LE DONNE IN TAGIKISTAN

Parlare di diritti delle donne in Asia Centrale non è semplice. Non si tratta solo di un argomento poco affrontato politicamente, ma piuttosto di una percezione negativa molto diffusa a livello sociale.

Il femminismo ed i movimenti ad esso connessi sono spesso considerati una minaccia alle strutture patriarcali sulle quali sono fondate le diverse società e al rischio di destabilizzare il ruolo della donna all’interno della famiglia: Some believe that women have been already quite liberated in Central Asia, and therefore their excessive demands for freedom contribute to the destabilization of the region.

In questo contesto, il Tagikistan rappresenta un caso estremamente controverso per quanto riguarda la concreta possibilità di affrontare la questione di genere e l’attivismo femminista. 

Il Tagikistan è una delle cinque repubbliche dell’Asia centrale post-sovietica, confinante con Uzbekistan e Kirghizistan a nord, con la Cina a est e con l’Afghanistan a sud. A causa delle scarse risorse energetiche che possiede, è uno dei territori più poveri della regione – situazione aggravata dalla fragilità politica che la caratterizza sin dall’indipendenza dall’Unione Sovietica. Emomali Rahmonov è il presidente del paese sin dalla fine della guerra civile nel 1997, con una leadership marcatamente autoritaria.

La sistematica oppressione della libertà di stampa e di espressione è iniziata circa un ventennio fa, con la demolizione dei partiti di opposizione e l’insorgere di un movimento nazionalista fortemente legato alla figura del leader di stato. Per questo motivo, il presidente ha avviato una serie di leggi per “de-russificare” il paese, cambiando il proprio cognome in Rahmon e vietando l’assegnazione di nomi russi ai bambini. 

Per quanto riguarda la questione religiosa, “il Tagikistan è un paese musulmano per oltre il 90% in cui l’ateismo comunista non ha mai attecchito, tanto che anche durante gli anni dell’Unione Sovietica forme popolari di insegnamento religioso e di culto, soprattutto popolare, non sono mai scomparse”. Anche per questo motivo, nei primi anni del Duemila il governo ha tentato di sopprimere le manifestazioni religiose, ad esempio chiudendo moltissime moschee per futili pretesti legislativi (come, ad esempio, i criteri di distanziamento urbanistico tra moschee) e costringendo al rimpatrio i giovani tagichi che studiavano nelle madrassas all’estero, interrompendo forzatamente i loro studi.

Una delle azioni che il governo ha compiuto con tale obiettivo è stata anche quella di vietare l’utilizzo dell’abbigliamento tradizionale musulmano, la possibilità per gli uomini di farsi crescere la barba ed il velo per le donne, tanto che l’hijab è stato indicato dal governo come simbolo della prostituzione e della corruzione dei costumi nazionali. 

Se da una parte queste decisioni sono da interpretarsi come tentativi dall’alto di imposizione di una identità nazionale legata al partito, e non come una questione puramente legata alla religione, certo è che lo spazio lasciato alla libertà di espressione personale nel paese è stato negli anni strutturalmente annientato. Per questo motivo, la possibilità di creare un dialogo costruttivo con gli organi di potere e la società in merito alle questioni di genere sembra essere sempre più ridotta. Questo si riflette direttamente sull’impossibilità di sensibilizzare la popolazione tagica rispetto al tema, tra cui anche le donne stesse: “Patriarchy is a pervasive force in Tajikistan. Just 64 per cent of girls make the jump from lower to upper secondary education, with many pulled out of school and forced into marriage. Women’s average monthly wages sit at around 63 per cent of men’s. A 2016 survey carried out by the Tajikistani government found that 97 per cent of men and 72 per cent of women believe domestic violence should be endured for the sake of “family happiness”.

Un chiaro esempio di questa situazione è ciò che si è verificato a marzo di quest’anno, in occasione della Festa della Donna. A Dushanbe, la capitale del paese, era infatti stato organizzato un convegno dal titolo “I, We, Women — Sounds Proudly” con l’obiettivo di analizzare i problemi di genere, la misoginia e il ruolo delle donne nella società. Tuttavia, la realizzazione di questo piccolo incontro, con la partecipazione prevista di poco più di trenta persone, è stata ostacolata in ogni modo: in primis, nessun locale pubblico aveva accettato di ospitare l’evento. Una volta trovato uno spazio disposto ad ospitare le giornaliste e gli esperti chiamati ad intervenire, le forze di polizia sono intervenute direttamente interrompendo il dibattito con la scusa dell’emergenza pandemica – che tuttavia non era ancora stata ufficialmente dichiarata in Tagikistan, tanto che contemporaneamente e successivamente si sono tenute importanti manifestazioni pubbliche in tutto il paese. 

Queste azioni sono estremamente descrittive della linea autoritaria che segue il paese, in quanto “the word “feminism” for many people in the country has a negative connotation and is associated with other words also ending with -ism, like terrorism and radicalism; activism is not well perceived in Tajikistan”. L’attitudine generale nei confronti del femminismo nel paese riflette quella nei confronti delle singole donne, che è “still far from having an equal and fair attitude towards them, regardless of their age and social status. The mandatory presence of a man (father, brother, husband, son) to be next to their women (with the purpose of controlling or monitoring) has been considered to be the norm in Tajik society and has put independent women into a lower social position”.

In un contesto così negativo e oppressivo, una valvola di sfogo è data dall’utilizzo dei social da parte degli attivisti, al fine di oltrepassare e rimuovere questi taboo sociali. Instagram e Facebook sono i principali strumenti di espressione che permettono di parlare di argomenti quali la parità dei diritti, gli abusi e la necessità di portare un cambiamento di rotta rispetto alla situazione attuale.

Le strutture di potere stanno cercando di proteggersi il più possibile estremizzando un pensiero nazionalista che ben poco si concilia con le spinte globalizzanti che arrivano dall’esterno e cercano di aprirsi all’interno. Resta da capire quanto le politiche oppressive riusciranno a contenere la situazione e a mantenere lo status quo

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