SERVE UNA VALIDA POLITICA ITALIANA NEL MEDITERRANEO O LA VICENDA DEI PESCATORI POTREBBE NON ESSERE L’ULTIMA

La triste vicenda dei 18 pescatori italiani trattenuti in Libia ha tenuto le istituzioni italiane e i familiari con il fiato sospeso per ben 108 giorni. In molti hanno temuto che il dossier si sarebbe potuto trasformare ad un caso simile a quello dei Marò detenuti in India nel 2012, o nel peggiore degli scenari a quello di Giulio Regeni, giovane ricercatore italiano recatosi in Egitto per questioni di studio, da cui non ha fatto più ritorno. Quest’ultimo dossier rimane ancora aperto, dal 2016 è in corso una controversia tra Italia ed Egitto. 

La cosa più importante è che i pescatori italiani siano stati rilasciati dal generale Khalifa Haftar, e abbiano fatto ritorno a casa sani e salvi lo scorso 20 Dicembre; accolti con grande festa al porto di Mazara del vallo (Trapani) dove ormeggia la più grande flotta peschereccia italiana, una delle ultime sopravvissute alle varie crisi economiche, alla concorrenza estera e in ultima istanza alla pandemia globale causata dal Covid-19. 

Entriamo adesso nel vivo della vicenda, cercando di analizzare i fatti accaduti, non alla luce della politica interna italiana, come spesso accade in questi casi, che certamente è un fattore da tenere in considerazione, ma di certo non è il più importante. Che cosa è accaduto a partire dal sequestro fino ai giorni nostri? Due motopesca l’Antartide e il Medinea salpati dal porto siciliano, si sono recati in una zona di mare antistante il golfo libico di Sirte, a circa 40 miglia nautiche dalla costa libica della Cirenaica, in questo tratto di mare in alcuni mesi dell’anno vi è una cospicua presenza di pescato, in particolar modo il gambero rosso, che attira ormai da anni pescherecci non solo italiani ma anche greci, tunisini e maltesi. 

Il primo Settembre i pescatori italiani (8 italiani, 6 tunisini, 2 indonesiani, 2 senegalesi) sono stati raggiunti da alcune motovedette libiche, in un tratto di mare che dal 2005 è una zona contesa tra Italia e Libia, quando il Colonello Mu’ammar Gheddafi in modo unilaterale dichiarò che le acque territoriali libiche si sarebbero estese da 12 a 74 miglia nautichea partire dalla costa. L’Italia sul piano internazionale non ha mai riconosciuto questa presa di posizione unilaterale, ma allo stesso tempo non l’ha mai contestata. Per evitare eventuali problemi di natura diplomatica o avvenimenti come quelli accaduti di recente, l’Unità di crisi della Farnesina nella sezione viaggiare sicuri dal 2005 ha diramato un’allerta, in cui si sconsiglia fortemente di entrare in quelle acque, poiché si tratta di una zona di pesca riservata, considerata come tale ancora oggi dal generale Khalifa Haftar e dalle sue forze militari, in questo caso dalla marina di Tobruk, appartenente all’esercito nazionale libico (LNA). 

La posizione della Libia ha legittimità sul piano del diritto internazionale? Vale la pena osservare che l’Unione Europea in passato, per tutelare gli interessi non solo italiani ma anche quelli degli stati europei del mediterraneo, ha considerato illegittima la presa di posizione delle autorità libiche, sull’estensione della territorialità delle proprie acque, anche dalla Casa Bianca è stata contestata la zona di pesca riservata. Prendendo in considerazione il diritto internazionale, nella fattispecie il diritto del mare, che norma tutto ciò che attiene il mare in ogni sua forma ed aspetto, per chiarire meglio la vicenda la Convenzione di Montego Bay (1982) all’articolo 3 sancisce che ogni Stato ha diritto di fissare come punto limite massimo del proprio mare territoriale, le 12 miglia marine. A questo bisognerà fare riferimento anche all’articolo 62 della stessa convenzione riguardante lo sfruttamento delle risorse biologiche marine, la pesca rientra tra queste, nel quale viene esplicitato che quando uno Stato non possiede i mezzi per pescare l’intera quota, deve consentire l’accesso ad altri Stati. Semplificando vuol dire che la Libia potrebbe consentire l’accesso ai pescherecci italiani e non solo, chiaramente attraverso un valido accordo con l’Italia. 

Il dossier dei pescherecci italiani per ben 108 giorni si è incastrato all’interno di un quadro geopolitico assai complesso, come un tassello di un mosaico riguardante la politica interna e internazionale della Cirenaica di cui il generale Haftar controlla saldamente il territorio, e dall’altro dalla mancanza di una politica mediterranea dell’Italia chiara e di ampio respiro.

Non è di certo la prima volta che pescherecci battenti bandiera italiana vengono fermati e sequestrati dalle motovedette libiche, numerose volte è successo durante gli anni di Gheddafi al potere, e si è ripetuto anche nei mesi scorsi. Secondo i dati del distretto della pesca siciliana, negli ultimi 25 anni oltre 50 imbarcazioni sarebbero state sequestrate o confiscate, con oltre 30 pescatori arrestati. Ma quando potrà dirsi risolto tutto questo? Difficile prevedere una data certa, l’unica cosa certa è che serviranno sia delle azioni di diplomazia attraverso la stipula di accordi sulle ZEE (Zona economica esclusiva) tra Italia e Libia coinvolgendo anche Malta e Grecia, che una maggiore presenza della nostra marina nel Mediterraneo. 

Alla Diplomazia e al tricolore italiano viene sempre riconosciuto un grande ruolo di mediatore internazionale, se questo spesso avvantaggia il nostro paese in tutto il mondo, soprattutto nel settore commerciale con l’export, a volte danneggia alcuni dei nostri interessi nazionali i quali in alcune circostanze andrebbero difesi con maggiore consapevolezza. Sul piano internazionale c’è un tempo per dialogare, negoziare, temporeggiare se necessario, ma poi arriva anche il tempo di agire con decisione. 

A tal proposito andrebbero ascoltate le ultime dichiarazioni dell’Ammiraglio Giuseppe De Giorgi già capo di Stato Maggiore della Marina Italiana dal 2013 al 2015: “E’ tempo che le nostre navi tornino a presidiare il Mediterraneo, in numero adeguato e con regole d’ingaggio che consentano loro di essere efficaci. La difesa della flotta mercantile e di quella peschereccia è uno dei compiti istituzionali della nostra Marina Militare. Proteggere i nostri cittadini è un dovere”. Chi ha l’onore e l’onere di ricoprire incarichi di Governo dovrebbe certamente riflettere su quanto detto. 

Gabriele La Spina

Gabriele La Spina, attualmente Capo Redattore e analista geopolitico per gli Affari Europei in IARI. Nato a Catania nel 1991, ha conseguito la laurea triennale in Politica e Relazioni Internazionali presso l’Università degli Studi di Catania, ha proseguito gli studi a Milano, conseguendo il Diploma in Affari Europei presso l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI). Infine ha continuato con la laurea magistrale in Internazionalizzazione delle Relazioni Commerciali sempre presso l’Ateneo di Catania.

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