MUTILAZIONI FEMMINILI: IL PREZZO DI ESSERE DONNA

Il fenomeno della pratica delle mutilazioni genitali femminili (MGF) è ancora largamente diffuso in diverse ed eterogenee aree dell’Africa. Ma siamo davvero sicuri che le bambine e ragazze che risiedono sul territorio italiano ne siano completamente estranee? L’analisi intende rilevare le conseguenze della pratica sul piano fisico e psicologico di coloro che ne sono oggetto, nonché sottolineare quanto questa consuetudine venga praticata illegalmente anche sul suolo italiano, coinvolgendo larga parte della popolazione femminile migrante, soggetta a retaggi culturali di soggetti forti del gruppo sociale di appartenenza. 

La pratica della mutilazione genitale femminile (MGF), la cosiddetta infibulazione, dal latino fibula, “spilla”, ha origini molto antiche e si è radicata nella cultura di diverse popolazioni in tutto il mondo. L’origine della pratica, sicuramente pre-islamica, può essere fatta risalire all’antico Egitto, luogo da cui poi sarebbe stata assorbita dalla civiltà romana, che ne faceva uso al fine di operare un maggior controllo sulla sessualità delle schiave. Da qui, plurime società, spesso impregnate di valori e strutture patriarcali, ne hanno fatto un pilastro portante della propria cultura, orientata alla purificazione e castità delle ragazze. In molte culture, infatti, si ritiene che l’asportazione degli organi genitali femminili esterni sia una garanzia di verginità e che preservi la castità delle giovani fino al matrimonio, considerazione che, a livello anatomico non ha alcun fondamento, in quanto è l’imene che assurge a tale ruolo. 

L’Africa è, senza ombra di dubbio, il continente che rivela la percentuale più alta di bambine e ragazze sottoposte a questa consuetudine discutibile. Secondo i dati pubblicati dalla World Bank nel febbraio 2020, raccolti a seguito di molteplici questionari Health Issues Surveys (DHS) dell’UNICEF, tale percentuale è più che allarmante. Diversi paesi dell’Africa sub-sahariana, infatti, nel 2016, hanno superato l’80% di ragazze e donne che, fra i 15 e i 49 anni, sono state sottoposte a tale asportazione. Somalia, Sudan, Guinea, Mali e Sierra Leone risultano i paesi con il maggior numero di mutilazioni praticate, fino a picchi del 97,9% di donne infibulate. Questo evidenzia come la quasi totalità della popolazione femminile abbia dovuto sacrificare una parte fondamentale del proprio corpo, in nome di valori e principi che fanno capo ad un tessuto sociale prettamente maschilista e patriarcale. 

Si tratta di un fenomeno che permea nel sub-strato sociale, specialmente all’interno di contesti rurali e comunità extra-urbane. All’interno dei villaggi, le ragazze in età adolescenziale, fra gli otto e i quattordici anni, vengono accompagnate dalle madri presso residenze di donne più anziane che, con attrezzi e strumenti non sterili e non chirurgici (spesso vengono realizzate con lamette e coltelli) e senza alcuna precauzione igienico-sanitaria o anestesia, operano la mutilazione. Oltre alla trasmissione di malattie, quali HIV e epatite, le ragazze incorrono in gravi infezioni e fortissimi dolori causati dalle emorragie. Dolori che permangono poi frequentemente per tutta la vita durante l’atto urinario, nonché sessuale. La chiusura della vulva, infatti, comporta una lenta e difficile fuoriuscita dell’urina e del sangue mestruale. Anche il parto, a seguito della cucitura inferta, si complica e provoca sofferenze atroci, mettendo a rischio la vita della madre e del nascituro. 

La pratica implica non solo complicazioni fisiche, ma anche, e soprattutto, traumi psicologici. Oltre alle possibili e molto frequenti infezioni ed emorragie, infatti, la donna viene sottoposta a una privazione tale da comportare la totale negazione di sé. Molteplici sono le testimonianze di donne, cadute successivamente in depressione e perseguitate da incubi strazianti o disturbi psicotici. 

Ayaan Hirsi Ali, attivista somala per i diritti umani e scrittrice, si racconta: “Era buio e mi scoppiava la vescica, ma sentivo troppo male per fare pipì. Il dolore acuto era ancora lì e le mie gambe erano coperte di sangue. Sudavo ed ero scossa dai brividi. Soltanto il giorno dopo la nonna mi convinse a orinare almeno un pochino. Oramai mi faceva male tutto. Finché ero rimasta sdraiata immobile il dolore aveva continuato a martellare penosamente, ma quando urinai la fitta fu acuta come nel momento in cui mi avevano tagliata. Impiegammo circa due settimane a riprenderci. La nonna accorreva al primo gemito angosciato. Dopo la tortura di ogni minzione ci lavava con cura la ferita con acqua tiepida e la tamponava con un liquido violaceo, poi ci legava di nuovo le gambe e ci raccomandava di restare assolutamente ferme o ci saremmo lacerate e allora avrebbe dovuto chiamare quell’uomo a cucirci di nuovo.”

