AUTODETERMINAZIONE DEI POPOLI E INTEGRITÀ TERRITORIALE:LA QUESTIONE CURDA E QUELLA PALESTINESE

Se il diritto all’autodeterminazione non è abbastanza forte da poter contrastare l’integrità territoriale, l’identità dovrebbe costituire un diritto fondamentale al quale aggrapparsi per i curdi ed i palestinesi. In una comunità internazionale assopita ed occupata con problemi di diversi natura, c’è qualcuno che giova dalla frammentazione di questi popoli e dei loro rispettivi territori di appartenenza?

Diritto all’autodeterminazione dei popoli

Sancito dalla Carta delle Nazioni Unite, il Principio di autodeterminazione dei popoli definisce il diritto di un popolo ad esercitare libertà di scelta sia internamente, ovvero sulla forma di governo da adottare, sia esternamente, quando ci si riferisce cioè ad una situazione di dominio coloniale o dominazione straniera, e sono casi di ius cogens, tenendo in considerazione i diritti di una popolazione oltre lo Stato così come inteso dal diritto internazionale.

È chiaro però che, per poter esercitare un potere decisionale sulla propria condizione all’interno di uno Stato, un popolo dovrebbe oltrepassare quel sottilissimo confine posto fra il proprio diritto ad autodeterminarsi e il diritto di uno Stato non solo alla propria sovranità, ma all’integrità del proprio territorio. Ed è proprio il caro vecchio diritto internazionale a costituire un problema in questi casi: infatti quest’ultimo considera l’integrità territoriale come diritto inderogabile e, di conseguenza, dominante sul diritto all’autodeterminazione.

I Palestinesi

Ad oggi sono svariati i popoli che combattono per la propria terra e per la propria identità, ma due più di tutti salgono – tristemente – spesso agli onori delle cronache: il popolo palestinese e quello curdo. Costretti a condividere fino a cedere la propria terra i primi e divisi tra cinque stati i secondi, questi due popoli hanno invocato il proprio diritto ad esistere per decenni, senza essere ascoltati. Schiacciati dalla (pre)potenza di Israele, i palestinesi sono stati costretti a vivere e convivere con quello che si è rivelato un nemico nel corso degli anni.

Nonostante il riconoscimento di un’autorità statale palestinese nella figura di Abbās, con la decisione di annettere le colonie della Cisgiordania Israele ha dato l’ultimo ben servito al popolo palestinese, oltre ad aver dichiarato una potenziale azione illegale di fronte all’intera comunità internazionale. L’annessione comporterebbe per Israele niente di più che un riconoscimento, una base di partenza per rendere legale ciò che di fatto già avviene sul territorio, considerando che i coloni sono già soggetti alla legge israeliana, rappresentata dall’esercito che controlla i territori occupati.

Complice la pandemia di Covid-19, il piano diabolico della coalizione Gantz-Netanyahu previsto per il 1° luglio 2020 non si è più compiuto, ma nonostante i recenti Accordi di Abramo lo vietino, sembra che il presidente dello Stato ebraico abbia già nuovamente iniziato a muovere le pedine utili al raggiungimento del suo scopo. Ad uscire sconfitti da questi accordi, nonostante possa sembrare il contrario, ovviamente sono di nuovo i palestinesi, che nonostante chiedano a gran voce il riconoscimento di un proprio Stato da anni senza ottenerlo, ora vedono anche avvicinarsi al loro acerrimo nemico i grandi Paesi arabi che dovrebbero perorare la loro causa.

Ma coalizzarsi in chiave anti-Iran al momento sembra essere più importante per le petromonarchie del Golfo, le quali si sono lasciate attirare dagli USA (e dai sauditi) a stringere e consolidare i rapporti con il leader del Likud, che mai permetterebbe e permetterà un riconoscimento ufficiale del popolo palestinese sulla “propria” terra. E nel frattempo, milioni di arabi senza alcun diritto sono soggetti all’occupazione militare in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.

