BIDEN E I BALCANI, UN INTERESSE LUNGO TRENT’ANNI

Quando si parla di Balcani, è facile identificare l’interesse internazionale di alcuni attori specifici, quali l’Unione Europea, la Russia e la Turchia. Tuttavia, è impensabile non porre sulla scacchiera un ulteriore concorrente: gli Stati Uniti. E con l’elezione di Joe Biden quale quarantaseiesimo presidente (l’ufficializzazione del suo insediamento alla Casa Bianca avverrà il prossimo 20 gennaio) è probabile che l’azione statunitense in tale contesto si mostri ben più chiaramente rispetto agli ultimi quattro anni.

Trump vs Biden: passate politiche balcaniche a confronto

Durante il suo mandato, Donald Trump si è pressoché disinteressato all’Europa e – nello specifico – alla penisola balcanica, concentrando la propria attenzione alla lotta contro l’espansione cinese. Ed è in tal senso che devono essere interpretate le uniche due scelte dell’ex-presidente in seno ai Balcani, quali il finanziamento dei reattori tre e quattro della centrale nucleare di Cernavodă, in Romania, e il ruolo giocato nella riapertura del dialogo tra Serbia e Kosovo, risoltosi in mere dichiarazioni d’intenti dalla dubbia effettività, contenute in due lettere e un accordo, propagandisticamente dichiarato ‘storico’. L’accordo tra Pristina e Belgrado, infatti, si è sviluppato attorno al riconoscimento di Gerusalemme quale capitale israeliana, alla condanna di Hezbollah come gruppo terroristico e all’opposizione alla tecnologia cinese del 5G.

Differente è, invece, la relazione che, in passato, è intercorsa tra il neoeletto presidente Joe Biden e i Balcani. Come ricordato dallo stesso Biden in due lettere inviate – rispettivamente – alle comunità albanesi-kosovare e bosniache in America durante la campagna elettorale, l’ex-senatore si è sempre interessato all’Europa sud-orientale. Dalla denuncia dei crimini di guerra compiuti da Slobodan Milošević davanti al Congresso nel 1993 fino all’autorizzazione delle operazioni in Serbia nel 1999 in favore della popolazione kosovara, dalla rimozione dell’embargo contro la Bosnia Erzegovina durante la guerra in Jugoslavia fino all’organizzazione di aiuti umanitari per le vittime civili degli scontri, Biden è stato un attore preminente nella politica statunitense nei Balcani a cavallo tra gli anni Novanta e Duemila. Un interesse che ha portato avanti anche in seguito, quando – sotto la presidenza di Barack Obama – ha ricoperto il ruolo di vicepresidente: nel 2009, durante uno dei suoi primi viaggi con tale ruolo, si è infatti recato a Sarajevo; successivamente, invece, ha compiuto due differenti viaggi diplomatici in Kosovo.

Balcani e il nuovo Biden: una lotta lunga quattro possibili canali

Oggi, l’interesse di Biden nei Balcani potrebbe articolarsi lungo quattro diverse sfide: la lotta al populismo, la lotta all’espansione politico-economica di Cina e Russia, la lotta al terrorismo e la lotta alla corruzione; tutti punti chiave del suo programma per gli Stati Uniti.

Per quanto riguarda la sfida economica, è indubbio che i Balcani ricoprano – per la loro posizione geografia – un importante ruolo tra Mar Mediterraneo e Mar Nero, tra Europa ed Asia. Ed è proprio in quest’ottica che sia la Cina che la Russia stanno cercando di espandere le proprie influenze, attraverso finanziamenti e collaborazioni. In tal senso, potrebbero risultare importanti i sostegni economici che i diversi Paesi stanno allocando nella penisola balcanica per far fronte alla crisi dovuta alla pandemia da Covid-19. È indubbio, infatti, che i lock-down imposti in tutto il mondo hanno e avranno un peso notevole sulle economie nazionali, così come dichiarato sia dal Fondo Monetario Internazionale sia dall’Organizzazione Internazionale per il Lavoro.

