CAMBOGIA TRA PECHINO E OCCIDENTE

La Cambogia acquisirà circa 1 milione di dosi per il primo round di vaccinazioni che dovrebbe aver luogo a partire da gennaio 2021. Il Primo Ministro Cambogiano Hun Sen prenderà parte all’iniziativa COVAX promossa dalle Nazioni Unite, discreditando il vaccino cinese di Sinopharma. 

La Cambogia “non è un contenitore per rifiuti, né tanto meno un laboratorio in cui testare vaccini”. Così ha esordito il premier cambogiano Hun Sen in risposta alle insinuazioni sull’uso del vaccino cinese nel paese, stando a quanto riporta il quotidiano Nikkei Asia. 

Il premier, rigettando la possibilità di siglare alcun genere di accordo per l’assunzione del vaccino cinese prodotto da Sinopharma, sembra assumere una posizione sgradevole nei confronti di Pechino, stretto alleato di Hun Sen. La Cambogia non accetterà dunque alcuna dose se non precedentemente approvata dall’Organizzazione Mondiale per la Sanità. Di fatti, la fornitura del vaccino arriverà nel paese grazie all’iniziativa COVAX delle Nazioni Unite, che mira a supportare lo sviluppo e la distribuzione a livello mondiale di 2 miliardi di dosi di vaccini entro la fine del 2021, in particolare a paesi con basso reddito. 

Il governo cambogiano ha finora raccolto 48 milioni di dollari in donazioni dai magnati alleati del Partito Comunista Cambogiano, a fronte dei 200 milioni necessari per l’acquisto delle dosi previste per coprire l’intera popolazione. 

La decisione del premier però non è passata inosservata a Pechino, che considera il paese come uno dei suoi più stretti alleati nell’area sud-asiatica. 

La fine di una alleanza? 

Certamente no. È però innegabile che Hun Sen stia cercando di limitare l’influenza cinese sulla politica interna del paese. L’apertura verso occidente ha come obiettivo di accrescere la popolarità del Partito Comunista Cambogiano nei confronti dell’opinione pubblica, così da legittimare l’operato del partito stesso. 

Nonostante la Cambogia non confini con la Cina, le relazioni tra i due paesi hanno sempre visto entrambe le parti cooperare in modo amichevole sin dagli anni ‘50, sia da punto di vista politico che economico. Negli ultimi anni però, la partnership economica tra i due si è rafforzata ancor di più a seguito dello stabilimento della nuova Via della Seta. Con la promessa di accelerare la transizione del paese da basso reddito a medio reddito, la nuova strategia cinese punta a finanziare la costruzione di porti commerciali, aeroporti, e altre infrastrutture che possano incrementare lo scambio commerciale tra i due paesi. 

Alcuni ricercatori hanno però sollevato delle critiche a riguardo: il progetto sponsorizzato da Pechino sembrerebbe essere solo un modo per aumentare la sfera di influenza cinese nell’area Indo-pacifica verso quella che è stata definita un’unione Sino centrica. Con i 4.2 miliardi di debito già contratti con Pechino, la Cambogia rischia sempre più di perdere la propria autonomia in materia di politica estera, trasformandosi totalmente in un governo-marionetta mosso dai fili di Pechino. 

Il cambio di rotta di Phnom Penh potrebbe dunque essere interpretato come un chiaro segno di rottura con Pechino. 

In realtà, se da un lato il paese sta provando ad uscire dal suo isolazionismo regionale, facendosi spazio all’interno di organizzazioni internazionali quali le Nazioni Unite, dall’altro lato Phnom Penh continua a seguire gli interessi economici a carattere filocinese nella regione. Bisogna ricordare che la Cambogia lo scorso ottobre ha ratificato il suo primo accordo bilaterale di libero scambio con la Cina, il Free Trade Agreement (FTA). Inoltre, Phnom Penh è uno tra i dieci paesi firmatari del RCEP, il Regional Comprehensive Economic Partnership cui obiettivo è la creazione di una zona di libero scambio tra i paesi coinvolti. 

Regionalismo con (meno) caratteristiche cinesi

Sebbene l’annuncio del premier cambogiano possa aver scombussolato i ferventi sostenitori delle politiche di Xi, Pechino gode di una discreta stabilità politico-economica nella ragione sud-asiatica, favorendo così una cooperazione con i paesi ASEAN sempre più intensa. 

Dal punto di vista sanitario, Pechino e le nazioni del Sud-est asiatico stanno collaborando su diversi fronti al fine di combattere l’epidemia da coronavirus. Grazie a progetti di ricerca congiunti, i paesi stanno mettendo a punto tecnologie avanzate nella lotta contro il virus, includendo principi di medicina cinese tradizionale. Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa cinese Xinhua, la Cina è dunque disposta ad agire responsabilmente nella lotta contro il virus, con l’obiettivo ultimo di costruire una comunità con un futuro condiviso in cui la salvaguardia della vita umana ne costituisce l’obiettivo fondamentale. Solo tramite sforzi comuni, la cooperazione otterrà risultati maggiori e le relazioni multilaterali porranno le basi per un futuro più luminoso. 

Dal punto di vista economico, la firma del RCEP e lo stessa Belt and Road, hanno aiutato l’economia globale a svilupparsi in una direzione più dinamica, aperta e sostenibile, proiettando al contempo un’immagine di Pechino sempre più responsabile nel guidare l‘integrazione regionale. Pechino ricopre dunque un ruolo fondamentale nella salvaguardia del multilateralismo Asiatico, ed è punto cardine per la salvaguardia della pace e della stabilità regionale. 

È dunque innegabile l’influenza esercitata da Pechino nella zona, e il suo coinvolgimento a carattere economico, sociale e politico fanno si che sia uno degli attori indiscussi – e al contempo necessari- per mandare avanti gli interessi regionali. 

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