Ma alla luce di quanto detto, considerando l’indubbia amoralità israeliana, quest’atto unilaterale di estensione della sovranità alle colonie potrebbe essere considerato legale o Israele compierebbe un illecito internazionale? E se Israele è riuscito ad annettere al proprio territorio Gerusalemme est ed il Golan, riuscirà ad aggirare l’ostacolo anche questa volta? Oppure sono i palestinesi a non poter reclamare il diritto alla propria autodeterminazione in quanto lesiva dell’integrità dello Stato che abitano?

Il diritto internazionale non ci viene in aiuto, recitando che sono gli Stati i titolari di questo diritto, non contemplando minimamente l’accezione di “popolo” nel caso di autodeterminazione esterna.

Come da prassi in questi casi anche in palestina è nato un movimento di liberazione nazionale negli anni ‘80, l’OLP – Organizzazione per la Liberazione della Palestina, che si batte affinchè un giorno, nonostante siano passati 73 anni dalla partizione della Palestina, questo popolo abbia finalmente uno Stato che possa chiamare proprio.

I Curdi

Non sono in una situazione migliore i curdi, i quali non si vedono solo sprovvisti di uno Stato, ma anche di una forza di unità territoriale, essendo suddivisi in 4 stati principali. Infatti ad oggi tra la stessa popolazione curda c’è una differenziazione che scaturisce dallo Stato di appartenza: i curdi siriani ed i curdi iracheni sono riusciti, rispettivamente, ad organizzarsi in una regione autonoma seppur non riconosciuta dal governo di fatto esistente sul territorio ed in un’entità federale autonoma a tutti gli effetti all’interno dello Stato iracheno. I curdi iraniani sono una netta minoranza, poco considerati perfino dalla comunità internazionale. Sono indipendentisti ma più moderati rispetto ai fratelli siriani o turchi, hanno instaurato un dialogo con il governo degli ayatollah ed ufficiosamente operano come braccio armato per alcune missioni “segrete” intraprese da questi ultimi.

I curdi turchi, tristemente più noti degli altri, sono stati perseguitati, uccisi, torturati, sradicati dai territori di residenza e costretti sulle montagne da un governo tirannico che da decenni prova a metterli a tacere, sfociando nei territori di confine siriani per riuscire ad eradicare anche la comunità residente nel Rojava.Ma a 100 anni di distanza dai trattati che hanno segnato la sorte del popolo curdo, com’è possibile che la comunità internazionale, prima responsabile della condizione di questo popolo, non sia riuscita a farne valere i diritti di identità ed autodeterminazione? 

Se è vero che l’integrità e la sovranità degli Stati di appartenenza non permettono ad un popolo di poter rivendicare la propria territorialità, questo principio dovrebbe perlomeno decadere quando si parla di identità, che è stata del tutto negata ai curdi residenti in Turchia ma non meno sudata e tutt’ora non del tutto riconosciuta anche per la comunità siriana ed irachena. Chi giova dalla dissoluzione di questo popolo? Chi giova dalla frammentazione del territorio del vecchio Kurdistan rivendicato? Com’è possibile che il quarto gruppo etnico più grande di tutto il Medio Oriente non riesca a far valere i propri diritti?

Sarà forse un caso fortuito la presenza di giacimenti importanti sulle alture del Kurdistan iracheno e siriano? Oppure la storia dei curdi con l’ex Impero Ottomano, della Turchia e dei suoi rapporti con il Pkk, a cui vengono associati oggi anche l’Ypg ed Ypj siriani?

Com’è possibile che i maggiori responsabili della sconfitta territoriale dell’ISIS, che hanno combattuto per liberare tutto l’Occidente dal fardello del terrorismo, non siano riusciti a farsi riconoscere neanche un briciolo di autonomia all’interno di ogni Stato, fatta eccezione per le conquiste del KDP in Iraq?Di tutti i Paesi del Medio Oriente coinvolti nella questione curda è certo che la Turchia è quello che ha più rilevanza, per diversi fattori. Ad iniziare dalla sua posizione all’interno della comunità internazionale. 

