LA STRATEGIA NATO 2030 PASSA PER LA STABILITÀ DELL’EUROPA

Negli ultimi decenni, opinioni ed interessi divergenti hanno allontanato gli Alleati delle due sponde dell’Atlantico del Nord. Tuttavia, la situazione potrebbe cambiare con l’amministrazione Biden e con il rilancio del partenariato nordatlantico, a partire dagli indirizzi forniti nel rapporto “NATO 2030: United for a New Era” e con una maggiore attenzione per la stabilità geopolitica dell’Europa 

Istituita nel secondo dopoguerra con l’obiettivo di promuovere la sicurezza e la reciproca assistenza tra i suoi Stati membri in caso di attacco dall’esterno, l’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (NATO), nel corso degli anni ha dovuto riadattare le sue priorità all’evoluzione del panorama geopolitico mondiale. A fondare l’organizzazione internazionale, sottoscrivendone il trattato istitutivo il 4 aprile 1949, furono 12 Paesi: Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Islanda, Danimarca, Norvegia, Belgio, Lussemburgo, Paesi Bassi, Italia, Francia e Portogallo. Successivamente, hanno aderito all’Alleanza anche altri Paesi, l’ultimo dei quali la Macedonia del Nord nel marzo 2020, dopo aver formalmente risolto la decennale disputa con la Grecia sul nome, e oggi l’organizzazione vanta 30 Stati membri. Quando firmarono il Patto Atlantico, gli Alleati intendevano dare vita ad un meccanismo di difesa che prevedesse il mutuo soccorso tra le potenze occidentali e che, allo stesso tempo, fungesse da deterrente all’espansione dell’influenza sovietica. Con la caduta del muro di Berlino, prima, e con la dissoluzione dell’Unione sovietica – e quindi della minaccia comunista –, poi, lo scenario internazionale ha subito una trasformazione tale da influenzare inevitabilmente anche il ruolo e le prerogative della NATO.

L’articolo 5 del Trattato Nord Atlantico, che costituisce il pilastro della cooperazione tra gli Alleati nel settore della difesa, stabilisce che, in caso attacco armato contro uno o più Paesi in Europa o in America settentrionale, ognuno di essi nell’esercizio del diritto di legittima difesa individuale o collettiva riconosciuto dall’art.51 dello Statuto delle Nazioni Unite, assisterà la parte o le parti così attaccate, intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre parti, l’azione che giudicherà necessaria, ivi compreso l’impiego della forza armata, per ristabilire e mantenere la sicurezza nella regione dell’Atlantico settentrionale”. A partire dagli anni Novanta, però, in diverse circostanze le potenze occidentali si sono appellate all’articolo 5 del Trattato per attivare l’intervento della NATO anche al di fuori dell’area geografica a cui esso fa riferimento. È questo il caso delle missioni militari condotte nella ex Jugoslavia nel 1999 e dell’intervento in Afghanistan, con la missione ISAF, a seguito degli attentati terroristici dell’11 settembre 2001. Questa tendenza, a lungo andare, ha evidenziato forti divergenze tra le prioritàdegli Stati membri. 

L’evoluzione dello scacchiere internazionale e le limitazioni poste da alcuni Stati europei all’impiego delle proprie risorse anche in contesti extraeuropei hanno fatto sì che all’interno dell’organizzazione emergessero delle criticità piuttosto significative. Donald Trump ha definito la NATO “obsoleta” e inadeguata a gestire le nuove sfide della sicurezza mondiale, accusando, inoltre, gli Alleati europei di non contribuire in misura sufficiente alle spese per la difesa collettiva. La partecipazione economica degli Stati membri alle attività della NATO, incluse le operazioni militari, segue infatti un principio di volontarietà. Il criterio secondo cui ciascuno Stato dovrebbe destinare il 2% del PIL all’Alleanza, a copertura dei suoi costi di funzionamento, costituisce solo un’indicazione non vincolante per i membri dell’organizzazione.

