IL SUDAN STA PAGANDO A CARO PREZZO LA CRISI DEL TIGRAY

In seguito alle esplosioni della crisi del Tigray sono migliaia gli etiopi che hanno raggiunto il Sudan. Secondo una stima delle Nazioni Unite i rifugiati, presenti attualmente nel Sudan orientale, sarebbero già più di 50.000. 

Attraverso i racconti di alcuni rifugiati è stato possibile comprendere che il viaggio per raggiungere il Sudan è particolarmente duro e sono necessarie più di due settimane. Molti di loro cercano di portare con sé i propri averi come animali, vestiti, brande, che in alcuni casi sono stati costretti ad abbandonare per attraversare il fiume. 

Secondo alcune testimonianze inoltre si sarebbero verificati, durante il tragitto, alcuni casi di aggressione da parte di gruppi armati particolarmente violenti. Tuttavia data l’impossibilità di accedere nelle aree critiche dell’Etiopia, non è possibile poter verificare la veridicità delle testimonianze. Resta comunque attivo l’appello delle Nazioni Unite che chiede all’Etiopia di garantire l’accesso agli operatori umanitari per poter garantire alla popolazione farmaci, viveri di prima necessità e assistenza. 

Diventa inoltre sempre più difficile la situazione del Sudan che deve gestire l’enorme flusso di persone che attraversano il confine, nonostante gli aiuti messi già in campo dall’ONU.

Attualmente infatti sono in corso alcune operazioni di sostegno, tra cui dei ponti aerei che stanno facendo arrivare scorte di diversi beni tra cui: tende, coperte, materassi, lampade a energia solare, materassi, zanzariere. L’ONU inoltre ha lanciato un appello per la raccolta di 147 milioni di dollari per supportare il Sudan che sta cercando, non senza fatica, di gestire l’enorme flusso di rifugiati.

È chiaro che l’elevato numero di rifugiati in Sudan, in arrivo dall’Etiopia, va a destabilizzare ulteriormente la situazione politica già precaria del Sudan. Oggi il Paese è infatti guidato da un governo transitorio, instaurato in seguito alla caduta del regime di Omar al-Bashir. Il primo ministro Abdalla Hamdok, al potere dal 21 agosto 2019, ha promesso di ripristinare la stabilità e di portare al termine i conflitti in corso nel Paese. 

Alla crisi politica si aggiungono infatti gli scontri interetnici e la crisi umanitaria interna del Paese.Quest’ultima in particolare è stata esasperata dalle esondazioni del 16 settembre che hanno causato oltre 125.000 sfollati interni, 155 vittime, e ha danneggiato le case e i beni di più di 875.000 persone.

La grave crisi umanitaria che sta interessando il Sudan, o forse dovremmo dire l’intera regione, sta lasciando emergere l’incapacità della comunità internazionale di rispondere alle crisi. La questione che emerge è l’inefficienza degli interventi implementati nelle fasi post-emergenziali. Si pone quindi la necessità di ripensare ai modelli di sostegno attraverso la pianificazione di un’azione finalizzata al rafforzamento strutturale della regione nel lungo periodo. Obiettivo, quest’ultimo, che è chiaramente messo in stand-by dalla pandemia e che sta lasciando emergere un atteggiamento collettivo guidato dall’urlo “si salvi chi può”. 

Giusy Monforte

Cari lettori, ho il piacere di presentarmi, sono Giusy Monforte, analista dell’Istituto Analisi Relazioni Internazionali (IARI).
La mia passione per la geopolitica è iniziata a Catania, dove mi sono laureata in Politica e Relazioni internazionali. Successivamente mi sono spostata a Napoli, città che mi ha letteralmente incantata per la sua capacità di restare fedele alle sue radici identitarie pur guardando verso l’Europa. A Napoli ho conseguito una laurea magistrale in Studi Internazionali presso “L’Orientale”, dedicando particolare attenzione al mondo arabo e al diritto islamico, con il fine di inquadrare quest'ultimo nelle scienze giuspubblicistiche. Dopo la laurea ho continuato i miei studi e non ho mai smesso di scrivere: ho collaborato con diverse riviste di geopolitica.
Ho avuto la fortuna di salire a bordo di questo Think Tank sin dall’inizio riuscendo, in questo modo, a dare il mio contributo dalle sue prime manovre e a crescere professionalmente insieme ad esso. Allo IARI mi occupo soprattutto di temi afferenti al costituzionalismo in Africa e negli Stati a maggioranza musulmana.
La mia curiosità verso il mondo si riversa probabilmente anche nelle altre attività.
Dedico il resto del mio tempo alla ricerca delle scoperte musicali e vado spesso ai Festival che ti permettono di spaziare dal dreampop alla Jazztronica, senza sembrare una persona confusa, e a condividere, contemporaneamente, la passione per la musica con persone provenienti da tutto il mondo. Amo viaggiare, oltre che fisicamente, anche attraverso il cinema: seguo con particolare interesse il cinema iraniano e coreano, ma confesso che il mio cuore appartiene al canadese Xavier Dolan.
La parola che odio di più è etnocentrismo: spesso si ignora che non esiste solo una prospettiva e che la realtà ha diverse facce se imparassimo a guardarla con gli occhi degli altri.
La mia parola preferita, invece, è prònoia: perché l’universo può giocare anche a nostro favore ma a volte lo dimentichiamo

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