KURDISTAN IRACHENO: L’EMERGENZA IDRICA CONTINUA

Sono ormai trascorsi 10 anni dalla Risoluzione ONU 64/92 del 28 luglio 2010, che per la prima volta definiva il diritto all’acqua “un diritto universale e fondamentale”. Tuttavia, ancora oggi tale diritto viene salvaguardato con fatica, specialmente in quelle regioni dove l’acqua è una risorsa estremamente contesa. 

Il Kurdistan Iracheno lotta da anni contro una grave crisi idrica, ma recentemente il problema sembra essersi intensificato. Oltre ai gravi effetti del cambiamento climatico, che in questa regione provoca sempre più frequenti ed intensi fenomeni di siccità e desertificazione, i livelli d’acqua hanno registrato un preoccupante calo a causa delle numerose dighe costruite dai vicini Iran, Turchia e Siria.  

In particolare, l’Iran sembra essere colpevole di avere gradualmente ridotto, tramite la costruzione di dighe, il flusso d’acqua del fiume Tigri, il quale scorre dai suoi confini verso l’Iraq, causando serie preoccupazioni. I diretti interessati sono una serie di fiumi tributari del Tigri, come il Little Zab, Karun, Alwand, e Diyala, che rappresentano una fonte cruciale di sussistenza per la regione. Da essi infatti dipendono circa due milioni di persone non solo per l’acqua potabile, ma anche per attività agricole, pesca, produzione di energia elettrica e turismo. 

Qualora l’Iran continuerà a limitarne il flusso, in un paio di anni l’impatto sull’ambiente sarà ben visibile, gli esperti avvertono, e conseguenze disastrose non mancheranno per la popolazione, che si troverà costretta ad emigrare. Le regioni sud irachene, intorno alle città di Basra, Qalat Daza e Raniyah saranno quelle maggiormente a rischio.  

La costruzione di dighe, aumentata nell’ultimo decennio sul lato iraniano anche a causa della siccità, è stata utilizzata dal governo per incrementare le proprie capacità di conservazione idrica, un imperativo per Teheran per realizzare obiettivi strategici nel settore agricolo, vale a dire il raggiungimento dell’autosufficienza. Tra le dighe più imponenti quelle di Gotvand, costruita sul Karun, fiume responsabile di circa il 75% di consumo idrico di Basra [1], e la diga Daryan, sul Sirwan che sgorga dai Monti Zagros.

Tuttavia, ciò che preoccupa seriamente il governo del Kurdistan (KRG) è il Tunnel Nawsud associato alla diga, il cui scopo principale è quello di deviare l’acqua del fiume, facendola confluire in alcune città iraniane. A peggiorare la situazione, lo scorso anno la società iraniana di gestione delle risorse idriche ha annunciato la sua intenzione di costruire 109 nuove dighe nell’ambito di un piano che si estende fino all’anno 2021.

La carenza d’acqua non è pericolosa soltanto per la sicurezza idrica e le esigenze agricole del Kurdistan, ma ha anche per il suo potenziale di alimentare i disaccordi tra il governo regionale semiautonomo e quello federale iracheno a Baghdad. Nelle province meridionali irachene infatti, dove la riduzione idrica è già stata percepita, come nella città di Basra, si sono verificate proteste antigovernative, proprio contro il deterioramento della qualità idrica e del servizio erogato. 

La grave carenza d’acqua in Iraq minaccia quindi di intensificare i rischi per la sicurezza impoverendo le comunità rurali, aumentando la crescita della popolazione nelle baraccopoli urbane e fornendo un terreno fertile per il reclutamento di organizzazioni jihadiste salafite come lo Stato Islamico. Alcuni studi hanno collegato la perdita di terreni agricoli in Medio Oriente con crescenti disordini e il reclutamento di gruppi armati ribelli e/o terroristici [2]. Le politiche idriche dell’Iran potrebbero quindi contribuire all’instabilità in Iraq.

Il governo del KRG e quello iracheno hanno entrambi rilasciato dichiarazioni, chiedendo all’Iran di smettere di bloccare il flusso d’acqua, una risorsa condivisa appartenente sia al popolo iracheno che a quello iraniano. 

La costante instabilità politica in Iraq non consente a Baghdad di essere in una posizione forte per negoziare con Teheran sulle risorse idriche condivise. Attraverso i tagli d’acqua e il suo continuo sostegno alle fazioni militanti attive in Iraq, l’Iran ha fatto capire che un accordo legalmente vincolante non sarebbe così vantaggioso per la sua visione regionale, ecco perché è improbabile che fornirà concessioni sull’acqua. Inoltre, il settore agricolo iraniano beneficia enormemente della possibilità di fornire ai mercati iracheni prodotti a basso costo, il che significa che Teheran sarà probabilmente riluttante a rinunciare a quell’acqua che di fatto sostiene la sua produzione agricola.

Le soluzioni a lungo termine a tali sfide non sono affatto chiare. Qualsiasi accordo sostenibile a lungo termine dovrebbe infatti includere un quadro giuridico vincolante per le vie navigabili transfrontaliere dei due paesi, ma non esiste di certo una tradizione di negoziati bilaterali sul tema dell’acqua, se non nel caso dello Shatt al-Arab, dove le trattative sono state storicamente difficili. Quel che è certo è che la cooperazione bilaterale potrebbe portare a una nuova era nei negoziati sull’acqua tra i due paesi. Al contrario, la continua costruzione di dighe nella regione come soluzione alla scarsità d’acqua e l’adozione di strategie unilaterali avranno conseguenze spiacevoli e non faranno che alimentare il problema.

[1] https://www.ispionline.it/en/pubblicazione/irans-upstream-hegemony-and-its-water-policies-towards-iraq-25173

[2] https://journals.ametsoc.org/view/journals/wcas/6/3/wcas-d-13-00059_1.xml?tab_body=fulltext-display

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