Sebbene negli ultimi anni diversi Paesi abbiano aumentato il proprio contributo all’organizzazione, molti di essi sono ancora lontani dalla soglia minima di spesa consigliata. È per questo motivo che Trump, facendo riferimento al cosiddetto burden sharing, ha contestato il fatto che gli oneri e le responsabilità della difesa collettiva ricadessero in misura maggiore sugli Stati Uniti, preannunciando che Washington si sarebbe potuta rifiutare di intervenire in soccorso degli Alleati nel caso in cui questi ne avessero avuto bisogno. Ma ciò andrebbe in contrasto con la natura stessa dell’organizzazione, violando proprio l’articolo 5 del Trattato Nord Atlantico. 

Le dichiarazioni di Donald Trump relative al possibile disimpegno americano hanno dato ai partner europei una conferma della divergenza tra gli interessi degli Alleati, che avrebbero priorità di politica estera differenti. Da una parte, infatti, gli Stati Uniti intendono contrastare l’ascesa di competitor che potrebbero costituire una minaccia per la superpotenza americana, come la Cina. Dall’altra, invece, c’è l’Europa che guarda con preoccupazione agli scenari di instabilità lungo i propri confini, dalla frontiera orientale al Mediterraneo.

Il presidente francese Emmanuel Macron, dunque, affermando senza mezzi termini che la NATO si troverebbe in uno stato di “morte cerebrale”, ha sottolineato la distanza che separa le due sponde dell’Atlantico del Nord e la necessità per l’Europa di iniziare a concepire se stessa come una potenza geopolitica indipendente dagli Stati Uniti. Ciò si tradurrebbe nello sviluppo di una capacità militare e di una visione strategica autonoma da parte dell’Europa, sotto l’egida dell’Unione europea. Tuttavia, se è vero che le relazioni tra gli Alleati si trovano realmente in una fase di stallo, le cose potrebbero cambiare con l’amministrazione Biden.

Il neoeletto presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha più volte confermato il proprio sostegno alla NATO e alla cooperazione transatlantica, mostrandosi intenzionato a ricucire gli strappi tra Stati Uniti ed Europa e a promuovere il dialogo tra i due principali interlocutori dell’organizzazione. Per rilanciare l’Alleanza Atlantica, però, occorre definire gli obiettivi di breve e medio termine alla luce delle nuove sfide di sicurezza internazionale e degli interessi delle potenze coinvolte. Il rapporto NATO 2030: United for a New Era, pubblicato il 25 novembre 2020, analizza lo scacchiere internazionale e individua i terreni di gioco su cui il Gruppo di riflessione, che si è occupato della redazione del report, consiglia di tenere alta la guardia.

Il panorama geopolitico mondiale non è più lo stesso degli anni in cui è nata l’organizzazione e ciò richiede uno spostamento dell’attenzione su molteplici fronti, oltre che un’evoluzione del ruolo politico della NATO, che può fungere da forum di discussione e di raccordo delle potenze occidentali sulle tematiche connesse alla difesa e alla sicurezza. Inoltre, l’individuazione di nuove sfide globali, quali le pandemie, il terrorismo, la cybersecurity e il cambiamento climatico, evidenzia la necessità di modificare l’approccio alla cooperazione strategica. La sicurezza, infatti, non può più essere considerata esclusivamente come una questione politica o militare, in quanto anche conflitti non convenzionali possono costituire una minaccia. Per il prossimo decennio, la NATO intende portare avanti la sua mission, promuovendo la difesa collettiva al fine di tutelare la pace e la sicurezza. Per farlo, sarà necessario promuovere una maggiore integrazione tra i suoi partner e proiettare l’attività degli Alleati in diversi scenari geopolitici. In particolare, il rapporto NATO 2030 si sofferma sugli equilibri con la Russia, sulle relazioni con la Cina e sulla stabilità del fianco suddell’Alleanza, ovvero sponda mediterranea.

