LA CINA RITIRA IL SUO SUPPORTO FINANZIARIO AL PAKISTAN PER MILIARDI DI DOLLARI. IL FUTURO DELLA BELT AND ROAD INITIATIVE È A RISCHIO?

La Cina si sta lentamente ritirando dai suoi impegni multimiliardari assunti in Pakistan nell’ottica della Belt and Road Initiative ufficialmente a causa della posizione debitoria di Islamabad, scandali di corruzione e l’aumento dei costi della sicurezza. In realtà la causa potrebbe essere molto più profonda.

La Cina si sta lentamente ritirando dal suo impegno finanziario composto da investimenti e prestiti per un valore di circa 60 miliardi di dollari parte del China-Pakistan Economic Corridor (corridoio economico sino-pakistano – CPEC), uno degli elementi chiave della più ampia politica cinese della Belt and Road Initiative (BRI). L’inaspettata mossa di Pechino sembra essere stata motivata dalle numerose notizie di scandali e corruzione che hanno costellato in questi ultimi anni la quasi totalità dei progetti CPEC e che hanno coinvolto anche alti funzionari, politici e militari pakistani. 
Inoltre, i frequenti attacchi perpetrati da vari gruppi militanti ai danni del personale e dei progetti infrastrutturali cinesi in Pakistan hanno costretto Pechino a far fronte a un graduale aumento dei costi del CPEC che, dall’essere uno dei fiori all’occhiello della Belt and Road Initiative, potrebbe trasformarsi in una delle debolezze strutturali di quest’ultima.

La relazione con la Cina rappresenta una, se non la maggiore, tra le priorità della politica estera pakistana contemporanea non solo dal punto di vista economico, ma anche politico e di sicurezza. 
Il Pakistan ha risentito notevolmente dei mutati equilibri regionali intercorsi negli ultimi anni in Medio Oriente e Asia Meridionale, che hanno significato per il Paese un progressivo isolamento diplomatico. 
Questa situazione è stata soprattutto il risultato dell’allontanamento del supporto statunitense, dell’ascesa della potenza indiana e della progressiva alienazione degli storici alleati arabi verso Islamabad, primo tra tutti l’Arabia Saudita. Tuttavia, sebbene il ruolo del Pakistan sia stato oggetto di notevole ridimensionamento, il Paese ha saputo mantenere un certo grado di dinamismo diplomatico che gli ha permesso di sfuggire a un totale e fatale isolamento.

L’attenzione di Islamabad si è perciò rivolta quasi interamente a Pechino. Sebbene una stretta relazione bilaterale tra i due Paesi fosse già storicamente presente, cementata da decenni di convergenza politica e interessi reciproci, questa ha assunto una dimensione rinnovata e ben maggiore dall’avvio della strategica iniziativa cinese della Belt and Road, conosciuta in italiano anche come “Nuova via della seta”. Per il Pakistan, questo legame ha permesso sia di scongiurare un pericoloso isolamento diplomatico che di ottenere importanti benefici economici grazie ai molteplici investimenti cinesi a favore dell’espansione delle infrastrutture e del commercio nel Paese.


Per questo motivo, un allentamento del supporto e dei finanziamenti cinesi rappresenta per il Pakistan una minaccia da sventare a tutti i costi. 
La notizia della manifesta volontà cinese di ridurre il sostegno finanziario e ritirarsi da un impegno finanziario di ben 60 miliardi di dollari ha perciò spinto il parlamento del Pakistan a varare di un disegno di legge per permettere all’enstablishment militare del Paese di avere un controllo più saldo sui progetti parte della BRI in corso d’opera in Pakistan e sui relativi contratti multimiliardari.  Nelle intenzioni pakistane, questa mossa dovrebbe riuscire a rassicurare Pechino circa gli investimenti esistenti, la cui realizzazione, grazie alla partecipazione attiva dei militari, sarà garantita, facilitata e protetta dagli attacchi dei militanti, così come l’incolumità del personale cinese nel Paese. 


Tra questi, soprattutto i militanti nella provincia del Belucistan hanno intensificato i loro attacchi ai progetti del CPEC e al personale cinesi ivi impiegato, provocando un ulteriore aumento dei costi per la sicurezza e dei rischi politici dei progetti. Ciò assume una rilevanza non indifferente, in quanto in Belucistan dovrebbero ultimarsi alcuni dei progetti chiave dell’intero CPEC, tra i quali il completamento dell’espansione del porto di Gwadar, la costruzione di un aeroporto internazionale e di una Zona Economica Speciale. La mossa di Islamabad per delegare ai militari un maggiore controllo sui progetti del CPEC rappresenta perciò un chiaro tentativo di mitigare le crescenti preoccupazioni per la sicurezza della Cina. L’esercito pakistano sarebbe quindi pronto a prendere il controllo dei numerosi progetti infrastrutturali da 60 miliardi di dollari riguardanti ferrovie, strade, porti e zone economiche speciali, fondamentali e funzionali al futuro stessa della BRI. 

Avviata nel 2013, la Belt and Road Initiative rappresenta il grande progetto del leader cinese Xi Jinping volto a collegare l’Asia con l’Africa e l’Europa mediante reti commerciali terrestri e marittime. A ciò si aggiunge l’obiettivo, forse ancora più importante, di creare nuove rotte per le importazioni di idrocarburi dai quali la Cina è strategicamente vulnerabile e dipendente, e che al momento giungono principalmente dal Medio Oriente per vie marittime passanti per lo stretto di Malacca. 


