlamento ha richiesto << la liberazione immediata e incondizionata delle persone detenute arbitrariamente e condannate per aver svolto le loro attività legittime e pacifiche a sostengo dei diritti umani, in particolare Mohamed Ibrahim, Mohamed Ramadan, Abdelrahman Tarek, Ezzat Ghoneim, Haytham Mohamadeen, Alaa Abdel Fattah, Ibrahim Metwally Hegazy, Mahienour El-Massry, Mohamed El-Baqer, Hoda Abdelmoniem, Ahmed Amasha, Islam El-Kalhy, Abdel Moneim Aboul Fotouh, Esraa Abdel Fattah, Ramy Kamel, Ibrahim Ezz El-Din, Zyad el-Elaimy, Hassan Barbary, Ramy Shaath, Sanaa Seif, Solafa Magdy, Hossam al-Sayyad, Mahmoud Hussein e Kamal El-Balshy (…); la liberazione immediata e incondizionata di Patrick George Zaki e il ritiro di tutte le accuse a suo carico (…) – e, relativamente al caso Regeni, ha chiesto – all’UE e agli Stati membri di esortare le autorità egiziane a collaborare pienamente con le autorità giudiziarie italiane, ponendo fine al loro rifiuto di inviare gli indirizzi di residenza, come richiesto dalla legge italiana, dei quattro indagati segnalati dai pubblici ministeri di Roma al termine dell’indagine, affinché possano essere formalmente incriminati nell’ambito di un processo equo in Italia (…) >>.

In particolare, l’Europarlamento si è espresso dando pieno sostegno alla famiglia Regeni e ha riconosciuto l’importanza politica della campagna internazionale che a inizio mese ha portato alla liberazione dei tre membri dell’EIPR, una delle poche organizzazioni indipendenti ancora attive in Egitto nonostante i continui tentativi di repressione da parte del regime, di cui fa parte lo stesso Patrick Zaki, la cui detenzione – in quanto ricercatore e beneficiario del progetto Erasmus – è stata percepita dagli eurodeputati e dalle eurodeputate come una minaccia ai valori fondanti dell’UE.

In nome del quadro giuridico e valoriale dell’Unione e della comunità internazionale nel suo complesso, il Parlamento è partito dalla costatazione del progressivo peggioramento della situazione dei diritti umani e dello stato di diritto in Egitto, nella formulazione della sua richiesta d’azione diplomatica – ferma coordinata – all’Unione tutta. La forza di questa risoluzione risiede proprio nella capacità degli eurodeputati e delle eurodeputate di essere riusciti a cogliere la sistematicità della guerra al dissenso, messa a punto dal regime a partire dal Colpo di Stato del 2013, nel ricorso continuo alle sparizioni forzate; alla carcerazione amministrativa; alla sorveglianza digitale degli account personali sui social media e dei dispositivi personali dei cittadini egiziani e delle cittadine egiziane; ai processi iniqui e di massa; alle confessioni forzate; alle torture; alle violenze sessuali e alle innumerevoli forme di violenza secondaria ad essere annesse e così via.

È da questa evidenza che sono poi derivate le richieste specifiche e puntuali contenute nella risoluzione in esame quali, ad esempio, l’esortazione << alle autorità egiziane a modificare o abrogare qualsiasi legislazione illecita, in particolare la legge sulle organizzazioni non governative (ONG) del 2019 e la legge antiterrorismo; (…) ad archiviare il procedimento 173/2011 (“finanziamento estero”) e a revocare tutti i divieti di viaggio e il congelamento dei beni imposti ad almeno 31 difensori dei diritti umani e membri del personale delle ONG per i diritti umani nell’ambito del procedimento; (…) a garantire che il trattamento di tutti i detenuti soddisfi le condizioni stabilite nel “Corpus di principi per la tutela di tutte le persone sottoposte a una qualsiasi forma di detenzione o di reclusione”, adottato dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite con la risoluzione 43/173 del 9 dicembre 1988 >>, esprimendo, inoltre, << particolare preoccupazione per il destino dei detenuti e dei prigionieri rinchiusi in luoghi di detenzione sovraffollati, in condizioni spaventose, durante la pandemia di COVID-19 – invitando – le autorità a decongestionare urgentemente i luoghi di detenzione; (…) ad autorizzare un’organizzazione indipendente ad accedere senza restrizioni al carcere di massima sicurezza di Tora per verificare le condizioni di detenzione; – e denunciando – gli arresti arbitrari, le vessazioni e la repressione nei confronti di operatori sanitari e giornalisti per aver esposto la situazione della COVID-19 o la risposta dello Stato egiziano nel 2020 (…); – continua invitando – le autorità egiziane a dichiarare una moratoria sulla pena capitale in vista della sua abolizione e ad adottare tutte le misure necessarie per garantire il rigoroso rispetto delle garanzie del giusto processo e di tutte le possibili garanzie a salvaguardia di un processo equo; (..) a liberare immediatamente tutti i minori condannati a morte e a modificare l’articolo 122 della legge sui minori; (…) ad adottare una legge globale sulla violenza contro le donne (…) e a porre immediatamente fine all’arresto e alla persecuzione dei membri della comunità LGBTI o di singoli individui sulla sola base del loro orientamento sessuale reale o percepito, come nel caso di Seif Bedour >>. 

