GLI ALBORI DI UN RAPPORTO COMPLICATO

Le relazioni tra Donald Trump e Xi Jinping sono state al centro di un grande fraintendimento: mentre veniva narrata una presunta “amicizia personale” tra i due, lo stato dei rapporti tra i rispettivi Paesi piombava nel baratro. Ecco come tutto iniziò.

Dall’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca su una robusta piattaforma anti-Cina, le relazioni tra Stati Uniti e Cina hanno subito un progressivo deterioramento. La nuova amministrazione Repubblicana aspirava alla conclusione di un accordo commerciale con la Cina, che migliorasse la bilancia commerciale statunitense a livello bilaterale e regolamentasse alcuni aspetti strutturali dell’interscambio tra i due Paesi, come la protezione della proprietà intellettuale ed il trasferimento di tecnologie. La piattaforma competitiva con cui Trump ragionava sulle relazioni commerciali con la Cina era nota fin dalla sua campagna elettorale: «Non possiamo continuare a permettere alla Cina di violentare il nostro Paese. Questo è il più grande furto della storia», affermava qualche mese prima del voto presidenziale.

Da Presidente della prima potenza economica mondiale, però, Trump doveva dare una sostanza alle parole ed aprire un canale diretto con la leadership cinese. Il primo atto in questa direzione fu il colloquio con il Presidente cinese, Xi Jinping, presso la residenza presidenziale di Mar-A-Lago (6-7 aprile 2017). Possiamo considerare questo colloquio come esplorativo, al fine di sondare le rispettive zone di possibile accordo sulle questioni commerciali. Sebbene le due parti avessero pattuito un Piano d’Azione di cento giorni per risolvere le differenze di vedute, la distanza rimaneva troppo ampia per perseguire una via dialogante e cooperativa.

La prospettiva di un accordo in tempi brevi è iniziata a sfumare dopo le prime indagini dell’USTR (US Trade Representatives) sulle pratiche del Governo cinese rispetto ai trasferimenti di tecnologia, furti di proprietà intellettuale e innovazione tecnologica, ma soprattutto dopo il Memorandum presidenziale firmato il 22 marzo 2018, un atto in cui si annunciava l’estensione alla Cina dei dazi sulle importazioni di acciaio, alluminio e altri prodotti; la restrizione degli investimenti cinesi negli Stati Uniti e l’intento di una causa davanti il WTO contro la Cina per “pratiche discriminatorie in materia di licenze commerciali”. Se osservate retrospettivamente, tali misure marcano un turning point nell’interscambio Stati Uniti-Cina, in quanto eventi che segnano il passaggio ad una fase successiva, dando vita ad un gioco sequenziale di mosse e contromosse. Da parte sua, la Cina valuta la ritorsione (imposizione di dazi su 128 prodotti d’importazione dagli USA) come l’alternativa migliore alla sospensione del dialogo.

Ed effettivamente, malgrado i colloqui di Pechino nei primi di giugno tra le due rappresentanze negoziali, la guerra commerciale si intensificherà nei mesi successivi: mentre le misure reciproche mostrano i primi effetti, gli Stati Uniti allargano la lista dei beni cinesi d’importazione su cui applicare dazi ed inaugurano un secondo round di aumento delle tariffe; anche questa volta la Cina reagirà analogamente con l’imposizione di dazi su ulteriori beni strategici per l’export statunitense verso la Cina. In questa prima fase della competizione commerciale, l’imposizione dei dazi statunitensi e le puntuali ritorsioni cinesi rappresentano, insieme ai frequenti e infruttuosi colloqui tra le due delegazioni, il fulcro delle interazioni.

Laddove l’amministrazione statunitense interpretava dazi e restrizioni come meri strumenti negoziali, e cioè: “Imporre alti costi economici per forzare la Cina a concludere un accordo commerciale”; la Cina ha avvertito tali misure come un tentativo per porre un freno alla sua ascesa globale e, oltretutto, non ha accolto la richiesta statunitense di ridurre il gap nella bilancia commerciale di 200 miliardi di dollari entro due anni.

La disputa commerciale fece il suo corso, mentre il terreno di competizione tra i due Paesi si espandeva e le relazioni tra Donald Trump e Xi Jinping, conseguentemente, si raffreddavano.

Emanuele Gibilaro

Classe 95, analista di politica estera USA, membro del direttivo IARI e brand ambassador. Studente magistrale in Relazioni Internazionali (indirizzo Diplomazia e Organizzazioni internazionali) presso l’Università degli Studi di Milano. Ho conseguito la laurea triennale in “Storia, politica e Relazioni internazionali” a Catania- città di cui sono originario- con una tesi sul rapporto tra giornalismo e comunicazione politica durante alcuni eventi salienti della storia contemporanea di Italia e Stati Uniti.
Per IARI mi occupo di politica estera e interscambio diplomatico degli Stati Uniti con i principali attori internazionali. Ma anche di questioni energetiche e sicurezza nazionale. Approfondisco tali tematiche da diversi anni, in un’ottica che contempera dimensione giuridica, storica, diplomatica, militare ed economica.
Ho sposato il progetto IARI fin dal primo giorno della sua fondazione, perché ho visto un gruppo affiatato, competente e motivato a creare una realtà che diventasse un punto di riferimento per il mondo accademico italiano, ma anche per chi desidera avere un quadro sulla politica e i fenomeni internazionali. Abbiamo scelto il formato di think tank specializzato in quanto fenomeni complessi come quelli internazionali meritano un’elaborazione analitica, precisa e pluridimensionale, che non semplifichi le questioni con ideologie e luoghi comuni (così come spesso accade nelle testate giornalistiche del nostro Paese). Pertanto, l’analista deve mettere le sue competenze a disposizione del lettore, individuando possibili scenari e fornendo a chi legge tutti gli elementi necessari alla formazione di un’opinione.

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