ASIMMETRIE E DISUGUAGLIANZE NELL’EGITTO RURALE

La liberalizzazione economica e le riforme di decentralizzazione dell’amministrazione locale hanno acuito le disparità tra Alto e Basso Egitto, nonché il fenomeno della povertà rurale. Come e perché queste disuguaglianze sono destinate a permanere?

A partire dagli anni Novanta, è emersa la necessità di recuperare la centralità delle istituzioni pubbliche nella promozione dello sviluppo su scala locale. All’interno di questo dibattito, si afferma il concetto di good governance inteso come collaborazione trasparente ed efficiente tra istituzioni governative, ONG e comunità locali. Diversi studiosi hanno messo in luce in luce che tale principio, piuttosto che rendere più efficace e trasparente la burocrazia statale e promuovere lo stato di diritto, ha avuto gli esiti oppositi. Secondo questa visione, nei paesi in via di sviluppo, la traduzione pratica del concetto di good governance ha rafforzato un modello tecnocratico di assunzione delle decisioni politiche, acuendo il malcontento e la sfiducia delle comunità locali nei confronti delle istituzionali statali.

Nelle politiche di cooperazione internazionale allo sviluppo, il settore agricolo è considerato un catalizzatore del benessere socioeconomico nei paesi a basso reddito. Questo perché l’agricoltura è la principale fonte di sostentamento per le fasce più povere della popolazione. In Egitto, questo settore rappresenta il 14 % del PIL nazionale e ne fanno affidamento il 40 % delle seguenti classi: piccoli agricoltori, lavoratori senza terra e giovani disoccupati. Secondo un censimento del 2017, il 58% della popolazione egiziana risiede nelle aree rurali, mentre il resto si concentra nei centri urbani situata nei pressi del Delta del Nilo. Quest’area è sempre stata economicamente più sviluppata rispetto alle altre regioni del paese – come il Basso Egitto – per una serie di ragioni storiche e per la sua posizione geografica.

Nel Basso Egitto si concentra il 40 % popolazione nazionale, di cui il 70 % proviene dalle fasce sociali più poveri della società. Quest’area, in cui il tasso di urbanizzazione è inferiore al 20 %, è composta principalmente da villaggi in cui il settore agricolo rappresenta il 63% dell’occupazione dei residenti. Nel corso degli ultimi anni, sono state proprio queste comunità a beneficare il meno possibile della liberalizzazione economica nonché dalle recenti riforme di decentralizzazione. A questi elementi si aggiungono dei fattori propri del territorio, i quali influiscono sulla produttività e le reddittività dei terreni coltivabile: le loro dimensioni ristrette, la numerosità delle famiglie e le inefficienze del sistema di trasporti.

Lo sviluppo rurale dell’Egitto: dallo stato imprenditore allo stato neoliberale

A seguito del golpe militare lanciato dagli Ufficiali Liberi nel 1952, il governo di Jamal Abd Al-Nasser ha disposto la nazionalizzazione del settore agricolo e la distribuzione dei terreni coltivabili secondo le logiche dello “stato imprenditore”. Con la fine della sua presidenza, il successore Anwar Sadat, sotto spinta dei programmi di aggiustamento strutturale degli anni Settanta, ha dato avvio alla liberalizzazione dell’Egitto, favorendo il settore industriale e la grande produzione agricola. Il suo assassinio ha seguito l’ascesa di Hosni Mubarak, rimasto in carica fino alla Primavera araba del 2011. 

Il presidente Mubarak ha dato avvio ad una nuova fase di liberalizzazione dell’economia egiziana, con effetti devastanti per le fasce della popolazione situate nelle aree periferiche, tra cui i residenti dei governatorati a prevalenza rurale. Nel settore agricolo, è stato rafforzato il ruolo attori privati e banche, i quali hanno offerto finanziamenti ai proprietari terrieri che già disponevano di un patrimonio che consentiva loro l’accesso al mercato del credito

La scoppio della Primavera araba del 2011 ha portato alla deposizione di Mubarak, a cui ha seguito la parentesi democratica di Muhammad Al-Morsi. Nel corso della sua breve presidenza, quest’ultimo ha espresso diverse volte la volontà di attuare strategie finalizzate allo sviluppo del settore agricolo, attraverso prestiti a breve interesse e la bonifica dei terreni, in particolar modo nel Basso Egitto. Il golpe militare del 2013 ha segnato il fallimento di queste promesse, aprendo la strada ad Abd Al-Fattah Al-Sisi divenuto presidente nel 2014.

Secondo la visione di Al-Sisi, l’attuazione di politiche di sviluppo nel settore agricolo, sotto aiuto dei donatori internazionale, è funzionale al benessere della popolazione nazionale nonché a rafforzare il ruolo dell’Egitto nel mercato globale. A tale proposito, nel 2014 viene lanciato il programma Egitto 2030, accompagnato da una serie di misure finalizzate alla redistribuzione dei territori e all’incremento della loro produttività per il consumo domestico e le esportazioni. Allo stesso tempo, tuttavia, i pesanti tagli nella sfera pubblica da parte del governo centrale hanno contribuito all’aumento dei costi dei terreni e dei trasporti, portando al peggioramento delle condizioni di vite delle comunità rurali.

Gli effetti controproducenti della decentralizzazione

A partire da Mubarak, in Egitto sono state varate una serie di riforme di decentralizzazione dell’amministrazione locale. Queste misure, tuttavia, hanno avuto gli esiti opposti: danneggiare le competenze delle comunità locali e rafforzare il concentramento del potere e della ricchezza nelle mani di pochi.

