DA SHANGHAI A CUPERTINO: LA PROTESTA DEGLI OPERAI CINESI

Questa settimana arrivano dalla Cina una serie di notizie che solitamente non vedono la pubblicazione: storie di proteste.

Manifestazioni contro episodi di discriminazione, abusi e violazione dei diritti da parte di datori di lavoro o funzionari locali si verificano regolarmente nella Cina continentale; tuttavia, queste azioni di mobilitazione collettiva vengono raramente riportate dalla stampa locale, e in misura ancora minore da quella internazionale. Il motivo è immediato: sistemi di sorveglianza consentono alle forze di polizia cinesi di bloccare le proteste sul nascere, di evitarne la diffusione in altre località e la pubblicazione su piattaforme social. Quando le notizie arrivano alla stampa, vengono pubblicate se la causa delle proteste è imputabile alle malefatte di funzionari locali e non direttamente attribuibile a politiche o figure appartenenti al governo centrale. 

Le proteste, che hanno fatto capolino anche sulle pagine del Financial Times, coinvolgono gli operai di due delle più grandi aziende di Electronic Manufacturing Services (EMS) al mondo: Foxconn e Pegatorn. Entrambe aziende, con sede a Taiwan e stabilimenti nella Cina continentale hanno un cliente comune di fama internazionale: Apple Inc. Per soddisfare il cliente di Cupertino, che nel 2020 ha ordinato un aumento di produzione ed è solito lanciare sul mercato i nuovi modelli in autunno, le due aziende taiwanesi hanno fatto ricorso ad un elevato numero di dispatch workers. Questi operai, assunti tramite agenzie esterne, vengono attirati con la promessa di una paga oraria più elevata (24-35 RMB) rispetto ai colleghi alle dipendenze dirette di Foxconn e Pegatron (11.50 RMB) e di generosi bonus, che saranno erogati solo dopo 55 giorni di lavoro. 

Circa 500 dispatch workers impiegati nella fabbrica Pegatron di Shanghai e un migliaio di colleghi di Foxconn a Chengdu, hanno protestato davanti ai cancelli dei due stabilimenti, a partire dalla metà di novembre circa. Le richieste dei lavoratori alla base di questi episodi sono l’erogazione di stipendi e bonus non pagati, nonostante fossero ormai trascorsi i 55 giorni necessari. La ONG China Labor Watch riporta che le proteste sono state disperse senza causare danni o feriti; non è noto l’esito delle richieste degli operai. 

Questa forza lavoro impiegata attraverso agenzie esterne riduce i costi per l’azienda, che non è obbligata a versare contributi assicurativi, a fornire un sussidio per l’alloggio e ad assumersi la responsabilità di eventuali infortuni sul lavoro. Inoltre, l’azienda non può essere citata in giudizio dai dispatch workers, e non è tenuta a pagare gli arretrati dovuti in caso di dimissioni della parte richiedente. Gli operai impegnate nelle proteste si trovano quindi in una situazione di empasse, nella quale rassegnare le dimissioni vorrebbe dire rinunciare definitivamente al denaro che è stato loro promesso. 

Perché gli operai di Pegatron e Foxconn si trovano in questa situazione? Qui entrano in gioco la geopolitica e il modello di sviluppo cinese, basato sulla volontà delle economie neoliberali di abbassare i costi di produzione, spingendosi sino a delocalizzarla. Nel caso di Apple, si stima che del costo di produzione di un iPhone 7, ossia 237.54 US$, solo 8,46$ rimangono in Cina. Il resto del costo deriva dal valore del design industriale e dei microcomponenti in arrivo da Taiwan, Giappone e altri paesi. Tuttavia, visto che l’assemblaggio avviene in Cina, l’intero costo del dispositivo viene computato nella bilancia commerciale sino-americana come un’importazione dalla Cina.

Così facendo, il deficit commerciale statunitense si gonfia di una somma che, in realtà, non rispecchia la distribuzione della catena del valore. Allo stesso tempo, gli operai sulla linea di assemblaggio lavorano senza le adeguate tutele per garantire un profitto a Cupertino. Apple come risponde a queste accuse? L’azienda americana ripete da anni il suo massimo impegno per il rispetto dei diritti dei lavoratori dei suoi fornitori nel mondo e assicura lo svolgimento di indagini interne per accertare le responsabilità dei soggetti coinvolti. 

Da questa breve analisi si intuisce che il mondo globalizzato di cui la Cina è una locomotiva, i suoi lavoratori risultano spesso svantaggiati e posti di fronte a scelte difficili. La responsabilità per queste condizioni di lavoro sembra essere sospesa come goccioline, per cui, al momento, gli unici a pagare sono gli operai stessi. 

Consiglio di lettura: il sistema amministrativo decentralizzato, la relazione tra i diversi stakeholder e il difficile ruolo della stampa in Cina sono descritti magistralmente dalla Prof.ssa Maria Repnikova nel suo volume “Media Politics in Cina: Improvising Power Under Authoritarianism”.

Annalisa Mariani

Mi chiamo Annalisa,classe 96,analista IARI per la sezione Cina.Dopo la laurea triennale in Mediazione Linguistica a Milano,sono partita per la mia amata Cina per un anno di studio avanzato della lingua.Lioho capito che l'aspetto più affascinante del mondo cinese è la politica. QuelPartito unico che si incontra, esplicitamente o non,in ogni discorso, articolo, conferenza e conversazione con gli amici cinesi. Così ho decisodi studiare quel Partito, iscrivendomi al Master in China eGlobalizzazione al King's College a Londra. Negli ultimi tempi ho capito che la mia grande curiosità mi porta sempre a parlare di tutto ciò che è controverso / proibito in Cina; da qui la mia indagine sulla condizione della popolazione uiguranello Xinjiang. Dedico moltissimo tempo, a detta dei miei amici quasi tutto, ad informarmi su ciò che succede in Cina.Sono decisamente appassionata e affascinatada un paese sulla bocca di tutti,ma conosciuto da pochi.Nel tempo rimanente tento di fare attività sportivae mi cimento in esperimenti culinari dai risultati incerti.Sono estremamente curiosa, sonoo viaggiare, assaggiare cibiparticolarie parlare con le persone del luogo. Sono fermamente convinta che il viaggio completo le persone sotto ogni punto di vista echesia l'unico vero modo di interfacciarmi con il meraviglioso mondo in cui viviamo.

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