La Turchia è l’unico, tra i Paesi del Medio Oriente, a far parte della NATO come Stato membro ed è per questo che può vantare una posizione di rilievo senza considerare che dispone dell’esercito più grande e cospicuo, secondo solo a quello statunitense.È inoltre l’unico Paese che può permettersi di trattare con l’Europa riguardo l’emergenza profughi. Per questo il suo potere intra ed extra regionale è stato ed è ancora oggi decisivo nella battaglia che il presidente Erdoğan ha intrapreso contro il popolo curdo.

Come già ribadito, Erdoğan si è scagliato contro le minoranze curde residenti negli altri Paesi, in particolare in Siria, soprattutto dopo la ritirata delle truppe statunitensi voluta da Trump. Questo anche a causa di una percezione del presidente che – al di fuori dei confini di controllo – determinate situazioni potrebbero arrecare disturbo alla Turchia portando al raggiungimento di quell’instabilità così temuta e ad una rivolta interna che in tutti i modi egli cerca di evitare.

Sarà un caso che ad ogni inflessione della curva di gradimento del suo governo egli muova una pedina sullo scacchiere della guerra ai curdi?

I segreti di pulcinella

Queste sono domande legittime che trovano risposta nell’intreccio di relazioni diplomatiche inter ed extra regionali che i Paesi protagonisti tengono e mantengono, ma è qui che entra in scena il paradosso più grande: Israele e Turchia, i due colossi protagonisti di queste storie di frammentazione e persecuzioni, sono tanto nemici dei loro vicini quanto alleati dei rispettivi contrapposti.

E ci si potrebbe chiedere perché Israele, acerrimo nemico della Palestina e della volontà del suo popolo di avere una propria terra, è invece sostenitore dei curdi e della loro voglia di raggiungere l’autonomia che gli spetta, a ragione, su un territorio che gli è stato estirpato.

E perché Erdoğan, che non ha mai tenuto segreto il suo disprezzo per il popolo curdo etichettato alla stregua di terrorista, è invece dalla parte del popolo palestinese e “non permetterà che i diritti dei palestinesi vengano violati”, addirittura accusando Israele di essere uno Stato razzista? Questi quesiti lascerebbero pensare, allora, che né il presidente turco né Re Bibi siano mossi da ideologie territoriali patriottistiche o politiche espansionistiche unicamente finalizzate alla riappropiazione dei “loro territori”.

Forse, e dico forse, entrambi i leader hanno qualcosa di ben più importante da salvaguardare o da promuovere che non il semplice e mero patriottismo. Si stanno costruendo due archi opposti che divideranno il Medio Oriente ancor più di quanto non lo sia già e gli Accordi di Abramo hanno dato il colpo finale a questo scenario. Mentre la Lega Araba si avvicina sempre più ad Israele in chiave anti-Iran ed i Paesi del Golfo voltano la faccia ad Hamas, la Turchia stringe rapporti proprio con quest’ultimo, rafforza le collaborazioni con il colosso sciita ed è intenzionata a prevaricare sull’Egitto ed i Sauditi.

È chiaro che una pace palestinese sarebbe sicuramente un successo per Ankara e la Palestina è anche uno dei campi in cui turchi ed iraniani collaborano maggiormente, in opposizione ad Israele ed Arabia Saudita. Inoltre per Erdoğan difendere gli arabi palestinesi si traduce in un aumento del consenso popolare e questa non è sicuramente una casualità. 

Il caos creato dai governi protagonisti di queste vicende, dalle fazioni politiche interne sia al popolo curdo che a quello palestinese e la poco efficiente attenzione che la comunità internazionale ha riservato a queste due crisi mediorientali hanno contribuito a rendere le due storie quanto di più intrigato e irrisolvibile il continente abbia mai visto. Una cosa è certa e chiara come il cristallo: le suddivisioni territoriali decise a tavolino – seppur sembrino perfette sulla carta – non funzionano nella vita reale.

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