Dopo la fine della Guerra Fredda, la NATO ha cercato di instaurare una relazione di cooperazione con la Russia in settori di interesse comune. Tuttavia, nonostante la distensione dei rapporti tra i Paesi dei due ex blocchi, la Russia continua ad essere percepita dagli Alleati come una potenza che può costituire una minaccia alla stabilità. È per questo motivo che la NATO non intende sottovalutare l’assertività di Mosca nelle regioni del Mar Baltico, del Mar Nero e del Mediterraneo orientale, prestando attenzione alla frontiera orientale dell’Europa. Allo stesso tempo, però, intende affiancare alla deterrenza il dialogo, in modo tale da non pregiudicare le relazioni tra le parti e, soprattutto, da non favorire un’alleanza strategica tra Mosca e Pechino in chiave antiamericana. La Cina, del resto, rappresenta per la NATO un’ulteriore possibile minaccia da contenere, a causa delle sue capacità tecnologiche e militari.

Per evitare possibili minacce alla sicurezza dei suoi Stati membri, la NATO dovrà rafforzare la coesione politica tra gli Stati e supportarli nel mantenimento di un vantaggio competitivo in determinati settori dell’economia, mantenendo al contempo vivo il dialogo costruttivo con la Cina nei settori di interesse comune. Ma alla base di ogni strategia di contenimento dell’influenza russa o cinese c’è sempre la stabilità dell’Europa stessa, base strategica per l’attività “globale” degli Alleati, oggi scossa dalle tensioni nella regione mediterranea. In nome di interessi comuni, è dunque ancora possibile immaginare il rilancio del partenariato nordatlantico. Per fronteggiare le sfide connesse al mantenimento degli equilibri in Europa, però, la NATO dovrà necessariamente cooperare con l’Unione europea, allo scopo di definire un approccio coordinato per la gestione di possibili scenari di crisi.

Una delle prime criticità di cui la NATO e l’Unione europea potrebbero essere chiamate ad occuparsi in maniera congiunta, nel prossimo decennio, è rappresentata dall’attivismo della Turchia. Nel corso dell’ultimo anno, Ankara, proiettata al mito dell’impero turco, ha adottato scelte strategiche che l’hanno portata a scontrarsi con numerosi attori, tra cui, in ultimo, proprio Washington e Bruxelles. Le esplorazioni energetiche nelle zone economiche esclusive greche e cipriote, le frequenti violazioni del diritto internazionale del mare e l’approccio non cooperativo per quanto riguarda la questione di Cipro, a inizio dicembre hanno spinto il Consiglio europeo ad adottare ulteriori misure restrittive e sanzionatorie nei confronti della Turchia, che si aggiungono a quelle stabilite già nel 2019.

Pochi giorni dopo, anche gli Stati Uniti hanno adottato sanzioni nei confronti di Ankara per la decisione del governo turco di acquisire sistemi di difesa missilistica russi S-400 che, non consentendo l’interoperabilità tra i sistemi di difesa aerea e missilistica, come precedentemente affermato dal Segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, rischierebbero di compromettere la sicurezza degli Alleati. È possibile, dunque, che la cooperazione tra gli Alleati delle due sponde dell’Atlantico riparta presto e che riparta dallo scacchiere mediterraneo. 

Vanessa Ioannou

Sono Vanessa Ioannou, classe 1990, analista IARI per l’Europa. Dopo la laurea magistrale in Studi internazionali, conseguita presso l'Università "L'Orientale" di Napoli con una tesi in Relazioni esterne dell'UE, ho lavorato presso una redazione giornalistica, occupandomi di Politica e Esteri, e in seguito ho intrapreso il mio percorso professionale da consulente.
Per lo IARI mi occupo di Europa ed in particolare di Affari europei ed Euro-Mediterraneo. Sono profondamente convinta che per comprendere la realtà che ci circonda sia necessario contestualizzare i fenomeni geopolitici, che non sono mai isolati, ma sempre interconnessi tra loro. Collaborare con lo IARI significa contribuire all’analisi di temi nazionali ed internazionali in un ambiente professionale, giovane e stimolante e mi dà la possibilità di coniugare i miei più grandi interessi: la scrittura e la politica internazionale.

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