L’Unione Europea ha disposto quote sostanziali per supportare i propri vicini, ma l’ennesimo veto posto al processo di integrazione della Macedonia del Nord da parte della Bulgaria lo scorso 17 novembre rischia di vanificare il tutto. Bruxelles, infatti, pur continuando a professare il proprio interesse all’ampliamento del numero dei suoi Stati membri, si è fortificata – negli ultimi tredici anni – dietro a veti e rinvii, generando un sempre più diffuso malcontento e una notevole disillusione dei Balcani occidentali nei confronti del progetto europeo, con un conseguente arretramento nel rispetto dei diritti umani e nella lotta alla corruzione.

Di questo stallo politico stanno approfittando Mosca e Pechino, che non paiono porsi particolari remore in merito ai sempre più diffusi sentimenti nazionalisti in Serbia e in Bosnia-Erzegovina, come l’acuirsi delle repressioni delle proteste civili. Una situazione che Biden non può accettare.

Nel suo discorso ‘Why America Must Lead Again’, il neoeletto presidente statunitense ha apertamente dichiarato di voler lottare contro la diffusione del populismo, cui consegue sempre una riduzione del rispetto dei diritti umani fondamentali, così come di voler opporsi alla corruzione interna ed estera, al fine di ridurre al più possibile i punti di vulnerabilità. In tale ottica, i Balcani, che – secondo un documento della Commissione europea recentemente pubblicato – sono drasticamente peggiorati negli ultimi anni, potrebbero essere un ottimo terreno di prova per Biden, per dimostrare che il suo operato non è fatto di mere intenzioni.

Infine, per quanto riguarda la lotta al terrorismo, l’Europa sud-orientale risulta essere un nervo scoperto, dal momento che non solo sono numerosi i casi di foreign fighters partiti da Albania, Bosnia-Erzegovina, Kosovo e Serbia; ma che il numero di radicalizzati via Internet si è possibilmente moltiplicato durante i passati mesi di quarantena. Vista la situazione interna dei Balcani, della vicinanza al Medio Oriente – ancora caro alla politica statunitense – e il rinnovato interesse nella lotta allo jihadismo internazionale, è probabile che Washington cerchi di porre il proprio controllo nell’area.

A tale scopo potrebbe tornare utile l’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord. A differenza del suo predecessore, infatti, Biden continua a sostenere il Trattato e il suo operato, pur essendo consapevole delle sue difficoltà economiche e delle limitatezze che ne potrebbero conseguire. Ciò nonostante, la NATO si è dimostrata un perfetto collante per i Paesi balcanici, anche quando l’interesse della Casa Bianca era riposto altrove; basti pensare che gli ultimi due membri dell’Organizzazione – entrati, rispettivamente, nel 2017 e nel 2020 – sono il Montenegro e la Macedonia del Nord. Non solo, in Kosovo sono stanziati più di settemila soldati statunitensi e la Romania si distingue per essere – oggi – uno dei pochi Stati a contribuire attivamente alle spese della NATO e ad avere ampliato le proprie basi militari in funzione atlantica.

Una politica (probabilmente) più acuta

Nonostante sia (forse) troppo presto per definire la politica del neoeletto presidente degli Stati Uniti nei confronti dei Balcani, è indubbio che la regione giocherà un ruolo importante nella politica estera di Biden sia per i precedenti rapporti intessuti negli anni, sia per l’importanza che ancora oggi ricoprono quei territori nella scacchiera internazionale. In particolare, con la perdita di influenza dell’Unione Europea nell’area, Washington deve necessariamente riempire il vuoto occidentale prima che venga occupato da Mosca o Pechino. Tuttavia, l’azione di Biden non sarà così semplice, a partire dal fatto che deve riallacciare e ritessere i rapporti interrotti quattro anni fa da Trump e deve risolvere alcune situazioni conseguenti alle miopi decisioni di the Donald. In tale contesto, la carta vincente potrebbe rivelarsi l’Organizzazione del Trattato Atlantico del Nord, che – nonostante le aspre critiche ricevute durante la presidenza Trump – non ha mai allontanato il proprio sguardo dall’Europa né dai Balcani.

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