I CURDI DI SIRIA SEMPRE IN DIFFICOLTÀ NEL NORD. CON BIDEN NON CI SARANNO MIRACOLI GEOPOLITICI

I Curdi siriani sono sempre più in difficoltà a causa di una potenziale manovra militare turca su Ain Issa. La pressione della Russia è sempre più evidente. Dopo Trump non dovrebbero esserci nuove concessioni geopolitiche alla regione autonoma curda.

QUADRO DELLA SITUAZIONE NELL’AREA

Da diverse settimane, nel contesto dell’attivismo militare turco nel Mediterraneo e nella Siria settentrionale, i Curdi si trovano sempre più minacciati da una possibile escalation militare turca nell’area in cui sono protagonisti- simile a quella che si è verificata ad Afrin nel 2018- e sono anche sotto la pressione della Russia ad Ain Issa.

Mosca vorrebbe, infatti, che alcune aree sotto il controllo delle YPG (Unità di Protezione Popolare Curda), tra cui Ain Issa, venissero cedute parzialmente o totalmente, senza offrire alcuna garanzia concreta in cambio, se non quella di allontanare il timore di un attacco militare di Ankara.

La Turchia, sul fronte di Ain Issa, appunto, sarebbe pronta ad avanzare con l’Esercito Nazionale Siriano, composto da ribelli, rafforzato dalla presenza di altri gruppi di ribelli siriani che negli anni sono tornati utili in vari scenari, così come in quello di Afrin. Muovere prima che Biden diventi presidente degli USA a tutti gli effetti costituirebbe per Ankara un vantaggio a livello geopolitico. 

Tale potenza regionale è consapevole, infatti, che un’eventuale mossa militare non sarebbe condannata aspramente dall’amministrazione Trump che è impegnata su altri dossier in Medio Oriente. Optare per un rinvio quando Biden si insedierà alla Casa Bianca, invece, potrebbe complicare le cose e rendere poco chiaro uno scenario post-attacco militare. Non si esclude che il prossimo presidente statunitense possa, infatti, secondo la sua visione geopolitica, esercitare pressioni su Ankara su tale dossier.

ANKARA E MOSCA TENGONO IN PUGNO I CURDI

Se Ankara valuta di muoversi verso Ain Issa e le aree circostanti e la Russia tratta con i Curdi per la cessione di tale città strategica, il governo di Damasco appare sempre più interessato a riconquistare più territori possibili anche a est dell’Eufrate dove sono attive da diversi anni, nel nome della lotta all’Isis, le Forze Democratiche Siriane (FDS). Se i Curdi dovessero cedere Ain Issa e altre aree a Damasco, il regime siriano non potrebbe far altro che offrire una minima “protezione” in caso di attacco turco. Ma dal punto di vista politico e amministrativo, in termini di riconoscimento, non vi sono ancora certezze o accordi definitivi.

I Curdi, da parte loro, vorrebbero scongiurare un attacco turco ma allo stesso tempo rifiutano un modello di accordo simile a quello che è valso per Qamishli.

Tuttavia, nonostante l’aspetto strategico della città di Ain Issa, situata a est dell’Eufrate e al centro di strade che connettono Qamishli a est, Raqqa a sud, Kobane a nord-ovest e Manbij a ovest, quindi dall’alto valore geopolitico anche per i Curdi di Siria, gli stessi, a seguito dei bombardamenti e attacchi turchi che si sono ripetuti a partire da novembre, hanno accettato u accordo trilaterale con la Russia e l’esercito siriano.

Tale accordo prevede l’installazione di tre posti di osservazione congiunti in prossimità di Ain Issa, allo scopo di monitorare l’accordo per il cessate il fuoco facente parte dell’Accordo di Soči del 2019 tra Russia e Turchia.

Nello specifico, le forze curde erano state respinte a 32 chilometri dal confine turco e la città in questione è rimasta sotto la pressione turca anche se è collocata a circa 37 chilometri dal confine tra i due Paesi.

