NEL CUORE DELL’ASIA: CONTROLLO, ASSIMILAZIONE E REPRESSIONE DEI MUSULMANI DELLO XINJIANG

Ai margini del territorio cinese, lo Xinjiang ricopre un ruolo geopolitico e geostrategico di fondamentale importanza. Gruppo etnico maggioritario della regione, gli uiguri rappresentano una spina nel fianco per il gigante asiatico e sono oggi vittime di un rigido sistema di controllo e di una durissima repressione.

La regione autonoma dello Xinjiang (XUAR – Xinjian Uyghur Autonomous Region) è la più vasta unità amministrativa della Cina, corrispondente ad un terzo circa del territorio dello Stato e ad una popolazione di circa 22 milioni di persone.

Una lettura sinocentrica della storia propone la presenza della Cina in un’epoca lontana, ma è solo dalla fine del XVIII secolo che la regione ne è parte integrante. Lo stesso toponimo Xinjiang, che significa “nuova frontiera”, suggerisce che questo territorio non ha sempre fatto parte dell’Impero Cinese[1], ma la Cina su questo non discute: lo Xinjiang è Cina. Gli uiguri con altrettanta determinazione definiscono la loro terra “Turkestan Orientale”. Entrambe le parti propongono una visione semplificata della storia; i cinesi indicano nel tributo un continuo e assoluto controllo imperiale, gli uiguri sostengono invece una indipendenza secolare e considerano il tributo, non una erosione della propria sovranità ma un’autorizzazione ad intrattenere relazioni commerciali e diplomatiche con la Cina.

Gli uiguri sono un gruppo etnico che discende dalle tribù turche nomadi originariamente dislocate nella attuale Mongolia. A partire dal XV secolo, la progressiva affermazione dell’islām è fattore unitario e coagulante e rafforza i legami degli uiguri con altre popolazioni dell’Asia Centrale. 

In prevalenza sunnita, di rito hanafita e fortemente influenzato dal sufismo, l’islām oggi è l’unico elemento identitario della regione. Si tratta più propriamente di un islām “misto”, a frange ortodosse sunnite, che ha prodotto anche un islām militante, collocato a ridosso dei confini, quindi “transfrontaliero”[2], quello che si incunea nei vuoti societari, nello Xinjiang come altrove.

Il valore strategico della regione: unità nazionale e sicurezza energetica

Dal 1949 – anno di nascita della Repubblica Popolare Cinese (RPC) – si assiste ad una progressiva riaffermazione della sovranità cinese sulla regione e si avvia un processo di colonizzazione demografica attraverso sistematiche immigrazioni di han, l’etnia maggioritaria cinese. Il fine è quello di garantire unità e sicurezza, controllare le aspirazioni separatiste – minaccia alla stabilità e alla integrità territoriale della Cina – e sfruttare le risorse del sottosuolo, imprescindibili per lo sviluppo economico cinese.

Gli obiettivi prioritari della Cina, crescita economica e stabilità politica, fanno dello Xinjiang una regione chiave per la presenza di risorse minerarie come ferro, carbone, petrolio, oro, rame e zolfo. Diversi osservatori sottolineano da decenni che la scarsità di risorse e la conseguente “bulimia” di materie prime rappresenta uno dei talloni d’Achille del gigante asiatico. 

La Cina ricopre oggi un ruolo di potenziale game changer nello scenario dei consumi mondiali di energia, come evidenziato nel “Word Energy Outlook 2018” della International Energy Agency (IEA).

La politica energetica di Pechino risponde dunque all’esigenza di aumentare le forniture, limitando al tempo stesso la vulnerabilità del Paese in relazione alla sua dipendenza da approvvigionamenti energetici esteri. Il primo imprescindibile tassello di questa politica strategica di sicurezza energetica si concretizza in uno stretto ancoraggio della regione dello Xinjiang.

Ad un’autonomia formalmente riconosciuta, si accompagna un sistema di assimilazione, esclusione e repressione. L’afflusso costante di cinesi han – che ha modificato l’equilibrio demografico della regione – un sistema scolastico rigido ed esclusorio, la pianificazione familiare forzata, il depauperamento delle risorse e le limitazioni alla libertà di espressione, sono stati gli strumenti chiave del controllo e della repressione da parte di Pechino.

L’indottrinamento in nome della “eliminazione dell’estremismo religioso e del separatismo”

La Costituzione cinese sancisce ex art. 36 la libertà di culto per i cittadini della Repubblica Popolare, principio ribadito nell’art. 2 delle disposizioni generali del “Regolamento per gli affari religiosi” del 2004. Pechino esprime dunque, de jure, un atteggiamento favorevole all’esercizio della libertà religiosa ritenuta promotrice di valori positivi per l’autoregolamentazione e l’armonizzazione sociale. Di fatto però teme la triangolazione minoranza-religione-territorio: etnie con una forte identità religiosa, potrebbero promuovere movimenti separatisti. 