Come si vede, si è trattato di una presa di posizione netta ed in quanto tale abbastanza divisiva, in particolar modo all’interno del variegato spettro delle destre europee. Riconoscendo le aspirazioni democratiche del popolo egiziano, l’Europarlamento ha infatti sottolineato la centralità del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali nelle relazioni tra l’UE e l’Egitto, delle quali si pretende un riesame approfondito ed esaustivo, e ha ricordato che né l’Unione né i suoi membri sono autorizzati a concedere riconoscimenti ai leader che non garantiscono il pieno rispetto dei diritti umani. Questo, peraltro, non può che far pensare a una risposta diretta alla conferenza stampa di Macron a seguito della visita di Sisi in Francia. 

L’Europarlamento ha poi lanciato un monito a tutti gli Stati membri per far pressione sull’Egitto affinché si risolva definitivamente il caso di Giulio Regeni; un impegno assunto come << un dovere imperativo delle istituzioni nazionali e dell’UE che richiede l’adozione di tutte le necessarie azioni diplomatiche >>. 

Dal canto suo, l’Egitto ha prontamente rigettato la risoluzione, accusando il Parlamento europeo di perseguire obiettivi politicizzati e discordanti con quanto previsto dal partenariato UE-Egitto.

Prossimi passi e prospettive 

Adesso la palla passa al Consiglio dei ministri degli Esteri europei del 25 gennaio prossimo, in occasione del quale Di Maio si era già mostrato intenzionato a discutere la questione Regeni. In più, il 25 gennaio è una data carica d’importanza simbolica. Ricorre, infatti, l’anniversario dell’inizio delle prime proteste di piazza Tahrir del 2011 – e proprio per questo in questa data ogni anno l’allerta e la paranoia securitaria del regime egiziano raggiungono i picchi della loro brutalità – e della sparizione di Giulio nel 2016. 

Gli strumenti per una risposta unitaria e risoluta da parte europea, come auspicato dal Parlamento, ci sono. La sistematicità e la capillare diffusione delle forme di violenza, abuso e repressione agite dal regime di al-Sisi contro la sua stessa società civile rientrano perfettamente nell’ambito di applicazione del nuovo Magnitsky Act dell’Ue.

Nello specifico, si tratta di una decisione e di un regolamento, adottati dal Consiglio il 7 dicembre, con i quali si è istituito un regime globale di sanzioni in materia di diritti umani, che permette all’UE di << prendere misure mirate nei confronti di persone, entità e organismi – compresi soggetti statali e non statali – responsabili di gravi violazioni e abusi dei diritti umani in tutto il mondo, indipendentemente dal luogo in cui avvengono, o coinvolti in tali atti o dei loro associati >>.

La decisione è stata proposta dall’Alto Rappresentante e poi integrata dal regolamento, come proposta congiunta dell’AR e della Commissione, con lo scopo di garantire l’applicazione uniforme delle sanzioni in tutta l’UE  e la stessa presidente von der Leyen ha fatto esplicito riferimento al nuovo strumento proprio durante il suo primo discorso sullo stato dell’Unione. Questo per dire che l’importanza e l’ambizione del nuovo regime di sanzioni sono tali da rientrare nel percorso generale che ha portato alla definizione del nuovo piano d’azione dell’UE per i diritti umani e la democrazia 2020-2024, tra le cui cinque priorità rimane la promozione di un sistema mondiale per i diritti umani e la democrazia. Dopotutto, potremmo pretendere che il “linguaggio del potere”, a cui le ambizioni geopolitiche di questa Commissione sembrano tanto aspirare, segua la sintassi dei diritti e della democrazia, vedendo finalmente concretizzarsi la vocazione normativa dell’Unione sulla scena globale. 

Se gli strumenti ci sono, la loro applicazione è – come sempre – tutta una questione di volontà politica. In fin dei conti, soltanto un’azione unitaria europea potrà contribuire a salvare tutti i Patrick e i Giulio d’Egitto dalla spregiudicatezza di al-Sisi e, con loro, gli stessi Stati membri dall’ incapacità dei rispettivi Capi di Stato e di governo di guardare al di là il proprio naso.

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