Se le FDS accettassero il piano del Cremlino, cioè quello di ritirarsi da Ain Issa[1], verrebbe implementata l’attuazione di tre posti di osservazione militari lungo l’autostrada M4[2] a nord, a est e a ovest di Ain Issa. A supporto di questo scenario rinforzi russi sono già arrivati nell’area di Raqqa.

Fonti curde, in ogni caso, negano il raggiungimento di qualsiasi accordo con Russi e Siriani in tale prospettiva.

Sempre rimanendo in casa curda, le milizie operanti sul campo hanno più volte criticato l’indifferenza russa nei confronti della violazione del cessate il fuoco da parte della Turchia.

POSSIBILI SCENARI FUTURI

Se la Turchia dovesse riuscire ad avanzare verso Ain Issa, unilateralmente o dopo aver raggiunto accordi segreti con Damasco e Mosca, lo scenario geopolitico testimonierebbe la presenza di Ankara verso Raqqa, dove operano le FDS, per poi cercare di ottenere una posizione ancora più influente ad est del fiume Eufrate, precisamente nella regione di Deir Ezzr, dove sorgono numerosi giacimenti petroliferi sotto controllo dei Curdi e degli Stati Uniti. 

In quest’ottica si potrebbero complicare ulteriormente i rapporti tra Washington ed Erdogan. Tuttavia il presidente è cosciente del fatto che avanzare verso Deir Ezzor, per prendere i pozzi petroliferi, non avrebbe mai il via libera statunitense.

Inoltre, sempre facendo riferimento allo stesso scenario, se Ankara dominasse ad Ain Issa, potrebbe venir meno la solidità del collegamento tra Kobane e la Jazira e la pressione sulla città di Manbij sarebbe ancora più forte.

Un secondo scenario potrebbe ricomprendere l’accettazione curda di un accordo promosso da Mosca e Damasco, con un’eventuale protezione in caso di tentato attacco turco ne confronti dei Curdi. A questo punto, se la Turchia muovesse verso Ain Issa, l’esercito siriano potrebbe intervenire o meno, oppure si potrebbe ripetere la stessa situazione verificatasi con la conquista di Afrin, in cui la protezione russa e siriana nei confronti dei Curdi fu soltanto simbolica e teorica.

E ancora, potrebbe anche verificarsi uno scenario del genere, cioè quello in cui la Russia, muovendo dal possibile attacco turco, velocizzerebbe la conquista di alcuni territori nel nord siriano per poi lasciarli sotto il controllo di Assad. 

E infine, lo scenario che testimonierebbe la conquista turca di Ain Issa la vedrebbe controllare più punti dell’autostrada M4, la città di Manbij e di Tell Tamer, a sud di Ras Al-Ain. Probailmente l’abbandono di postazioni militari nella regione di Idlib coincide anche con la volontà di palesare un ennesimo intervento militare nel nord-est del Paese.

Sarà determinante comprendere su quale linea si muoverà il nuovo presidente degli Stati Uniti. Non dovrebbero esserci stravolgimenti geopolitici nel Paese mediorientale, le priorità americane non cambieranno, però Biden potrebbe essere più vicino, almeno simbolicamente, alla causa curda.

Non sono previste concessioni a livello geopolitico, federale ed amministrativo per la regione autonoma curda. Anche se i Curdi, probabilmente, contano sulla possibilità che la nuova amministrazione statunitense possa aprire ad un nuovo rafforzamento istituzionale, Biden sa molto bene che un riconoscimento sostanziale dell’autonomia curda a livello internazionale potrebbe condurre a possibili instabilità mediorientali e nella Siria stessa, magari da parte di tribù arabe presenti nel nord-est siriano.

Il modello federale immaginato da Biden nel 2003 a seguito dell’invasione in Iraq, favorevole ad un disegno che avrebbe messo insieme Curdi, Sunniti e Sciiti, è destinato a rimanere soltanto un’ipotesi.


[1] La città ospita un centro di coordinamento russo che è stato creato nell’area evacuata dalle forze USA lo scorso anno. Successivamente la città è diventata il cuore dell’amministrazione autonoma curda nel 2016 e la conquista turca segnerebbe la fine di tale progetto.

[2] Importante autostrada che attraversa la Siria dall’Iraq fino a Latakia

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