La data spartiacque dell’11 settembre ha costituito per il governo di Pechino un’occasione per riaffermare con forza la propria sovranità sul territorio e sulle popolazioni che lo abitano. Gli uiguri e le altre popolazioni musulmane della regione sono accusate di separatismo e di avere legami con gruppi esteri, facilitati dalla vicinanza geografica con il Pakistan e l’Afghanistan. Gruppi che il governo cinese ritiene promuovano opinioni religiose estremiste o attività terroristiche. Nonostante l’islām sia per la maggior parte di queste popolazioni un elemento fondante dell’appartenenza identitaria più in senso culturale che religioso in senso stretto, nella prospettiva cinese l’islām gioca, invece, un ruolo fondamentale nella diffusione di idee separatiste ed estremiste. Per questo motivo, buona parte delle diverse forme di controllo poste in essere, sono finalizzate ad un rigido monitoraggio delle moschee (alcune delle quali rase al suolo) e di altre attività religiose. 

L’azione repressiva si è intensificata a partire dal marzo del 2017, a seguito della adozione dei “Regolamenti sulla de-estremizzazione”, altamente restrittivi e discriminatori, con i quali Pechino ha legalizzato l’esistenza di quelli che definisce “Centri di formazione e di educazione” e che giustifica in chiave antiterroristica. 

Secondo il Rapporto Asia e Pacifico 2020 di Amnesty International, circa un  milione di persone appartenenti all’etnia uigura e ad altre minoranze etniche musulmane sono state rinchiuse nei “centri” sopra citati.  Nella scheda descrittiva della campagna per la chiusura lanciata dalla stessa organizzazione, si legge che «esternazioni pubbliche o private di affiliazione religiosa e culturale, compresa la crescita di una barba “anormale”, l’uso di un velo o anche solo un foulard, una semplice preghiera, il digiuno o il rifiuto dell’alcol, possedere libri o articoli sull’islām o sulla cultura uigura possono essere considerati “estremisti”». I viaggi all’estero  per lavoro o istruzione, in particolare verso paesi a maggioranza musulmana «o anche solo avere contatti con persone al di fuori della Cina» sono i principali motivi di sospetto. 

Tra le pratiche poste in essere nei centri, un rigido controllo delle nascite che ha portato diversi esperti a definirlo, senza mezzi termini, “genocidio demografico”. Un importante studio dell’antropologo Adrian Zenz rivela che le autorità cinesi conducono una campagna di sterilizzazione forzata sulle donne dentro e al di fuori dei centri. Contro la loro volontà, vengono rese sterili o temporaneamente – con l’inserzione forzata di una spirale o tramite la somministrazione di pillole contraccettive – o in modo definitivo mediante intervento chirurgico. Sempre in totale assenza di consenso, sono sottoposte a visite ginecologiche e costrette all’interruzione della gravidanza. Le statistiche mostrano come tali pratiche abbiano inciso notevolmente sul tasso di natalità nello Xinjiang.

Ventitré nazioni occidentali hanno firmato una lettera aperta destinata a Pechino per protestare formalmente contro la politica repressiva, denunciando la detenzione arbitraria e la sistematica violazione dei diritti umani. La stessa UE aveva espresso profonda preoccupazione per la situazione riguardante la minoranza musulmana uigura nello Xinjiang e approvato, nel dicembre del 2019, una Risoluzione nella quale si evidenzia che «la detenzione o qualsiasi altra grave privazione della libertà fisica, la persecuzione nei confronti di gruppi identificabili sulla base di motivi etnici, culturali o religiosi, nonché ogni altro atto inumano che causi sofferenze […] costituiscono crimini contro l’umanità» ed esortava il governo cinese alla chiusura dei campi. 

La Cina, che non consente nessuna inchiesta indipendente sul posto, respinge fermamente tutte le accuse mentre i paesi musulmani volgono lo sguardo altrove in nome di importanti interessi economici e geostrategici. 


[1] G.R. CAPISANI, I nuovi Khan. Popoli e stati dell’Asia Centrale desovietizzata, Word in Progress BEM, Milano 1996, p. 284.

[2] F. MINI, Xinjiang o Turkestan Orientale? in Limes. Rivista italiana di geopoliticaAsia Maior, n. 1/1999, p. 85

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Latest from ASIA E OCEANIA