Possiamo pensare che tale fenomeno sia lontano da noi e che non coinvolga bambine e ragazze che oggi si trovano sul territorio italiano. Ci sbagliamo. Sono, infatti centottanta mila le bambine a rischio di mutilazione genitale in Italia. Secondo i dati pubblicati dall’Istituto Europeo per l’Uguaglianza di Genere, infatti, “si stima che in Italia dal 15 al 24% delle ragazze siano a rischio di mutilazioni genitali femminili (MGF), su una popolazione totale di 76.040 ragazze di età compresa fra 0 e i 18 anni, provenienti da paesi in cui si pratica questa consuetudine”. Le infibulazioni vengono così praticate illegalmente anche sul territorio italiano, in cui la popolazione femminile migrante, proveniente da suddetti paesi, è aumentata del 27% negli ultimi anni. 

Al fine di prevenire e limitare la diffusione del fenomeno in Europa, sono stati implementati diversi programmi di sensibilizzazione che coinvolgono donne, ma anche uomini, come, ad esempio, gruppi di discussione, in cui costoro hanno portato alla luce quanto effettivamente la figura maschile all’interno della famiglia abbia forte influenza nella scelta di mutilare le figlie, nonché quanto la pressione sociale e la religione siano ragioni fondanti di tale scelta.  In alcuni paesi europei si è, inoltre, introdotta la medicalizzazione della procedura che ha portato ad una riduzione delle infezioni e delle conseguenze derivanti dall’incisione. 

È proprio il carattere multiculturale della società odierna che ha aperto la questione della diffusione del corredo di pratiche sociali sempre più ricco, articolato e ramificato, anche a livello famigliare e comunitario. Si è dovuto, quindi, intervenire anche in merito a pratiche diffuse in paesi, percepiti come lontani, ma, nella realtà dei fatti, molto vicini alla cultura della parte maggioritaria.  A tal proposito sempre più frequenti sono i procedimenti penali a carico di soggetti che appartengono a questi gruppi etnici di minoranza.  Proprio per questo motivo, in Italia è stata introdotta l’infibulazione quale reato, che comporta una sanzione penale. Si tratta di un cosiddetto “reato culturalmente motivato”, disciplinato dall’articolo 583 bis del nostro Codice Penale. Nel caso in cui la condotta penale venga portata a compimento, si incorre nella decadenza dall’esercizio della responsabilità genitoriale. 

A fondamento di ciò vi è l’affermazione dell’eguale libertà e dignità, di persone che nascono libere e uguale. C’è una dimensione della dignità, quella relazionale, che deve essere messa in luce. Ovvero s’intende che il riconoscimento della diversità culturale non può essere assoluto e incondizionato, perché la tolleranza trova limite nel rispetto dei diritti fondamentali dell’individuo, riconosciuti a tutti in eguale misura. Si tratta, dunque, di proteggere i soggetti più deboli dai retaggi culturali dei soggetti forti del gruppo sociale. Il rispetto per le culture non può assolutamente legittimare queste lesioni. Si ritiene, dunque, fondamentale l’implicazione reciproca tra il rispetto delle diverse culture e le libertà fondamentali.

È necessario evidenziare, però, quanto la pratica sottintenda questa forte motivazione culturale. In altre parole, la scelta di mutilare la propria figlia deriva da una profonda convinzione strutturale che tale pratica possa portare a una purificazione e che consista in un passaggio fondamentale della vita della ragazza. Costei diventa donna, attraverso l’asportazione di una parte del proprio corpo. Inoltre, tale mutilazione, percepita come simbolo di verginità, comporta un innalzamento del “valore” della ragazza, e, conseguentemente, della dote per la famiglia al momento del matrimonio. Una donna mutilata è più pura ed è accettata dalla comunità di riferimento. Spesso, quindi, le ragazze che non sono mutilate, vengono considerate impure e, perciò, allontanate dal gruppo sociale di appartenenza. 

Quello su cui si intende riflettere è la discrasia fra ciò che viene considerato, nella cultura della maggioranza, come atto aberrante e disumano e quello che, invece, viene percepito nella cultura “altra” come atto fondamentale di purezza e accettazione sociale, e sulle conseguenze che la privazione di questo intervento può far emergere nella famiglia che sceglie, ma soprattutto nella ragazza. Nella giurisprudenza italiana, diversi autori hanno proposto, a tal proposito, una sorta di riduzione dell’intervento. A intendere, una mutilazione simbolica e non totale. Ciò consisterebbe nell’asportazione di un piccolo lembo di pelle, nella zona pelvica, che non vada a intaccare gli organi sessuali e riproduttivi, ma che permetta alla ragazza di sentirsi parte della propria comunità di riferimento e di essere accettata dalla stessa, senza incorrere nei gravi danni fisici e psicologici conseguenti all’ infibulazione. Ciò nonostante, ad oggi, tale proposta non è ancora stata accolta. 

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