ISRAELE E GLI ACCORDI DI ABRAMO: IL POTERE PASSA ANCHE DAL PALLONE

Uno dei principali sceicchi emiratini diventa co-proprietario della squadra dal tifo più estremista di Gerusalemme, che ha de sempre nel mirino arabi e musulmani. Una storia emblematica che racconta i nuovi equilibri mediorientali.

Accordi diplomatici, accordi militari, accordi economici, non necessariamente in questo ordine.
Quando si parla degli Accordi di Abramo, è impensabile non tenere in considerazione l’intreccio di questi tre elementi, e di come tal groviglio abbia ridisegnato marcatamente le alleanze dello scacchiere mediorientale.
Gli “Accordi”, infatti, siglati lo scorso settembre sotto il sorridente placet del Presidente americano Trump, ridefiniscono i rapporti fra lo Stato di Israele, il Regno del Bahrein e gli Emirati Arabi Uniti.
Un avvicinamento non solo geografico, ma soprattutto sostanziale, fra i governi degli stati arabi e la mosca bianca israeliana, le cui ramificazioni sono ben più profonde – e talvolta significative – dei patti fra cancellerie, e che spesso coinvolgono circostanze e soggetti inediti e, ad una prima impressione, estranei all’arena delle relazioni internazionali.

E’ il caso della recente acquisizione da parte dello Sceicco emiratino Hamad Bin Khalifa Al Nahyan del club di Premier League israeliana Beitar Jerusalem, dell’omonima città.
Khalifa Al Nahyan, membro di spicco della famiglia Nahyan, una delle sei famiglie regnanti degli EAU, èfiglio dell’attuale emirato di Abu Dhabi e presidente degli Emirati Arabi Uniti, siede nel board del Consiglio Esecutivo di Abu Dhabi, è nel consiglio di amministrazione dell’Abu Dhabi Investment Authority, oltre ad essere presidente dell’Abu Dhabi Retirement Pensions and Benefits Fund.
Una personalità – per riassumerne il curriculum – di enorme potere e influenza all’interno delle stanze dei bottoni del ricco Emirato del Golfo.
Il Beitar Jerusalem, invece, è rinomata per essere la squadra di calcio dell’estrema destra israeliana, tanto da essere l’unico club professionistico, in Israele, a non aver mai schierato un giocatore arabo-musulmano.
Il suo gruppo di tifosi dominante – La Familia – è diventato noto negli ultimi anni come una delle più famose organizzazioni dell’estremismo del paese, sia nello stadio che per le strade. 
I politici di destra in Israele spesso assistono alle partite del club come parte delle loro campagne elettorali.

Quando, quindi, lo Sceicco ha deciso di investire circa 90 milioni di dollari nella formazione di Gerusalemme, acquistandone il 50% delle quote associative e promettendo di traghettare a futuri successi il club nel prossimo decennio, più di un sopracciglio si è alzato nel veder comporsi un così singolare connubio.

 L’attuale proprietario del Beitar, l’imprenditore tecnologico israeliano Moshe Hogeg, ha lanciato una vigorosa campagna contro il razzismo dopo aver acquistato il Club nel 2018, condannando quella parte di tifosi più facinorosi.
Raro non è, però, sentire anche nelle circostanze più recenti di partite casalinghe del Beitar con pubblico ammesso, una cospicua parte della propria tifoseria “intonare” canti marcatamente dispregiativi nei confronti di arabi o musulmani.
Basti pensare che nel 2013, dopo che la dirigenza ingaggiò due giocatori musulmani dalla Cecenia, un gruppo di tifosi ne ha bruciato gli uffici. Quando uno dei ceceni segnò il suo primo gol, molti sostenitori di Beitar deciso di uscire dal Teddy Stadium, il famoso stadio casa del Beitar.


La notizia dell’ingresso in società dello Sceicco Khalifa al-Nahyan è stata quindi accolta con umori differenti.
Da una parte la frangia più intransigente dei supporters, aspramente critica del nuovo assetto societario tanto da dipingere sui muri dello stadio che “la guerra è appena iniziata”.

Dall’altra la restante, consistente porzione di tifo che ha festeggiato l’arrivo di nuovi capitali a sostegno della propria squadra del cuore, ma non solo.
Sottotraccia si muovono infatti i fili della politica, che lasciano intravedere motivazioni di interesse strategico, non unicamente sportivo.


Gli Accordi di Abramo, più in generale i legami più caldi di Israele con il mondo arabo, e anche operazioni di soft power come l’acquisto di una squadra di calcio, sono visti come il risultato personale di Binyamin Netanyahu, Primo Ministro israeliano e leader del partito Likud, quest’ultimo strettamente collegato al Club.
Il Beitar Jerusalem, infatti, è stato fondato nel 1936 dall’ala giovanile del movimento sionista-revisionista, da cui discende il Likud. 
Le alte sfere del Likud possono essere viste spesso al Teddy Stadium, lo stesso Netanyahu afferma di essere un sostenitore per la vita del Beitar.
Netanyahu, con diverse tribolazioni giudiziarie a carico, a capo di un governo instabile tenuto assieme con la colla dopo oltre un anno di elezioni infruttuose, ed alle prese con problematiche di politica interna proprio nella fase di approvazione del bilancio dello Stato, risulta debole come mai prima nella sua longeva storia amministrativa.

Unendo i tasselli del mosaico emerge quindi che lo sforzo economico della nuova proprietà possa essere anche inteso come un investimento della famiglia al potere di Abu Dhabi nel partito al governo israeliano, nei suoi sostenitori, e non ultimo nel suo traballante Premier.

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