In questo contesto quindi, il completamento dei progetti parte del CPEC è per la Cina fondamentale per raggiungere l’obiettivo strategico di dotarsi di una rotta terrestre attraverso il Pakistan per le importazioni di idrocarburi alternativa a quella marittima attraverso lo stretto di Malacca il quale, oltre a rappresentare un passaggio notevolmente congestionato è anche altamente vulnerabile, poiché in uno scenario di conflitto gli Stati Uniti potrebbero facilmente bloccarne il passaggio e soffocare l’economia cinese. 
Il CPEC si compone di un totale di 122 progetti tra i quali però, una porzione notevole risultano bloccati o in ritardo rispetto a quanto pianificato a causa della mancanza di finanziamenti. Il prosciugamento dei fondi cinesi ha gravemente influenzato il ritmo dei progetti CPEC, la maggior parte dei quali erano già in ritardo sui tempi previsti.

Al termine del terzo trimestre del 2020, rispetto ai 122 progetti annunciati, ne risultano completati solo 32. Resta quindi da vedere come la diminuzione dei prestiti cinesi avrà un impatto sul completamento dei progetti e sul futuro del CPEC. 
La lenta esecuzione dei progetti parte del CPEC, soprattutto di quelli più importanti, causata in gran parte dalla mancanza di finanziamenti della Cina, ha rappresentato un aspetto importante in un incontro tenutosi a novembre 2020 a Islamabad tra l’ambasciatore cinese Nong Rong e il ministro degli Esteri pakistano Shah Mehmood Qureshi. Durante l’incontro, Qureshi ha sottolineato la necessità economica di un rapido completamento dei progetti CPEC soprattutto in questo momento in cui l’economia pakistana vacilla sotto gli effetti della pandemia. 

Tuttavia, è doveroso notare che, al di là delle criticità relative ai progetti del CPEC imputabili direttamente al Pakistan, la diminuzione degli investimenti e dei prestiti cinesi è parte di una più ampia politica finanziaria di Pechino. Dallo scorso anno infatti, la Cina ha drasticamente ridotto il programma di prestiti all’estero, dopo quasi un decennio di crescita ambiziosa. I prestiti complessivi della China Development Bank e della Export-Import Bank of China sono diminuiti da 75 miliardi di dollari del 2016 a “solo” 4 miliardi del 2019, riducendosi ulteriormente a 3 miliardi in base ai dati provvisori relativi al 2020. 
Quindi, all’interno di que

sto scenario, il progressivo ritiro cinese dai finanziamenti e dai progetti del CPEC sarebbe da attribuire a una più ampia “politica del ripensamento” (il che significa riassestamento, non annullamento) dell’intera BRI così com’era stata progettata, vittima anche della guerra commerciale che dal 2018 contrappone la Cina agli Stati Uniti. 
La BRI, che complessivamente conta oltre 1 trilione di dollari in progetti e investimenti a livello globale, è stata già oggetto di numerose critiche per le intrinseche debolezze, tra cui i prestiti eccessivi a Paesi con economie fragili e finanze traballanti afflitti da problemi di corruzione e mancanza di trasparenza finalizzati a progetti con impatti sociali e ambientali negativi. 
Riguardo al solo Pakistan, sono stati documentati numerosi casi di corruzione da parte di società cinesi coinvolte nel CPEC, in particolare nel settore energetico, con irregolarità rilevate per un valore di oltre 1,8 miliardi di dollari, motivo che tra gli altri ha spinto le autorità finanziarie cinesi a ridurre la loro esposizione creditizia al Pakistan.

Il futuro del CPEC non è solo offuscato dalla politica cinese “del ripensamento” riguardo i prestiti esteri, ma anche dall’eccessivo indebitamento del Pakistan. Il Paese sta scivolando rapidamente verso una crisi del debito, con un rapporto debito/PIL pari al 107% del PIL che se non scongiurato potrebbe innescare preoccupazioni per la stessa sicurezza nazionale. Paradossalmente però, le spese connesse ai progetti del CPEC rappresentano uno dei principali contributi all’incremento del debito. 
Già nel 2018, un rapporto del Center for Global Development aveva indicato il Pakistan essere tra gli otto Paesi più a rischio di difficoltà di natura economico finanziaria connesse ai progetti BRI e al rischio di aumento, anche drammatico, della percentuale del debito estero verso la Cina. Anzi, lo stesso rapporto aveva indicato il Pakistan essere tra questi otto il Paese a più alto rischio.


Tuttavia, nonostante le preoccupazioni per il debito e le implicazioni dello stesso, il Pakistan ha fatto di tutto per proteggere gli investimenti cinesi nel tentativo di rilanciare e dare impulso alla sua fragile economia.
Nonostante la pronta decisione del Pakistan di delegare all’esercito il controllo quasi totale sul CPEC potrebbe rassicurare la Cina circa i suoi investimenti nel Paese, non sicuro che Pechino rifiuti di desistere dalle sue intenzioni e ritirare dal piatto pakistano i 60 miliardi di dollari, per ragioni che in parte continuano a restare oscure e che farebbero precipitare il Pakistan ancora più a fondo nelle sabbie mobili del mercato.

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