CHI SEI, STRANIERO?DA DOVE VENGONO I RIFUGIATI POLITICI IN UE

Sono nato e morto in ogni paese, e ho camminato in ogni strada del mondo che vedi, cantava Fossati. Narrava la speranza e la morte dei migranti di fronte alle frontiere d’Europa, un viaggio che, oggi come nel 1992, rappresenta una strada sotto il mare. È una via invisibile, che si manifesta solo quando turba le sicurezze degli europei: quando riemerge sulle coste di Lampedusa, si affaccia sulle spiagge di Lesbo o cerca di superare i fili spinati dell’Ungheria.

Dato che il luogo di origine della strada dei migranti non disturba le tiepide case degli elettori europei, non c’è molta curiosità nel conoscerla, tanto meno nello spiegarla. Eppure, come dovrebbe insegnare la storia dell’umanità, è solo quando un fenomeno viene spiegato che smette di generare cacce alle streghe.

Secondo lo European Asylum Support Office (EASO),agenzia UE che agevola la cooperazione europea sui richiedenti asilo, siriani, afghani, pakistani e colombiani rappresentano più dei due quinti delle richieste d’asilo inoltrate agli Stati UE nel 2020. Tutti cercano quella strada sotto il mare, ma si lasciano alle spalle Paesi dai tormenti diversi: per capire e rispettare cosa li spinga a lasciare l’unica patria che abbiano conosciuto, bisogna spiegare un Paese per volta.

Il Paese del male

Per raccontare i 152 giorni di prigionia in Siria, Domenico Quirico introduce quest’ultima come il Paese del male. Nulla sembra vivere in Siria, scrive Quirico, a parte che l’essenza dell’inferno in terra. A voler guardare in dietro, il male nasce dalla marcescenza della Primavera araba siriana, sbocciata con un ritardo fatale di un anno rispetto a quella libica. Se, infatti, l’astensione di Russia e Cina in sede ONU aveva reso possibile l’intervento militare in Libia, nel caso della Siria Mosca e Pechino continuano a porre il veto. Il precedente libico è troppo pericoloso per rischiare che si avveri di nuovo: la destituzione dell’uomo forte medio-orientale non solo apre il vaso di Pandora delle divisione etniche e religiose, ma favorisce anche l’odiata propaganda occidentale della democrazia e dei diritti umani. Dal momento che sia Russia che Cina paventano un regime change che possa ispirare le loro deboli opposizioni interne, concordano nel bloccarlo anche all’esterno dei propri confini.

A nove anni dall’inizio del conflitto, la popolazione civile rimane stretta tra i due fuochi dell’esercito governativo e delle milizie ribelli, e viene bruciata da entrambi. Se né il tuo governo che l’alternativa a quest’ultimo ti offrono salvezza, la fuga è l’unica alternativa: secondo le stime dell’UNHCR, più di cinque milioni e mezzo di siriani hanno lasciato il proprio Paese per raggiungere gli Stati vicini o l’Europa. O meglio, per raggiungere un futuro che le bombe di Assad sterminano ogni volta che questo prova a germogliare.

La tomba degli imperi

Da incubo strategico dei sovietici, a palude militare per gli americani, l’Afghanistan è conosciuto per essere la croce di chi prova ad assoggettarlo. Forse perché indigeni del luogo, i Talebani sfidano questa lugubre nomea e perseguono determinati l’obiettivo di tornare a governare il Paese. L’accordo di pace con l’Amministrazione Trump sembra portarli nella direzione giusta,ma i loro continui attacchi al governo di Kabul fanno intuire che potrebbero non essere la forza politica più desiderabile per gli interessi statunitensi nell’area. La crescita della loro influenza non appare neanche essere la condizione ideale per la sicurezza della popolazione civile, che rischia di rimanere schiacciata tra le milizie talebane e le truppe governative. Allo stesso tempo, non ci sono indizi di una più aggiornata concezione del ruolo delle donne nella società da parte dei talebani, che potrebbero quindi riportare indietro il Paese di decenni.

La culla di una santa alleanza tra clericali e militari

L’attuale Primo Ministro del Pakistan, Imran Khan, è il secondo leader ad avvicendarsi al potere in modo pacifico dalla nascita dello Stato pakistano. Festeggiato come un simbolo di rinnovamento dopo la caduta dei Bhutto, i Kennedy del Pakistan, ha avviato un governo che bilancia gli interessi dei due gruppi sociali più influenti del Paese, ovvero i clericali e i militari. Gli interessi di questi ultimi convergono nel mantenimento di una serie di poteri che agevolano e festeggiano la condanna a morte per blasfemia, come nel caso della Cristiana Asia Bibi, poi liberata per le pressioni internazionali, e che marginalizzano e perseguono tutti coloro che si oppongono alla visione di Islamabad. Ne è un esempio il rapporto di Human Rights Watch, che descrive uno Stato che incoraggia l’auto-censura fra attivisti e giornalisti quando è clemente, e sopprime quando la misericordia è esaurita.

Una guerra infinita

Per cinquant’anni, il popolo colombiano ha sofferto una guerra tanto informale quanto letale: Bogotà ha a lungo cercato di sopprimere le FARC, determinate a garantire la giustizia sociale e ad abbattere la diseguaglianza causata dall’economia di mercato. Dopo decenni di lotta in cui nessuna delle parti ha sopraffatto l’altra, il 2016 sembrava l’anno della pace. Il referendum che doveva confermare la fine delle ostilità, tuttavia, è stato bocciato dalla popolazione: la rabbia per le morti causate dalle FARC ha creato uno stallo, che si trascina tutt’oggi. Una parte minoritaria delle FARC ha infatti dichiarato che per loro la guerra non è mai finita: il governo deve pagare per non aver rispettato la parola data. Quello che tralascia di dire è perché questo debba ricadere anche sul popolo colombiano. 

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