PRIMAVERA ARABA: RIVOLUZIONE ADVERSUM CONTRORIVOLUZIONE

La ferocia della controrivoluzione potrebbe essere la prova più importante del successo della Primavera Araba nel raggiungimento dei suoi obiettivi, tra cui aumentare i costi della tirannia. Non è infatti un caso che, nonostante i continui tentativi di soffocare le rivolte, il desiderio e la speranza di un sistema democratico sopravviva in Medio Oriente. La Primavera Araba è diventata un riferimento per i giovani arabi che sognano libertà, dignità e giustizia. Questi non si fermeranno finché non realizzeranno quel sogno. 

Le Origini della Primavera Araba

Dieci anni fa, il 17 dicembre 2010, un giovane tunisino, Mahamed Bouazizi, si è dato fuoco per protestare contro le condizioni economiche e sociali del suo Paese. Da quel momento in poi, tra il 2010 e il 2011 si sono susseguite una serie di rivolte e rivoluzioni in tutto il mondo arabo, la stagione nel suo complesso è altresì nota come Primavera Araba. 

L’obiettivo delle sommosse era destituire i principali regimi autoritari della regione per sostituirli con dei governi democratici. Questo processo ha portato alla caduta di molti capi di stato come Ben Ali in Tunisia, Mubarak in Egitto, Gheddafi in Libia e Saleh nello Yemen. 

Il Costo del Cambiamento

Gli eventi dell’ultimo decennio hanno rivelato che i costi dell’autoritarismo e il rifiuto del cambiamento politico sono molto alti. Ciò nonostante, i regimi che bloccano il processo di riforma sono più che disposti a pagare un caro prezzo per rimanere al potere.  Un caso esemplare è certamente quello siriano, il cui emblema è il presidente Bashar al Assad. Basti pensare che il rifiuto di accogliere le richieste di cambiamento in Siria si è portato dietro una dilaniante guerra civile, una grande suscettibilità alla proliferazione di gruppi terroristici e l’influenza di un numero significativo di potenze straniere sul territorio nazionale. 

Allo stesso modo, il colpo di stato del generale Fatah al Sisi in Egitto ha avuto delle ripercussioni molto gravi. Nello scenario internazionale, il generale è noto come il peggior dittatore del Medio Oriente. La sua leadership ha portato con sé una forte riduzione del peso politico del Paese a livello regionale e un irrigidimento delle relazioni con i suoi alleati chiave, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e Israele. 

Per quanto riguarda, i principali sponsor della controrivoluzione, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, è importante evidenziare che essi hanno speso ingenti somme di denaro per bloccare la Primavera Araba fuori dai loro confini e tenersi stretti i loro troni. Eppure, occorre anche sottolineare che le azioni di questi stessi paesi non sono prive di contraddizioni. Sia l’Arabia Saudita che gli Emirati Arabi Uniti, ad oggi, sono infatti coinvolti nelle guerre civili in corso nello Yemen e in Libia, finanziando mercenari e signori della guerra come il generale Khalifa Haftar. Quindi anche se la lotta al cambiamento viene evitata all’interno del territorio nazionale, lo spirito della controrivoluzione viene comunque esportato in altri teatri di guerra nella regione. 

Gli Insegnamenti della Primavera Araba

L’esperienza della Primavera Araba ha rivelato come il potere dei servizi di sicurezza e di intelligence sia centrale in un regime autoritario basato sull’impiego di mezzi come tortura, omicidio e violazioni dei diritti umani. Tuttavia, in misura più importante, è emerso che la struttura del dispotismo arabo è soggetta a rotture. 

Chi poteva immaginare che il regime di Mubarak, durato 30 anni, sarebbe caduto nel giro di 18 giorni? Chi avrebbe mai pensato che Gheddafi sarebbe stato trovato nascosto in un buco pochi mesi dopo l’inizio della rivoluzione? Allo stesso modo, chi avrebbe previsto la veloce morte di Saleh dopo tre decenni passati al potere?

Secondo l’Arab Opinion Index 2019-2020, il più grande sondaggio annuale del mondo arabo condotto dall’Arab Center for Research and Policy Studies, circa il 74% degli arabi ritiene che la democrazia sia il sistema di governance più appropriato per i loro paesi d’origine. Alla luce di ciò, non è sorprendente il fatto che il Medio Oriente abbia assistito ad un’altra ondata di rivolte e rivoluzioni negli ultimi due anni. Tra gli stati protagonisti è possibile fare riferimento a Algeria, Iraq, Libano e Sudan, dove folle di manifestanti sono scese in piazza per chiedere un cambiamento economico, sociale e politico.

L’ex presidente sudanese, Omar al-Bashir, al potere da più di 30 anni, è stato rovesciato e l’ex presidente algerino, Abdelaziz Bouteflika, si è dimesso dopo grandi manifestazioni. Il popolo iracheno e quello libanese si sono sollevati in segno di protesta contro la corruzione, il settarismo e l’influenza di forze esterne sulle decisioni politiche interne. Ci sono state agitazioni anche all’intero di svariati segmenti della società egiziana, i quali, alla fine del 2019, sono scesi in piazza per chiedere il miglioramento delle loro condizioni sociali ed economiche, nonostante la severa repressione dispiegata dal regime di Sisi.

L’Eredità della Primavera Araba

Sono passati dieci anni dall’inizio della Primavera Araba e, nonostante i tentativi di mettere a tacere i popoli, diverse classi sociali, soprattutto i giovani, continuano a desiderare libertà, dignità e giustizia.  A conferma di ciò, è sufficiente osservare il fatto che ogni volta che i combattimenti si interrompono in Siria, si presentano manifestanti pacifici che esprimono il loro dissenso nei confronti di Assad, chiedendo che egli lasci il potere. Allo stesso modo, in Egitto, le critiche rivolte ad al Sisi crescono giornalmente sui social e in persona, nonostante il pugno di ferro del generale. In passato, nessuno avrebbe osato avanzare critiche simili né in privato né in pubblico.

Ad ogni modo, qualsiasi valutazione oggettiva dell’esperienza della Primavera araba deve tener conto dei limiti e degli errori commessi dai movimenti politici e rivoluzionari che avrebbero dovuto guidare le società arabe dopo la caduta dei regimi autoritari. Questi attori sono penalizzati da profonde divisioni politiche e ideologiche, tra islamisti e laici, sciiti e sunniti. Inoltre, essi sono paralizzati da questioni di identità, come il rapporto tra religione e stato. Spesso queste divisioni hanno penalizzato l’analisi di questioni più urgenti, come il miglioramento delle condizioni politiche, economiche e sociali, il contrasto alla corruzione e la lotta alla disoccupazione.

Infatti, proprio la polarizzazione delle forze politiche a volte ha interrotto un potenziale processo di transizione democratiche e in altri casi, come quello dell’Egitto, ha anche portato al ritorno di vecchi regimi. Invece, per quanto riguarda, la culla della Primavera Araba, un decennio dopo, la Tunisia ha un nuovo governo, una nuova costituzione e più libertà democratiche. A differenza di altri paesi altrettanto protagonisti della Primavera araba, in cui le cui proteste sono state vanificate o trasformate in un conflitto civile, la Tunisia è spesso annoverata come una storia di successo democratico.

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