La Costituzione del 2014 ha portato ad una riduzione delle unità amministrative da cinque a tre (governatorati, città e villaggi). Secondo il governo centrale, ciò avrebbe reso più efficiente la burocrazia statale. Ai governatorati viene invece riconosciuto il diritto di bilanci finanziari indipendenti, con fondi derivati da una combinazione di imposte locali e fondi pubblici statali. D’altra parte, ai consigli popolari locali delle città e dei villaggi non viene riconosciuta né alcuna capacità finanziaria né alcun potere politico nei processi decisionali. Queste riforme, apparentemente neutrali, hanno rafforzato i funzionari dei villaggi, tradizionalmente vicini ai centri di potere, dal pinto di vista economico e politico. 

Il presidente egiziano Al-Sisi ha deciso di allocare ai governatorati del Basso Egitto sussidi inferiori rispetto alle aree del paese, in quanto considerati maggiormente improduttive rispetto ai governatorati dell’Alto Egitto. L’istituzionalizzazione di questa iniqua allocazione delle risorse ha acuito i sentimenti di malcontento e alienazione da parte delle comunità rurali.

Il caso del governatorato di al-Minya: il villaggio di Al-Kfoor

Il governatorato di al-Minya è uno dei più popolosi del Basso Egitto. La maggior parte della popolazione vive nelle sue aree rurali. Il settore agricolo produce redditi molto limitati, sia a causa della stagionalità delle colture sia della ristrettezza dei territori. Nel 2007 i villaggi del governatorato risultavano tra le aree più povere dell’Egitto. La pesante carenza d’acqua, per effetto dell’aumento delle temperature e della disuguale allocazione di sussidi statali, ha portato ad una serie di proteste nel 2010. Nel 2013, uno degli abitanti del villaggio di al-Koofr, situato nel governatorato di al-Minya, aveva dichiarato che la comunità aveva perso da tempo la propria fiducia nella politica negli ultimi anni, dopo che le loro richieste erano state ignorante dal governo precedente e che le stesse sarebbero state ignorante dal nuovo presidente. 

Tra il 2011 e il 2014, l’ONG San Mark ha attuato una serie di progetti al fine di promuovere la partecipazione delle comunità locali nelle strategie e nei programmi di sviluppo. Il suo intervento nel villaggio di Al-Kfoor era finalizzato all’istituzione di comitati locali, i quali avrebbero cooperato con l’Associazione per lo sviluppo della comunità (El-kfoor Community Development Association, CDA) nell’elaborazione e nell’attuazione di politiche di sviluppo su scale locale.  La debole collaborazione tra i residenti del villaggio e le CDA era dovuta non soltanto alla forte sfiducia delle comunità locali nei confronti delle istituzioni statali, ma anche dalla poca trasparenza ed efficienza dei CDA i cui membri provenivano dalle fasce medie della società, lontana dai bisogni delle comunità rurali del governatorato

L’ONG San Mark è intervenuta attraverso l’istituzione di ‘’comitati comunitari’’, conosciuti anche come comitati “di rione” o “popolari”, organi intermedi tra i residenti locali di un’area e il livello di governo superiore. Tuttavia, la loro competenza era soltanto di tipo consultiva e collaborativa in quanto erano i CDA a gestire i finanziamenti. Tuttavia, questa strategia ha contributo a creare un forte senso di impegno civico all’interno del villaggio, in quanto i giovani, che erano di solito i più restii a partecipare alle attività del CDA, sono diventati propensi a partecipare all’elaborazione e all’attuazione delle politiche di sviluppo su scale locale.

Il caso del governatorato di Al-Minya mette in luce il fatto che la povertà rurale è un fenomeno complesso e ben radicato in Egitto. Le recenti politiche attuate dal governo, inoltre, hanno acuito la condizione di marginalizzazione e alienazione a cui sono sottoposte le comunità rurali composte da piccoli contadini. In considerazione di questi elementi, è evidente che non è sufficiente attuare riforme di decentralizzazione per promuovere la partecipazione della comunità locali e contrastare la povertà rurale, bensì è necessario trovare un modo che consenta di aprire un varco all’interno di un sistema di potere che ha negato in toto l’empowerment politico, sociale ed economico delle fasce più povere della società e che ha fatto delle politiche di sviluppo, al livello nazionale e locale, uno strumento per rafforzare la propria rete di clienti. Pertanto, promuovere la good governancenon risulta sufficiente.

Nicki Anastasio

Sono Nicki Anastasio, ho 23 anni e studio presso la facoltà di relazioni e istituzioni dell’Asia e dell’Africa presso l’Orientale. Da quasi cinque anni vivo a Napoli, per studio e lavoro, ma sono originario della Costiera Amalfitana. Negli ultimi tre anni, ho fatto due esperienze studio in Marocco e in Egitto che mi hanno permesso di approfondire lo studio della lingua araba e della cultura dei paesi arabo-islamici, di cui sono affascinato sin da piccolo. Dopo aver conseguito la laurea triennale in mediazione linguistica e culturale, ho ritenuto che analizzare le complesse dinamiche geo-politiche che caratterizzano i paesi della macro area medio-orientale fosse il proseguimento più naturale e spontaneo dei miei studi. Ritengo che per comprendere le ragioni alla base della perenne instabilità dell’area più calda del mondo sia necessario costruire una genealogia della crisi di legittimità che caratterizza gran parte dei suoi stati, considerando le specificità storico-culturali e socio-economiche di ogni contesto nazionale. Sono molto fiero di far parte dello IARI, una comunità di analisti unica nel suo genere.

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