ATLETICA LEGGERA E GIUSTIZIA DI GENERE

Human Rights Watch denuncia le violazioni dei diritti umani delle atlete escluse dalle competizioni e costrette a sottoporsi a visite e procedure mediche invasive, dannose ed irreversibili a causa dei loro naturali alti livelli di testosterone.

Un report realizzato da Human Rights Watch (HRW), pubblicato questo dicembre, riporta l’attenzione su una delle questioni più controverse e dibattute nell’ambito della categorizzazione degli sport in maschile e femminile. Si tratta, invero, della regolamentazione della partecipazione alle competizioni femminili delle atlete, che presentano disturbi dello sviluppo sessuale (DSD), note come ‘‘intersessuali.’’ 

Nonostante il documento di HRW riporti anche testimonianze precedenti, il problema che ne emerge è stato sicuramente aggravato dall’entrata in vigore di una nuova normativaadottata a maggio 2019 dalla World Athletics, precedentemente nota come International Association of Athletics Federations (IAAF). La World Athletics è il più alto organismo direttivo internazionale per l’atletica leggera, tra i cui compiti rientrano la standardizzazione di regole e regolamenti.

Casi più dibattuti

Ad aver attirato l’interesse mediatico sulla nuova regolamentazione sono stati due casi. Anzitutto, quello dell’atleta sudafricana, Caster Semenya, due volte medaglia d’oro olimpica negli 800 mt nonché tre volte campionessa del mondo sulla stessa distanza. Secondo alcuni osservatori, l’atleta sarebbe stata la ragione o quanto meno il principale target della norma formulata dalla World Athletics. L’implementazione della norma è avvenuta proprio dopo il rigetto, da parte del Tribunale Federale svizzero, del suo ricorso contro la decisione del Tribunale Arbitrale dello Sport, Court of Arbitration for Sport (CAS), sul caso M. C. Semenya v. IAAF. Da allora Semenya non ha potuto più gareggiare negli eventi di mezzofondo, ed è stato reso noto dai suoi legali che intende adire la Corte di Strasburgo.

Altro caso che ha avuto grande risonanza è stato quello di Annet Negesa, ex atleta professionista ugandese, anche lei specializzata nel mezzofondo. I traguardi raggiunti dall’atleta sono notevoli: tre volte campionessa nazionale, vincitrice di una medaglia di bronzo ai Campionati del mondo under 20 negli 800 mt, e di due medaglie d’oro (800 mt, 1500 mt) ai Campionati africani juniores di atletica leggera. Nel 2012, la sua partecipazione alle Olimpiadi di Londra, tuttavia, è stata negata a causa livelli di testosterone ritenuti sopra la norma. 

Il caso è esploso ad ottobre 2019, dopo la sua apparizione in un documentario sulla rete televisiva tedesca ARD, in cui denunciava di essere stata indotta da un medico della IAAF a sottoporsi ad una gonadectomia. A seguito dell’operazione, pare che la donna non abbia ricevuto le cure necessarie che le hanno impedito, pertanto, di riprendere la propria carriera, perdendo la borsa di studio che la manteneva e il suo lavoro da atleta professionista, fonte di sostentamento economico per la sua famiglia. Negesa ha anche dovuto lasciare l’Uganda, dove sarebbe stata notoriamente esposta al rischio di persecuzione in quanto LGBTI, ricevendo poi asilo a Berlino.

Designazione delle destinatarie della norma

Le atlete colpite dalla nuova regolamentazione della World Athletics sono designate sulla base dei loro naturalmente alti livelli di testosteroneSecondo le soglie definite e comunicate dall’organizzazione, la maggior parte delle donne, incluse le atlete d’élite, hanno livelli naturali di testosterone tra 0.12 e 1.79 nmol/L, mentre il range tipico degli uomini dopo la pubertà sarebbe molto più alto, tra 7.7 e 29.4 nmol/L. Stando alla nuova normativa, le atlete intersessuali, per poter partecipare alle gare femminili sulle distanze dai 400 mt fino al miglio, devono assumere farmaci che ne sopprimano gli ormoni. Il fine è quello di portare i loro livelli di testosterone sotto i 5 nmol/L nei sei mesi prima della competizione, e mantenere poi questi livelli ridotti. Le donne intersessuali sono circa 1 su 2000 nate, e, secondo una ricerca della World Athletics, sembra che siano molto concentrate tra le atlete mezzofondiste, dove 7 atlete su 1000 sarebbero intersessuali, presentando livelli maschili di testosterone.

Va osservato che non vi è consenso scientifico sulla questione. Per alcuni endocrinologi, infatti, non è chiaro se i valori più elevati diano vantaggi competitivi alle atlete, mentre molti scienziati ritengono il contrario. Per la World Athletics il vantaggio esiste, nelle competizioni incluse tra 400 mt ed un miglio, in termini di maggiore massa muscolare, più forza e capacità di trasportare l’ossigeno garantita da più elevati livelli di emoglobina.

Dopo anni di disputa, il CAS ha supportato le restrizioni imposte dalla IAAF, ammettendo il carattere discriminatorio delle misure nei confronti delle donne. Allo stesso modo, queste restrizioni sono ritenute dallo stesso tribunale, comunque, degli strumenti necessari, ragionevoli e proporzionali per raggiungere quello che è considerato il principale obiettivo dell’organizzazione: garantire e preservare condizioni di parità negli eventi femminili di atletica, nell’interesse della maggioranza delle donne, ma evitando di ledere i diritti umani delle persone intersessuali.

Il report di HRW  

Dal report di HRW, intitolato “They’re chasing us away from sport”, si evince quanto il sistema passato ed attuale che regolamenta la fattispecie configuri trattamenti inumani e degradanti ai danni delle interessate, violando gravemente i loro diritti umani.

Anzitutto, il documento pone l’accento sul fatto che i “test sessuali” (lett. sex testing) condotti sulle interessate, peraltro esposte poi alla gogna mediatica, costituiscono gravi abusi ai danni delle atlete, principalmente quelle provenienti dal Sud del mondo. 

Lo scrutinio pubblico delle atlete, che sulla base di caratteristiche fisiche “sospette” vengono obbligate o indotte a sottoporsi a visite mediche invasive e mortificanti. Tali procedure mediche non necessarie, irreversibili e dannoseper poter partecipare alle competizioni femminili, contribuiscono a definire i corpi delle donne sulla base di definizioni arbitrarie di femminilità e stereotipi razziali. Questo è in linea con quanto dichiarato da Annet Negesa e Caster Semenya, che denunciano come questi esami medici, oltre ad essere psicologicamente lesivi, siano fortemente invasivi fisicamente, e stigmatizzino le donne che, in base alla percezione esteriore delle loro caratteristiche fisiche, non si conformano con le nozioni mainstream di femminilità. 

Le normative in vigore incoraggiano la discriminazione, il controllo e l’intervento medico coercitivo sulle atlete, provocando gravi problemi fisici e psicologici. Va, inoltre, ricordato che l’esclusione di queste atlete dalle competizioni non solo ne rovina la carriera atletica, ma causa spesso, soprattutto ad atlete provenienti da background di povertà, serie difficoltà economiche che ne danneggiano a lungo termine la stabilità ed il benessere.

Payoshni Mitra, accademico e attivista per i diritti delle atlete, sostiene che le regolamentazioni della IAAF trattano le atlete con livelli alti di testosterone come less than human, evidenziando l’urgenza che lo sport moderno si adatti a sostenere l’inclusione e la non discriminazione.
Non a caso, molti esperti legali collegati alla World Athletics si sono allontanati dall’organizzazione a causa delle regolamentazioni, nell’intento di non essere associati a queste pratiche lesive dei diritti umani. Un esempio è stato Steve Cornelius, che ha dichiarato di non voler lavorare per un’organizzazione che insiste nell’ostracizzare specifici individui, esclusivamente donne, per nessun altro motivo se non essere come sono nate. 

Il rapporto conclude che le regolamentazioni e gli esami medici in esame configurino violazioni del diritto alla privacy, alla salute, alla non-discriminazione, al lavoro.

Sicuramente, garantire il fair play è un impegno valido e fondamentale per le autorità sportive, ma non sembra che questo giustifichi le violazioni dei diritti umani compiute nel processo. Anche il giudizio del Tribunale Federale svizzero sul caso Semenya, nella misura in cui avalla le restrizioni e le pratiche discriminatorie messe in atto dalla IAAF e tutelate dalle pronunce del CAS, risulta essere deludente dal punto di vista dei diritti umani e della giustizia di genere, riflettendo le più ampie disuguaglianze strutturali nell’arbitrato sportivo internazionale. 

Appare molto rilevante che le discussioni sui livelli di testosterone o sulla capacità di alcuni atleti di dominare la propria categoria vengano fatti esclusivamente in merito alle atlete donne, danneggiando gli sport femminili invece che proteggerli. Certamente, il dibattito ha una sua rilevanza in merito alla garanzia di una competizione equa, ma la strategia adottata dalla World Athletics non va nella direzione auspicabile per l’atletica leggera. Andrebbero trovate nuove soluzioni, intrinsecamente più umane, inclusive e rispettose, che celebrino ed esaltino i successi delle donne nello sport, così come il superamento dei limiti e la progressione del livello femminile di rendimento, piuttosto che sopprimere questi irripetibili talenti e rovinare le vite delle atlete che li possiedono, per dotazione naturale.

Annachiara Cammarata

Annachiara Cammarata, analista per IARI di Diritto Internazionale e diritti umani. Laureata in Mediazione linguistica e culturale presso l’Università degli studi di Napoli l’Orientale, con una tesi sulla tutela dei diritti umani nel sistema giuridico islamico, sono attualmente laureanda magistrale in Relazioni Internazionali per l’area MENA nello stesso ateneo, redigendo la mia tesi sulla cooperazione strategica dell’Ue con i Paesi terzi per la gestione dei flussi migratori, e sto frequentando un Master di II livello in Politica e Relazioni Internazionali presso la LUMSA di Roma. Durante il mio percorso universitario ho avuto l’opportunità di studiare all’estero in Europa, America Latina e Nord Africa, esperienze preziose che mi hanno aiutata a dare forma ai miei progetti accademici e lavorativi.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Latest from LAW & RIGHTS